Lost and Roll, il doc sul Salone del Mobile che racconta una Milano inedita. Recensione
Cinema Backstage Lost and Roll ©Gianluca VassalloPresentato in anteprima a Milano, Lost and Roll è il documentario di Gianluca Vassallo che racconta il Salone del Mobile da una prospettiva inedita. Tra archistar come Piero Lissoni e Fabio Novembre e figure invisibili come tassisti e fotografi di strada, il film costruisce un ritratto umano e corale della città. Senza sceneggiatura tradizionale, è un viaggio tra design, lavoro e identità che trasforma l’evento più celebre di Milano in un racconto poetico e politico
«Ho immaginato». Non è una confessione qualsiasi, quella con cui Gianluca Vassallo apre Lost and Roll. È un atto di fede laica in prima persona, una soglia, un invito a varcare un confine che separa il documento dalla visione, il reportage dal poema. E quando un documentario comincia così — con un verbo al passato prossimo che porta dentro di sé tutta la memoria del mondo — sai che il regista ha già deciso da che parte stare. Non dalla parte della cronaca, ma da quella della bellezza.
L’ho visto all’Anteo Spazio Cinema, una delle poche sale milanesi dove ancora ha senso parlare di cinema come rito collettivo. Era il 16 aprile 2026, anteprima italiana, sala piena di persone del mondo del design e non solo. E devo confessare che nei primi minuti ho avuto la sensazione di essere in presenza di qualcosa di difficile da classificare — nel senso migliore del termine. Lost and Roll non assomiglia a nessun altro documentario sul Salone del Mobile che abbia mai visto, e ne ho visti parecchi, di varie qualità e ambizioni.
Vassallo, regista e fotografo, già autore del bellissimo progetto fotografico Comunità Continua che nel 2024 aveva ritratto il flusso umano del Salone in sei giornate tra i distretti di Milano e i padiglioni della fiera, porta sullo schermo un’opera che nasce come evoluzione naturale di quel lavoro. Ma l’evoluzione, qui, non è semplicemente di formato. È di paradigma. Lost and Roll non è semplicemente Comunità Continua allargato e messo in movimento: è un salto qualitativo nell’ordine del linguaggio cinematografico.
Il dietro le quinte e il davanti all’anima
Esiste una categoria di film — rarissima, preziosa come un’annata di Barolo eccezionale — in cui il dietro le quinte non è un surplus di informazioni rispetto al prodotto finito, ma è esso stesso il prodotto finito. Lost and Roll appartiene a questa categoria. C’è qualcosa di irresistibile nel dietro le quinte
Ma Vassallo non si limita al backstage. Va più in profondità. Il suo Salone del Mobile non è quello degli allestimenti spettacolari — pure presenti, pure bellissimi — ma quello delle persone sistematicamente escluse dall’inquadratura ufficiale. Quelle senza le quali, semplicemente, nulla funzionerebbe. È una scelta politica, prima ancora che estetica. E politica nel senso alto del termine: un atto di restituzione della visibilità a chi la visibilità, di solito, non ce l’ha.
Il fotografo Munshi, che vende polaroid ai turisti da venticinque anni sul marciapiede di Milano. È lì ogni primavera, ogni settimana del Salone, ogni anno, nessuno lo inquadra. Vassallo sì. E in quella scelta c’è tutto il manifesto estetico e morale del film. Quelle polaroid sbiadite, effimere, imperfette, cariche di una presenza che i rendering non avranno maim dicono più di qualsiasi allestimento patinato sulla natura profonda di quella settimana. Sono la metafora visiva più onesta che il Salone del Mobile abbia mai avuto. E il fatto che a custodirle sia un uomo invisibile al sistema, sul marciapiede e non dentro i padiglioni, è la scelta più politica, nel senso alto del termine, che Vassallo potesse fare.
