Il silenzio degli innocenti torna al cinema: perché fa ancora paura dopo 35 anni
CinemaIntroduzione
Il silenzio degli innocenti torna al cinema per tre giorni (dal 13 al 15 aprile) e riporta sul grande schermo uno dei thriller più iconici di sempre. Il film di Jonathan Demme, con Anthony Hopkins e Jodie Foster, ha segnato la storia del cinema vincendo cinque Oscar. A 35 anni dall’uscita, la storia di Hannibal Lecter continua a inquietare: non per la violenza, ma per la sua capacità di entrare nella mente dello spettatore. Ecco perché rivederlo oggi al cinema è un’esperienza unica
Quello che devi sapere
Il silenzio degli innocenti torna al cinema dal 13 al 15 aprile
"Ho mangiato il suo fegato con delle fave e un buon Chianti.»
Detto così, potrebbe sembrare la recensione entusiasta di un'osteria toscana. Invece è la battuta più agghiacciante della storia del cinema, pronunciata da Anthony Hopkins con la stessa nonchalance con cui un macellaio illustra il menù del giorno. Il dottor Hannibal Lecter — psichiatra, cannibale, esteta, intenditore di Chianti Classico, peggior compagno di cena della storia dell'umanità — torna al cinema. E con lui torna Il silenzio degli innocenti, il film di Jonathan Demme che il 5 marzo 1991 usciò nelle sale italiane e ci insegnò, una volta per tutte, che il terrore più profondo non viene dall'esterno: viene da dentro la testa di qualcuno che ti sta guardando.
Il film torna in sala per tre giorni — evento speciale, proiezioni limitate, in occasione del suo trentacinquesimo anniversario. E se vi state chiedendo perché valga la pena di vederlo (o rivederlo) sul grande schermo nel 2026, significa che non avete ancora capito con chi avete a che fare. Permettetemi di illustrarvelo.
Anthony Hopkins credeva fosse un film per bambini. Poi lesse 10 pagine
Quando l'agente di Anthony Hopkins gli telefonò per dirgli che stava per arrivare una sceneggiatura intitolata Il silenzio degli innocenti, Hopkins rispose: «Ma è una storia per bambini?». Dopo dieci pagine richiamò e disse: «Questa è la parte migliore che abbia mai letto in vita mia.» Con buona pace dei bambini.
La storia è ormai patrimonio dell'inconscio collettivo: Clarice Starling, giovane recluta dell'FBI interpretata da una Jodie Foster che sembra costantemente sul punto di tremare (e non trema mai), viene incaricata di intervistare il dottor Hannibal Lecter, brillante psichiatra e serial killer cannibale rinchiuso in una cella di vetro come un'opera d'arte pericolosa. Scopo dell'operazione: capire come ragiona Buffalo Bill, un altro assassino seriale che scuoia le vittime femminili per ricavarne una sorta di secondo pelle. Sì, avete letto bene. E no, non è una storia per bambini.
Il romanzo omonimo di Thomas Harris, pubblicato nel 1988, era già un bestseller che aveva tenuto svegli milioni di lettori. Ma il film lo trascende. Jonathan Demme — regista che fino ad allora si era occupato soprattutto di commedia e musica, il che la dice lunga sulla sua capacità di sorprendere — trasforma la materia oscura di Harris in qualcosa di più sottile e devastante: uno studio sullo sguardo, sul potere, sulla paura come condizione permanente.
Hannibal Lecter è il killer più elegante. Ed è questo il problema
C'è una differenza fondamentale tra Hannibal Lecter e tutti i mostri che lo hanno preceduto nella storia del cinema. Frankenstein era goffo. Dracula aveva le zanne. Michael Myers portava una maschera da William Shatner. Lecter, invece, prima di finire in cella indossava camice inasmide e cravatte di seta, aveva le unghie curate, conosceva a memoria le sonate di Bach e ti chiudeva con una battuta ad effetto prima ancora che tu avessi finito la tua. Era, in altre parole, l'uomo più elegante nella stanza. Qualunque stanza.
Ma attenzione: nel film non lo vediamo mai in abito. Quella raffinatezza è solo evocata, è un ricordo che aleggia. In Il silenzio degli innocenti Lecter è sempre e soltanto in divisa carceraria, tuta bianca da detenuto, e — nelle scene più iconiche — imbrigliato nella muserola di contenzione che è diventata uno dei simboli più riconoscibili del cinema di tutti i tempi. Un'immagine paradossale: il massimo della raffinatezza intellettuale ridotto alla condizione più primordiale, il predatore messo in gabbia. La muserola, realizzata da Ed Cubberly — artigiano del New Jersey che di solito produceva maschere per i portieri della NHL — trasforma Hopkins in qualcosa che non è umano né animale. È un'altra categoria. C'è qualcosa di profondamente giusto in questo: lo stesso materiale che protegge dal disco di gomma di un hockey su ghiaccio ora trattiene il dottor Lecter.
