The Drama, recensione: Zendaya, Robert Pattinson e un amore incubo tra rom-com e thriller
CinemaIntroduzione
The Drama – Un segreto è per sempre è il film A24 con Zendaya e Robert Pattinson che trasforma una storia d’amore in un inquietante thriller psicologico, al cinema in Italia dal primo aprile. Ambientato a Boston, segue una coppia prossima al matrimonio la cui relazione implode dopo una confessione scioccante durante una cena tra amici. Da quel momento, il film cambia tono e diventa un viaggio disturbante tra verità, menzogne e identità. Zendaya offre una performance potente e ambigua, mentre Pattinson costruisce una lenta discesa nella paranoia. Diretto da Kristoffer Borgli, The Drama è uno dei film più discussi del 2026: scomodo, intenso e impossibile da dimenticare.
Quello che devi sapere
The Drama, la recensione del film con Zendaya e Robert Pattinson
«Matrimonio: manicomio», si cantava nei cortei italiani del 1969. Certo, i tempi cambiano, eppure il cinema — con la sua ostinata vocazione a svelarci quello che non vogliamo guardare — ha sempre saputo che le nozze nascondono qualcosa di perturbante, una bugia, un segreto, una colpa, un'ossessione covata sotto il vestito bianco.
Lo sapeva benissimo Robert Altman con *A Wedding* (1978), quella feroce commedia corale che smontava pezzo per pezzo la liturgia borghese del matrimonio come una Ikea al contrario. Lo sapeva Massimo Troisi con Pensavo fosse amore invece era un calesse (1991), titolo che è già da solo una sentenza. Lo sapeva Fritz Lang con *Dietro la porta chiusa*. E lo sa, con caustica e quasi crudele lucidità, il norvegese Kristoffer Borgli con The Drama – Un segreto è per sempre, l'opera più attesa — e più divisiva — del cinema indipendente del 2026, uscita nelle sale italiane in questi giorni sotto la prestigiosa egida della A24.
Una storia d’amore che nasconde qualcosa di oscuro
Il film comincia in una caffetteria di Cambridge, Massachusetts. Charlie (Robert Pattinson), curatore museale inglese trapiantato negli States, ha il libro sbagliato in mano — anzi, ha fotografato di nascosto la copertina del libro che stava leggendo Emma (Zendaya), editor letteraria, per poi fingersi lettore appassionato e attaccar bottone. Il volume in questione è The Damage di Harper Ellison, un titolo che non esiste: fiction nella fiction, menzogna nell'inganno. Borgli, con questo piccolo gesto, avverte lo spettatore con eleganza: qui niente è esattamente quello che sembra. Nessuno sarà del tutto onesto. Nemmeno te, che stai guardando.
Emma è sorda da un orecchio — dettaglio non casuale, quasi beckettiano — come se vivesse in perenne ascolto di due mondi simultanei: il chiacchiericcio mondano del quotidiano, il gossip, il tran tran da coppia borghese-millennial con appartamento arredato Glossier e poster di Ingmar Bergman in salotto; e poi il silenzio assordante dell'inconscio, della rimozione, della rabbia inespressa. Come avrebbe detto Mozart — e lo ricordava pure Borgli con un riferimento non esplicito ma percettibile — la calunnia è un venticello. Qui diventa un uragano.
La confessione che cambia tutto
Qualche sera dopo il loro idilliaco incontro, la coppia ormai prossima alle nozze cena con i migliori amici: Mike (Mamoudou Athie) e Rachel (Alana Haim). Si beve vino bianco macerato, si mangiano cose alla moda in locali alla moda, si fa il gioco di quelli che si credono adulti evoluti: «Qual è la cosa peggiore che tu abbia mai fatto?». Un classico della middle class americana che si vuole trasparente, vulnerabile, therapized.
Mike confessa. Rachel confessa. Charlie confessa. Poi arriva il turno di Emma. E lì il film deraglìa - nel senso più magnifico del termine - verso qualcosa che non ti aspetti.