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Il linguaggio: tra Chris Marker e la voce di un amico
Lost and Roll adotta un linguaggio sperimentale che rimanda al grande Chris Marker. C’è la stessa tensione tra immagine e parola, la stessa fiducia nella capacità dello spettatore di fare connessioni, lo stesso rifiuto della didascalia esplicativa. Ma Vassallo possiede uno sguardo, una visione propria, potente e unica. Non è un epigono, è un continuatore che sa dove andare.
La voce fuoricampo del regista danza a meraviglia con le immagini. Le parole si fanno forma, un testo poetico mai tronfio e supponente, mai corrivo e irrilevante. Mi ha fatto venire in mente l’aforisma di Carmelo Bene: "Gente come noi non si coniuga, si declina" perché Vassallo, in campo come fuori campo, è esattamente questo: un personaggio che non si lascia coniugare in nessuna grammatica preesistente.
La fotografia di Francesco Mannironi è luminosa nel senso tecnico e nel senso letterale: sa trovare la luce giusta nel cuore dei padiglioni affollati come nelle strade dell’hinterland milanese. Il sound design di Daniele Guarnera lavora in modo magistrale sui rumori della città — i tram, i passi, i frammenti di conversazione — creando una partitura ambientale che la colonna sonora della pianista inglese Anne Lovette completa con una grazia discreta, mai invasiva.
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Il cast invisibile e il cast visibile
Il film non si limita al sistema ufficiale del design. È questo il suo merito più raro e più difficile da ottenere. Tra le voci compaiono figure di primo piano come Maria Porro, presidente del Salone del Mobile, e designer del calibro di Piero Lissoni, Fabio Novembre, Elena Salmistraro, Gabriele Buratti, Luca Nichetto e Francesca Lanzavecchia. Ma accanto a loro — e con pari dignità narrativa, senza gerarchie di inquadratura — c’è Fabio il tassista, che osserva Milano cambiare attraverso i racconti dei suoi passeggeri; c’è Munshi Romeo, il fotografo di strada; ci sono i lavoratori invisibili che rendono possibile la macchina.
Il modo in cui Vassallo miscela, con grazia e vigore, figure e immaginari così diversi — Fabio il Tassista, Fabio Novembre, Munshi Romeo — è tra i risultati più convincenti del film. Non c’è nessuna condiscendenza verso i protagonisti meno celebri, nessuna ieratiicità verso quelli più famosi. C’è solo curiosità, rispetto, e quella qualità rara che si chiama ascolto autentico. Come ha detto lo stesso Vassallo dopo la proiezione, il suo mestiere è «essere toccato dagli altri e cercare di toccare gli altri». È una definizione che vale per tutti i grandi cineasti, ma raramente la si sente con questa semplicità disarmante.
Un momento particolarmente potente e sorprendente è quello in cui Paolo Sorrentino — a Milano per presentare la sua installazione La dolce attesa in conversazione con Antonio Monda — appare nel film e succesivamente vediamo un inserviente che con perizia certosina lucida un pavimento. Nessuna ironia, nessun effetto di straniamento cercato. Solo la coesistenza, nello stesso spazio e nello stesso film, di due modi diversi di abitare quella settimana. È il tipo di giustapposizione che vale più di mille analisi sociologiche.
Milano in filigrana: Pivano, Sottsass e il presente
Lost and Roll è anche l’evocazione sincera, appassionata e mai stucchevole di quella Milano intrisa di garbo e rottura che attraversa il film quasi in filigrana. Le ombre di Fernanda Pivano ed Ettore Sottsass, grazie alla voce off di Vassallo, aleggiano su certe inquadrature con la naturalezza di chi abita ancora i luoghi che ha amato. E ti aspetti che da un momento all’altro sbuchi da un angolo Allen Ginsberg, magari con una polaroid di Munshi in tasca.