L'unica volta in cui lo vediamo in abito civile è negli ultimi secondi del film, e è una scena che vale il prezzo del biglietto da sola. Siamo alle Bahamas — o qualcosa di simile, un paradiso tropicale anonimo e abbagliante. Lecter è libero, sfuggito a tutto e a tutti, ed è finalmente se stesso: abito color sabbia, probabilmente di lino, cappello a tesa larga, occhiali da sole. Elegantìssimo. Chiama Clarice al telefono per congratularsi della sua laurea all'Accademia dell'FBI, e prima di riattaccare le dice, con quella voce piana e letale: «Vorrei che potessimo parlare più a lungo, ma sto per avere un vecchio amico per cena.» Poi chiude la comunicazione e segue il dottor Chilton — il suo aguzzino nel manicomio — tra la folla. Il cerchio si chiude. L'eleganza torna. E con essa, l'orrore più raffinato del cinema.
Hannibal Lecter nasce da HAL 9000. E non è un caso
Hopkins ha costruito il personaggio ispirandosi, lo ha dichiarato lui stesso, a HAL 9000, il computer assassino di 2001: Odissea nello spazio di Kubrick: quella voce piana, quella logica implacabile, quell'assenza totale di emozione visibile. Poi ci ha aggiunto qualcosa di Truman Capote — eleganza eccentrica, ironia affilata come un bisturi — e ha fatto a meno della maschera di Charles Manson che alcuni si aspettavano. Il risultato è un essere umano che sembra quasi normale finché non apri la bocca e chiedi qualcosa di sbagliato.
C'è anche un'altra fonte, meno citata: Christopher Fettes, un insegnante severo che ebbe Hopkins alla Royal Academy of Dramatic Art. «Aveva una voce tagliente e ti faceva a pezzi», ha raccontato Hopkins. «La sua analisi di ciò che facevi era così precisa; è un metodo che mi è rimasto impresso per tutta la vita.» Lecter, in fondo, è anche questo: il professore più brillante che tu abbia mai avuto, quello che ti demoliva in sei secondi e ti lasciava convinto di averlo meritato.
Il silenzio degli innocenti è il film di Jodie Foster
Si parla sempre di Hopkins, giustamente, ma Il silenzio degli innocenti è il film di Jodie Foster. È lei il punto di vista, è lei che porta lo spettatore dentro quella spirale discendente di orrore e necessità. E Foster lo sa benissimo, tant'è che costruisce Clarice Starling come un'architettura di contenimento: voce lenta, dizione precisa, nessuna contrazione nel parlato perché Clarice cerca di sembrare più istruita di quanto non sia, più forte di quanto si senta.
Michelle Pfeiffer aveva rifiutato il ruolo, troppo nervosa per l'argomento. Meg Ryan pure. Demme non voleva Foster, che aveva appena vinto un Oscar per Sotto accusa e sembrava — a torto — troppo grande per il personaggio. Alla fine cede, e dichiarà anni dopo: «Mi sono innamorato follemente di lei.» Il secondo Oscar per Foster, il primo (e unico, a oggi) Oscar come miglior film per un film horror. Due primati che resistono.
La scena nell'ascensore, all'inizio del film, dice tutto: Clarice entra e si trova circondata da colleghi dell'FBI, tutti uomini, tutti più alti di lei. La telecamera la guarda dal basso. Foster non dice una parola. Non serve. Quella vergogna silenziosa, quella determinazione compressa, quella fame di dimostrare qualcosa — è tutta lì, nei due secondi in cui aspetta che le porte si aprano. Come scrisse una volta Fitzgerald: «Mostrami un eroe e ti scriverò una tragedia.» Clarice Starling è entrambe le cose.
Il segreto degli agnelli che urlano in Il silenzio degli innocenti
Il cuore del film è un baratto. Lecter offre informazioni su Buffalo Bill in cambio di rivelazioni personali su Clarice. «Quid pro quo, Clarice.» Non denaro, non privilegi (beh, quelli anche), ma dolore. I tuoi ricordi più scomodi in cambio della mia collaborazione. È la struttura narrativa di ogni grande romanzo gotico — c'è Faust, c'è Dorian Gray, c'è il patto col diavolo nelle infinite varianti — trasformata in dialogo poliziesco.