Senza svelare il segreto — perché scoprirlo in sala ha il valore aggiunto del colpo di stomaco — possiamo dire che appartiene a quella categoria di confessioni tipicamente, visceralmente americane. Una storia che affonda le radici nell'infanzia louisianana di Emma, nei boschi, in un fucile, in una fantasia adolescenziale di violenza che richiama, in controluce, il fantasma sempre presente di Columbine, della National Rifle Association, di un paese — come ricordava Scorsese in Gangs of New York — nato nelle strade, spesso sporche di sangue. Emma aveva dodici anni. Forse è successo davvero. Forse è soltanto una storia che si è raccontata così tante volte da diventare vera. Come diceva Marlon Brando nell'Ultimo tango a Parigi: «È finita. D'accordo, una cosa finisce e poi ricomincia». E così Emma: ha finito di essere una bambina, è iniziata a essere qualcun altro.
I segreti, del resto, non esistono: sono una verità raccontata a una persona alla volta. Il problema è che forse non esiste nemmeno una verità unica in questo The Drama.
La macchina del disagio: Borgli e il suo cinema perturbante
Kristoffer Borgli è uno di quei rari autori — come Lars von Trier, come Michael Haneke, come un Albert Brooks scandinavo e senza pietà — che non ti imboccano mai. Con Sick of Myself (2022) aveva raccontato di una donna che si sfigurava per ottenere attenzione sui social. Con Dream Scenario (2023) aveva trasformato Nicolas Cage in un professore universitario che compare nei sogni di sconosciuti e finisce cancellato dalla cancel culture onirica. Con The Drama fa qualcosa di più subdolo: costruisce una trappola per topi che sembra un film romantico, ti ci fa sedere comodo, ti porta il popcorn, e poi chiude la porta.
Il film è costellato di rigurgiti narrativi e simbolici: vini bianchi macerati, donne che sniffano eroina sul marciapiede (la DJ del matrimonio, scoperta e licenziata in tronco con grande ipocrisia morale), gigli, promesse nuziali riscritte e cancellate in tempo reale su uno schermo — la parola «empatia» digitata e poi eliminata dal discorso di nozze di Charlie —, libri fotografici con bikini girls with machine guns (i Cramps avevano sempre visto lungo), sveltine in ufficio bruscamente interrotte dal senso di colpa. E poi le sequenze di flashback nella New Orleans invernale - in netto contrasto con la Cambridge autunnale e verdeggiante - dove una bambina corre nei boschi con il fucile del padre. Reale o immaginaria, quella scena è una delle più destabilizzanti dell'anno.
Zendaya sorprende con una performance da premiare
Parliamoci chiaro: Zendaya in questo film è da Oscar. Non è un'iperbole, è una constatazione. L'attrice nata a Oakland — già vincitrice di due Emmy per Euphoria, già magnetica in Challengers di Luca Guadagnino — costruisce Emma strato per strato, come un palinsesto. In superficie: la ragazza desiderabile, intelligente, innamorata, con quella qualità rara di sembrare assolutamente normale pur essendo straordinariamente bella. Sotto: un abisso. Emma è una persona che fin dall'infanzia non ha mai trovato la sua tribù, la sua comunità, fino a quando non l'ha incontrata in Charlie e nel suo gruppo di amici. Si è inventata storie di sé stessa come si inventano le novelle orali — quelle dei contadini non vedenti che inseguono mucche marroni nei campi del Sud — e le ha raccontate così bene da finire per crederci.
Zendaya gestisce questa doppiezza con una fisicità straordinaria: il corpo che trattiene, che si contrae, che vorrebbe tornare a essere quella bambina nei boschi prima che qualcuno le chiedesse conto di ciò che ha fatto — o immaginato di fare.
Robert Pattinson e la discesa nella paranoia
Robert Pattinson, dal canto suo, è un attore che ha costruito la sua seconda vita cinematografica sull'eccentricità: dal Bruce Wayne emo di The Batman al clone schizofrenico di Mickey 17 di Bong Joon Ho. Charlie sembra, all'inizio, un cambio di registro totale: è rigido, educato, leggermente represso con quella tipica riservatezza british che agli americani sembra charme e agli inglesi sembra codardia. Ma dopo la confessione di Emma, Pattinson inizia a tirare i fili del personaggio con tale intensità controllata da farlo diventare — progressivamente, inesorabilmente — comicamente, tragicamente squilibrato. Charlie è uno che si preoccupa di ciò che gli altri pensano. Sempre. E quando scopre che la donna dei suoi sogni ha un passato che potrebbe compromettere la sua immagine, il panico che lo invade è puro, cristallino, e persino lui stesso ne è sconvolto.