Non è nostalgia: è genealogia. È capire che il Salone del Mobile non nasce ogni primavera dal nulla, ma è il frutto di decenni di lavoro, di visioni, di errori, di intuizioni geniali e di mediocri compromessi. Vassallo lo sa e lo mostra senza sentimentalismi. Il presente del Salone, con i grandi brand della moda sempre più presenti, con le installazioni sempre più spettacolari, con la pressione commerciale sempre più evidentem è mostrato senza compiacenza né condanna. Come è, nella sua complessità.
Il brindisi finale: un augurio che rimane
Lost and Roll si chiude con un’immagine che vale la visione intera del film. Vassallo, insieme a Federico Cedrone e ad altri protagonisti del documentario, festeggia la fine dei lavori. C’è un tartare di pesce, un’ostrica, un calice di vino. E c’è un brindisi in cui il regista esprime il suo augurio: «Mi auguro un mondo che non abbia paura della complessità e cerchi la bellezza dentro le cose che non capisce, e non in ciò che conosce». Gli altri commensali rispondono in coro: «Concord». Come il celebre aereo dall’incredibile design.
Quella parola — Concord — ha continuato a riecheggiare nella sala anche dopo la fine della proiezione. È il tipo di finale che solo i film davvero riusciti sanno costruire: non una conclusione, ma un’apertura. Non una risposta, ma una domanda che vuoi portarti a casa.
Niente agiografia, niente poseur, niente critica sterile. Lost and Roll è un film raro perché rifiuta tutte le scorciatoie, sia quelle dell’adulazione istituzionale sia quelle della demistificazione facile. È un film che crede — e questa è la sua scommessa più coraggiosa — che il design abbia a che fare con l’umanità. Che quegli oggetti di cui parliamo tanto siano, in ultima analisi, dei ponti tra esseri umani. Come ha detto Vassallo: «Gli oggetti che vengono costruiti cosa sono, se non ponti tra gli esseri umani? C’è la sedia su cui siete seduti, i telefoni con cui state comunicando: tutto è stato progettato, è tutto un ponte tra noi per dirci che se fossimo umani il mondo sarebbe un mondo migliore».
Alla fine, Lost and Roll inizia con «ho immaginato» e finisce con una sigaretta sul posacenere e una bustina di tè nell’acqua bollente. Due oggetti umilissimi, carichi di presenza. Due oggetti che qualcuno ha progettato pensando a noi. È il più bel finale possibile per un film su chi progetta il mondo.
Se Lost and Roll fosse un cocktail
Se Lost and Roll fosse un cocktail, sarebbe uno Spritz reinventato — e non nel senso della versione aperol-plasticata che ha colonizzato i dehors d’Europa come una bassa marea arancione. Sarebbe qualcosa di più complesso, più misterioso, più milanese nel senso profondo del termine.
Immaginate: una base di Prosecco da vigne vecchie del Valdobbiadene, leggermente più minerale del solito, come la città quando la mattina presto è ancora deserta e odora di pietra bagnata. Poi un bitter artigianale — non il solito, qualcosa di più tannico, con note di rabarbaro e radice di genziana, come il sottofondo sonoro dei tram che Daniele Guarnera ha registrato per il film. Poche gocce di un vermouth ambrato invecchiato in botti di ciliegio, per quel senso di tempo stratificato che il film porta con sé — la Milano di Pivano e Sottsass che respira sotto quella di oggi. E poi, al posto della soda, una spruzzata di acqua frizzante naturale, quasi impercettibile, come la voce fuoricampo di Vassallo: presente ma discreta, strutturale ma mai invasiva.
La guarnizione? Non l’arancia. Una polaroid sbiadita di Munshi appoggiata sul bordo del calice. Effimera come un evento fieristico, indelebile come una seduta iconica. Servito in un bicchiere non troppo alto, non troppo basso, uno di quelli che tengono bene in mano, progettati per essere usati davvero, non solo ammirati. Il tipo di oggetto che, se ci pensate, qualcuno ha disegnato pensando a voi. Un ponte, appunto.
Salute. Concord.