Mario Adorf morto, addio al grande attore del cinema europeo amato in Italia

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

©Getty

Mario Adorf, nato a Zurigo l'8 settembre 1930 da padre calabrese e madre tedesca, è morto a Parigi l'8 aprile 2026 a 95 anni. Interprete svizzero di formazione tedesca e cuore italiano, ha attraversato sei decenni di cinema europeo con una versatilità rara: dal poliziottesco italiano ai capolavori d'autore di Schlöndorff e Fassbinder, dai western di Cinecittà a Billy Wilder. Ci ha lasciato un attore, noto per i ruoli da villain, ma dall'anima buona

È morto Mario Adorf. E con lui se ne va uno degli ultimi grandi volti del cinema europeo.” 

C'è qualcosa di beffardo nella data scelta dal destino. Mario Adorf se n'è andato l'8 aprile 2026 — lo stesso giorno in cui, esattamente sessantacinque anni prima, Luigi Comencini girava le ultime riprese di A cavallo della tigre, il film che aprì al grande pubblico italiano la porta di quel volto sgraffiato, quelle mascelle larghe, quegli occhi capaci di comunicare minaccia e malinconia nello stesso preciso istante. Parigi, la città che lo aveva accolto negli ultimi anni, lo ha trattenuto per sempre. Aveva 95 anni. Una vita intera, vissuta con la stessa esuberante intensità con cui abitava ogni personaggio.

La notizia ha fatto il giro del mondo con quella velocità crudele che ha il necrologio di chi era già da tempo avvolto nel mito. Ma chi scrive non riesce a pensare a Adorf come a una statua da commemorare. Mario Adorf era carne, voce, fisicità. Era un attore nel senso più antico e nobile del termine: uno che sale sul palco — o davanti a una macchina da presa — e ci lascia qualcosa di sé, qualcosa che non si riprende più.

Chi era Mario Adorf: origini, infanzia e formazione tra Svizzera, Germania e Italia

La storia di Mario Adorf comincia come una di quelle sceneggiature che un produttore ordinario avrebbe respinto per eccesso di romanticismo. Nato a Zurigo l'8 settembre 1930 da Alice Adorf, infermiera tedesca, e da Matteo Menniti, chirurgo calabrese già sposato, il piccolo Mario cresce nell'irregolarità affettiva di chi ha le radici sparse su tre paesi diversi. Svizzero di nascita, tedesco di lingua e formazione, italiano nell'anima e nella carriera. Una trinità geografica che, invece di disorientarlo, lo renderà straordinariamente libero.

Studia dalle suore borromee, poi all'Università di Magonza — dove pratica la boxe e recita in un gruppo teatrale — poi ancora a Zurigo, poi all'Accademia Otto Falkenberg di Monaco. Una formazione nomade che lo plasma come attore totale: il corpo disciplinato dal pugilato, la voce educata al teatro, la sensibilità affinata dal continuo attraversamento di culture. Come scriveva Stefan Zweig, «chi è di nessun luogo appartiene al mondo». E Mario Adorf appartenne, nel senso più pieno, al mondo del cinema europeo.

Mario Adorf attore: il cattivo più amato del cinema europeo

Il cinema lo scopre come villain. Robert Siodmak, nel 1957, lo sceglie per il ruolo del killer psicopatico in Ordine segreto del III Reich, e da quel momento Adorf diventa, suo malgrado, il cattivo per antonomasia. Per anni Hollywood — e poi Cinecittà — gli offrono quasi esclusivamente mascelle di ferro e sguardi minacciosi. Lui accetta, li interpreta con una maestria che lascia senza fiato, ma non si accontenta. Perché in quella fisicità da antagonista si nascondeva un'intelligenza attoriale capace di sfumature che i registi più attenti non tardarono a scoprire.

Fu Antonio Pietrangeli, regista colpevolmente dimenticato dal grande pubblico ma adorato dai cinefili, a intuire per primo le profondità di quell'attore dai lineamenti così duri. Con La visita (1963) e poi con il capolavoro assoluto Io la conoscevo bene (1965) — il film della povera Adriana, tragico ritratto di una ragazza distrutta dalla vacuità del mondo dello spettacolo — Pietrangeli estrasse da Adorf vene di tenerezza e di grottesco che nessuno aveva osato cercare. Era come aprire una roccia e trovare dentro una sorgente.

Mario Adorf e il cinema italiano: i film tra poliziottesco e commedia

Il rapporto tra Mario Adorf e il cinema italiano è una storia d'amore lunga quarant'anni, appassionata e proficua come poche. Dal 1961 fino agli anni Duemila, Cinecittà fu per lui una casa perennemente aperta, un porto che lo accoglieva tra un film tedesco e l'altro con quella calorosità tutta mediterranea che probabilmente rimandava alle origini calabresi del padre mai conosciuto.

Nel 1966 è lo Sciascillo di Operazione San Gennaro — il tirapiedi tontolone spalla di un magnifico Nino Manfredi nella commedia di Dino Risi — e dimostra un talento comico che molti non sospettavano. Nel 1970 Dario Argento lo vuole nel thriller che avrebbe cambiato per sempre il cinema di genere italiano: L'uccello dalle piume di cristallo. Nel 1972 arriva Fernando Di Leo e con lui i due capolavori del poliziottesco: Milano calibro 9 e La mala ordina, dove Adorf ha finalmente la rara opportunità di essere protagonista assoluto, doppiato dal grande Stefano Satta Flores.