Il risultato è una delle sue interpretazioni più complete: romantica e grottesca, tenera e codarda, umana nel senso più imbarazzante del termine.
Il ruolo fondamentale degli amici nella crisi
Alana Haim — già rivelazione in *Licorice Pizza* di Paul Thomas Anderson — è Rachel, la migliore amica di Emma che diventa la sua nemesi più accanita. Incendiaria, spietata, moralmente intransigente con quella particolare ferocia di chi ha bisogno di sentirsi superiore. Una performance che potrebbe essere la migliore della sua carriera. Mamoudou Athie è Mike, l'esatto contrario: equilibrato, generoso, il tipo di uomo che cerca sempre di dare il beneficio del dubbio anche quando sarebbe più comodo non farlo. Insieme formano una coppia che è l'immagine speculare — e deformata — di Charlie ed Emma.
Menzione speciale a Zoë Winters nel ruolo della fotografa di matrimoni, che sembra una battuta a effetto incarnata, e a Jordyn Curet, straordinaria nei flashback come la piccola Emma.
Atmosfera, musica e tensione psicologica
L'anima sonora del film è opera di Daniel Pemberton, compositore britannico già artefice delle partiture di Spider-Man: Across the Spider-Verse e di Il processo ai Chicago 7. Registrata agli Abbey Road Studios di Londra — sì, quelli — la colonna sonora di *The Drama* è stata definita da più critici come «soffocante, ipnotica e profondamente disturbante». Percussioni tachicardiche, archi stridenti, dissonanze improvvise che materializzano sullo schermo le paranoie di Charlie e il silenzio assordante di Emma. La musica non commenta l'azione: la anticipa, la corrode, la trasforma. È uno dei lavori più riusciti dell'anno in questo campo.
La supervisione musicale è di Jemma Burns, che ha selezionato i brani con la stessa attenzione sartoriale con cui Katina Danabassis — già costumista di Euphoria e di Past Lives — ha vestito i personaggi: tutto perfetto in apparenza, tutto leggermente sbagliato nel dettaglio.
Un finale che divide e fa discutere
Il film è stato girato principalmente a Cambridge (Massachusetts) nell'autunno del 2024, con una settimana aggiuntiva a New Orleans per i flashback dell'infanzia di Emma. Borgli ha scelto Boston perché «è una città intima, storica e a misura d'uomo, più vicina nello spirito a una capitale scandinava che a una vasta metropoli americana». Il risultato è un film che respira in modo strano: non claustrofobico come un Polanski, non aperto come un Altman, ma qualcosa di intermedio — come una stanza in cui qualcuno ha lasciato la finestra socchiusa e non si capisce se stia entrando aria fresca o uscendo qualcosa di cattivo.
Il contrasto tra la Cambridge autunnale e ordinata e la New Orleans invernale e selvatica non è solo geografico: è la distanza tra chi Emma è diventata e chi Emma era. Tra la storia che racconta e quella che forse è successa davvero
Perché The Drama è uno dei film più importanti del 2026
The Drama inizia in una caffetteria — con un libro immaginario in mano, con una menzogna già in tasca — e finisce in una hamburgeria. Una nuova speranza, per citare Guerre stellari, o almeno così sembra. Come diceva Brando nell'*Ultimo tango*: una cosa finisce e poi ricomincia. Ma Borgli ha il coraggio di non dirci se quello che ricomincia è amore o soltanto abitudine. Se è perdono o soltanto stanchezza. Se Emma e Charlie meritano il loro lieto fine o se lo stanno soltanto recitando meglio degli altri.
E questa ambiguità — questa ostinata, coraggiosa, fastidiosa ambiguità — è il motivo per cui The Drama è il film più importante che vedrete in sala in questo 2026. Non il più comodo. Non il più rassicurante. Ma il più necessario.
Perché i segreti, come insegna Mozart — e come sa chiunque abbia mai amato davvero qualcuno — sono solo venticelli. Prima o poi diventano tempesta.