E gli agnelli. Gli agnelli che urlano. Clarice racconta a Lecter di quando, bambina, svegliatasi di notte nella fattoria di un parente nel Montana, sentì gridare gli agnelli destinati al macello e cercò di salvarli. Non ci riuscì. Quel grido è ancora dentro di lei: «Hanno smesso di urlare, gli agnelli?» le chiederà Lecter nell'ultima telefonata dalle Bahamas. Come il terrore, d'altronde, non si cattura mai del tutto.
Howard Shore, che firma la colonna sonora, non a caso intitola un brano Agnelli urlanti. La registrò a Monaco con l'Orchestra Sinfonica locale durante l'estate del 1990, cercando — come spiegò lui stesso — musica che si integrasse nel tessuto del film fino a diventare invisibile. Funzionò. Non la senti quasi, la musica di Shore. Ma quando riguardi il film senza di essa, capisci che era lei a tenerti il respiro corto.
Il silenzio degli innocenti: 5 Oscar e un record mai battuto
Il 14 febbraio 1991, giorno di San Valentino, la Orion Pictures distribuì Il silenzio degli innocenti negli Stati Uniti. Una scelta di marketing che può sembrare bizzarra — portare la propria fidanzata a vedere un film sull'antropofagia romantica è una mossa che richiede un certo coraggio — ma che si rivelerà profetica. Il film restò in testa al box office americano per cinque settimane consecutive, incassando alla fine oltre 272 milioni di dollari con un budget di 19 milioni. In Italia usciì il 5 marzo dello stesso anno.
Agli Oscar dell'anno successivo, il film si aggiudicò i cinque premi principali: miglior film, miglior regia (Demme), miglior attore (Hopkins), miglior attrice (Foster), miglior sceneggiatura non originale (Ted Tally). Era successo soltanto altre due volte nella storia: con Accadde una notte nel 1934 e con Qualcuno volò sul nido del cuculo nel 1975. È rimasto un primato assoluto nel genere horror: nessun altro film di paura ha mai vinto il premio come miglior film. Nessuno. In ottantaquattro edizioni degli Academy Awards.
Edward Saxon, co-produttore del film e socio storico di Demme, ha confessato: «Non lo consideravamo un'opera di prestigio. Pensavamo di aver realizzato un film divertente. Non avevamo la minima idea che saremmo finiti ai premi a fine anno.» È la migliore definizione di capolavoro involontario che abbia mai letto.
Il silenzio degli innocenti ha cambiato il thriller per sempre
Ci sono film che spaventano con i salti sulla sedia, i violini stridenti, le mani che escono dagli armadi. Passano gli anni e diventano ridicoli, rassicuranti persino. Il silenzio degli innocenti non funziona così. Il suo orrore è cerebrale, è dialogico, è relazionale. Ha a che fare con la violazione della psiche, non del corpo. Lecter non ti attacca fisicamente (quasi mai): ti studia, ti classifica, ti smonta e ti rimonta secondo le sue categorie.
Nel 2017, quando il film tornò nelle sale britanniche, il British Board of Film Classification lo riclassificò da vietato ai minori di 18 anni a vietato ai minori di 15. Il motivo, secondo Craig Lapper del BBFC, è che il pubblico non si era desensibilizzato alla violenza, ma si era semplicemente abituato al serial killer come tropo narrativo — una categoria che Il silenzio degli innocenti aveva contribuito in modo determinante a creare. In altre parole: il film aveva cambiato il genere a tal punto che il genere, trent'anni dopo, sembrava normale. Questo si chiama influenza.
Roger Ebert lo insertì nella sua lista dei Grandi Film, accanto a Nosferatu, Psycho e Halloween. L'American Film Institute ha nominato Hannibal Lecter il villain più grande nella storia del cinema americano. Clarice Starling è al sesto posto tra gli eroi. Sono entrambi nello stesso film. Non era mai successo prima.
Trump cita Hannibal Lecter: l’impatto del film oggi
C'è un episodio che la dice lunga sulla penetrazione culturale di questo film. Durante la campagna presidenziale americana del 2024, Donald Trump ha citato ripetutamente Hannibal Lecter in riferimento all'immigrazione e parlandone come se fosse reale. Anthony Hopkins ha dichiarato di essere «scioccato e inorridito». Edward Saxon è stato più puntuale: «Paragonare persone che cercano una vita migliore ad Hannibal Lecter è una delle cose più perverse che siamo riusciti a concepire nel film.»
Il film ha generato un franchise: il sequel Hannibal (2001, con Hopkins ma senza Foster e senza Demme, che rifiutarono entrambi per via dell'eccesso di violenza), il prequel Red Dragon (2002), Hannibal Rising (2007), e due serie televisive, tra cui l'ottima Hannibal (2013-2015) con Mads Mikkelsen in una delle interpretazioni più raffinate della storia della televisione americana. Ma nessuno, nessuno ha mai eguagliato l'originale.
La Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti lo ha ritenuto «culturalmente, storicamente ed esteticamente significativo» e lo ha inserito nel National Film Registry nel 2011. Empire lo ha classificato 48° nella lista dei 500 migliori film di tutti i tempi. Persino il poster originale — quella farfalla testa di morto che emerge dalla bocca di Jodie Foster — è stato nominato miglior poster cinematografico degli ultimi 35 anni ai Key Art Awards del 2006
Perché Il silenzio degli innocenti va visto al cinema oggi
C'è un motivo per cui Il silenzio degli innocenti va visto — o rivisto — in sala, in questi tre giorni di grazia cinematografica. Non è soltanto il formato, non è soltanto il suono amplificato di quella colonna sonora di Howard Shore che ti entra nelle ossa. È che certe esperienze richiedono il buio condiviso. Il terrore, per funzionare davvero, ha bisogno di testimoni.
Bergman diceva che «nessun'arte passa la nostra coscienza come il cinema, che va diretto alle nostre sensazioni, fino nel profondo, nelle stanze scure della nostra anima.» Non aveva torto. Ma ci sono film che quelle stanze le illuminano di luce al neon, come la cella di Lecter: bianca, fredda, chirurgica. E non puoi più smettere di vedere ciò che c'è dentro.
Clarice Starling scende nel seminterrato di Buffalo Bill senza sapere dove si trova, con la pistola, al buio, mentre Bill la vede attraverso i visori notturni. È una delle sequenze più angoscianti mai girate. Non perché ci sia molto sangue. Ma perché Demme rovescia il punto di vista: per un attimo vediamo attraverso gli occhi del predatore. E per quel momento, siamo lui.
Portate qualcuno che non l'ha mai visto. Preparatevi a rispondere alla domanda: «Ma come fa ad essere ancora così spaventoso?»
La risposta arriva dalle Bahamas, in abito color sabbia, con un cappello a tesa larga e gli occhiali da sole. «Vorrei che potessimo parlare più a lungo, ma sto per avere un vecchio amico per cena.»
Trentacinque anni. E gli agnelli non hanno ancora smesso di urlare.
Se Il silenzio degli innocenti fosse un drink, sarebbe un Negroni
«Il vino è la prova intellettuale che Dio ci ama e vuole vederci felici.»
Benjamin Franklin
Il che non esclude che il diavolo abbia le sue preferenze in materia di distillati.
Se Il silenzio degli innocenti fosse un cocktail, sarebbe un Negroni. Non c’è altra risposta possibile, e non accetto repliche.
Partiamo dagli ingredienti: gin, vermouth rosso, Campari, in parti uguali. Tre elementi apparentemente inconciliabili che però, mescolati con la giusta proporzione e il giusto ghiaccio, producono qualcosa di straordinario e vagamente inquietante. Esattamente come il film: Demme alla regia (il gin, secco e strutturato), Foster nel ruolo di Clarice (il vermouth, complesso, con note amare che emergono lentamente), Hopkins nei panni di Lecter (il Campari, rosso sangue, amaro, impossibile da ignorare). Nessuno dei tre funzionerebbe da solo. Insieme sono qualcosa che non si dimentica.
Il Negroni è elegante ma non rassicurante. È il cocktail che ordina chi sa quello che vuole, chi non ha bisogno di spiegazioni, chi ti guarda dall’altro lato del bancone con un’espressione che dice tutto senza dire nulla. È il cocktail di Hannibal Lecter, senza ombra di dubbio — anche se lui, naturalmente, preferirebbe un buon Chianti Classico. Riserva. Magari abbinato a qualcosa che è meglio non chiedere.
Si serve in un bicchiere old fashioned, con ghiaccio a sfera — non tritato, mai tritato, per carità — e una scorza d’arancia espressa sul bordo. La scorza è fondamentale: quel gesto preciso, quasi chirurgico, con cui si torcono gli oli essenziali sopra il bicchiere prima di passarla sul bordo, ricorda moltissimo il modo in cui il dottor Lecter sistema i propri pensieri prima di rispondere. Con cura. Con precisione. Con un piacere che non osa definire il proprio nome.
Si beve lentamente. Non è un drink da sbrigare. È un drink da meditare, da tenere in mano mentre fuori è buio e dentro fa caldo e sul grande schermo una giovane agente dell’FBI sta per scendere i gradini di un seminterrato che non avrebbe mai dovuto avvicinare. Sorseggiatelo pure. Ma non mettete giù il bicchiere durante quella scena. Vi trema la mano.