Sono anni di produzione frenetica, vitalissima. Adorf gira con chiunque valga qualcosa: Valerio Zurlini (Le soldatesse), Sam Peckinpah (Sierra Charriba), Florestano Vancini (Il delitto Matteotti, dove interpreta Mussolini con un coraggio interpretativo notevole), Alberto Lattuada (Cuore di cane), Damiano Damiani (Io ho paura). Ogni film una sfida, ogni personaggio un mondo.

La carriera di Mario Adorf: rifiuti famosi e film mancati

La carriera di Mario Adorf è anche una storia di rifiuti clamorosi che fanno tremare i polsi solo a elencarli. Disse no a Uno, due, tre! di Billy Wilder. Disse no a Il Padrino di Francis Ford Coppola. Disse no al generale Mapache de Il mucchio selvaggio di Peckinpah, trovando il personaggio troppo violento. Tre no che sarebbero potuti diventare tre Oscar. Ma Adorf non era fatto per l'ambizione sfrenata: era fatto per la libertà.

E poi c'è la storia di Fitzcarraldo, il film maledetto di Werner Herzog che avrebbe dovuto cambiargli la vita. Adorf era nel cast, le riprese erano già al quaranta per cento quando Jason Robards si ammalò e Herzog fu costretto a ricominciare tutto da capo, sostituendo Robards con Klaus Kinski ed eliminando tutto il girato precedente. Una beffa del destino degna di una sceneggiatura sudamericana. Eppure anche da quella ferita professionale Adorf ricavò saggezza piuttosto che rimpianto: «Nel cinema, come nella vita, non sempre le cose più belle sono quelle che si vedono», disse una volta in un'intervista.

Il tamburo di latta e i grandi film: la consacrazione di Mario Adorf

Se esiste un'opera che incarna meglio di ogni altra la grandezza di Adorf nel cinema d'autore europeo, è Il tamburo di latta di Volker Schlöndorff (1979), adattamento del capolavoro di Günter Grass che vinse la Palma d'oro a Cannes e l'Oscar come miglior film straniero. Adorf vi interpreta Alfred Matzerath con una fisicità devastante, restituendo la brutalità borghese della Germania pre-nazista con una precisione quasi chirurgica. Lo stesso Schlöndorff lo aveva già diretto quattro anni prima ne Il caso Katharina Blum, accanto a Margarethe von Trotta, altro film fondamentale del Nuovo Cinema Tedesco.

E poi Rainer Werner Fassbinder, l'enfant terrible del cinema tedesco, lo dirige in Lola (1981), ultimo capitolo della Trilogia del dopoguerra tedesco, dove Adorf incarna la corruzione della ricostruzione postbellica con quella sua capacità unica di rendere tridimensionali anche i personaggi moralmente più compromessi. Anche Billy Wilder lo volle nel suo Fedora (1978). Un cerchio che si chiude con eleganza.

Mario Adorf vita privata e premi: dal Pardo d’oro ai riconoscimenti internazionali

Fuori dal set, Mario Adorf era, per chi ebbe la fortuna di incontrarlo,  un uomo di una semplicità disarmante e di una cultura vastissima, portata con leggerezza. Parlava tedesco, italiano fluente, francese, qualche traccia di quella Calabria paterna che non aveva mai conosciuto ma che sembrava abitare da qualche parte nel suo sorriso. Visse a lungo a Mayen, la città tedesca della Renania-Palatinato che nel 2001 gli conferì la cittadinanza onoraria, dove organizzava ogni anno il Burgfestspiele Festival. Nel 2010 ricevette la laurea honoris causa dall'Università di Magonza, lo stesso ateneo dove aveva studiato senza laurearsi sessant'anni prima. Una vendetta dolce e silenziosa.

Nel 2006 la trasmissione televisiva tedesca Unsere Besten lo proclamò secondo attore tedesco di tutti i tempi, dietro solo al leggendario Heinz Rühmann. Nel 2007 fu in giuria al Festival di Berlino. Nel 2016 il Festival di Locarno gli assegnò il Pardo d'onore alla carriera. Onorificenze accumulate con la stessa nonchalance con cui Humphrey Bogart accendeva una sigaretta: come se la cosa più naturale del mondo fosse meritarle.

Mario Adorf morto: l’eredità di un grande attore del cinema europeo

Adorf amava ripetere che il cinema è l'arte del presente, di quel momento irripetibile in cui la macchina da presa cattura qualcosa di vivo che non tornerà. Eppure il cinema è anche l'arte della sopravvivenza: e Mario Adorf sopravviverà a lungo in quei fotogrammi, in quel volto che il tempo non ha mai del tutto ammansito, in quella voce che sapeva essere tuono e sussurro a seconda di ciò che il personaggio richiedeva.

Sopravviverà in Luca Canali che cammina per i vicoli di Milano calibro 9 con quella dignità ferita di chi sa già come andrà a finire. Sopravviverà nello Sciascillo goffo e tenero di Operazione San Gennaro. Sopravviverà nel Matzerath de Il tamburo di latta, nel Mussolini de Il delitto Matteotti, nel commissario di La polizia ringrazia. Sopravviverà, soprattutto, in quella scena di Io la conoscevo bene in cui guarda Adriana e nel suo sguardo c'è tutto: il desiderio, la pietà, l'incapacità degli uomini di salvare le donne che amano.

Mario Adorf è stato, per usare le parole che Truffaut dedicava ai grandi attori, «uno di quelli che fanno credere al cinema». E chi fa credere al cinema, in fondo, non muore mai del tutto. Resta lì, proiettato su qualche schermo, con quella sua aria da cattivo che nasconde un cuore inutilmente grande. Come i migliori di noi.

Spettacolo: Per te