Chopin, Notturno a Parigi recensione: il genio romantico tra amore, scandali e malattia
CinemaDal 26 febbraio al cinema con Europictures, Chopin, Notturno a Parigi è il biopic diretto da Michał Kwieciński che racconta gli anni francesi di Fryderyk Chopin. La recensione del film con Eryk Kulm, che esegue personalmente le musiche del compositore, tra salotti aristocratici, eccessi mondani, amore con George Sand e la lotta contro la tubercolosi. Un ritratto intenso del genio romantico tra musica, celebrità e fragilità
Chopin, Notturno a Parigi: la musica come ultima verità
Parigi, 1835. Frédéric Chopin ha venticinque anni, il talento di un dio pagano e il corpo fragile di un malato cronico. È adorato dall’aristocrazia, richiesto nei salotti, celebrato come una star prima ancora che la parola “star” esistesse. Eppure, sotto il frac perfettamente tagliato, sotto i guanti immacolati e l’ironia brillante, cova una malinconia che nessuna festa può dissolvere.
Chopin, Notturno a Parigi, diretto da Michał Kwieciński e interpretato da Eryk Kulm, sceglie di raccontare proprio questo scarto: la distanza tra l’immagine pubblica del genio e il tumulto interiore dell’uomo. Non una biografia scolastica, ma un mosaico di momenti emotivi, quasi undici quadri che compongono un ritratto frammentato e pulsante.
Il film evita la trappola del monumento marmoreo. Il suo Chopin non è un santino romantico, ma un giovane affamato di vita, ossessionato dalla propria immagine, consapevole che Parigi è il centro del mondo e che per restarvi bisogna sedurre, conquistare, dominare.
Un dandy tra rivoluzione e colera
Kwieciński costruisce un affresco imponente della Parigi ottocentesca: carrozze, salotti illuminati a candele, balli sontuosi, appartamenti arredati con mobili preziosi. Il budget – tra i più alti della storia del cinema polacco – si vede tutto. La fotografia di Michał Sobociński lavora su contrasti caldi, su interni avvolgenti, su una luce che sembra sempre filtrare come un presagio.
Ma la Parigi del film non è solo eleganza. È una città attraversata da epidemie, superstizioni, tensioni sociali. Il colera incombe come un’ombra collettiva, mentre la tubercolosi divora lentamente il protagonista. La malattia non è un semplice dato biografico: è il controcanto costante della musica, la Morte che duella con l’Arte per il possesso dell’anima di Chopin.
Il regista lo ha dichiarato chiaramente: amore, musica e malattia sono le tre forze che si contendono il suo destino. Il film si muove dentro questa triade con coerenza visiva e narrativa, anche quando indulge in una certa insistenza simbolica.
Eryk Kulm: corpo e pianoforte
Il cuore del film è Eryk Kulm. Non si limita a interpretare Chopin: lo attraversa fisicamente. Ha studiato il pianoforte per mesi, ha eseguito personalmente i brani presenti nel film, ha trasformato il proprio corpo per restituire la fragilità del compositore. E si sente.
Le scene musicali non sono numeri da concerto, ma momenti di tensione psicologica. Il pianoforte non è spettacolo, è confessione. Kulm lavora per sottrazione: sguardi trattenuti, ironia improvvisa, scatti di irritazione, vulnerabilità che affiora quando la maschera sociale si incrina.
Il suo Chopin è seducente senza essere compiaciuto, brillante ma sempre sull’orlo del crollo. Non un martire, ma un uomo che rifiuta di rallentare mentre la vita gli scivola tra le dita.
George Sand e l’amore come campo di battaglia
La relazione con George Sand (interpretata da Joséphine de La Baume) rappresenta uno dei nuclei emotivi più forti del film. Non è un amore rassicurante, ma un legame complesso, intellettuale e carnale insieme, fatto di attrazione e distanza.
Sand non vuole possedere Chopin, ma neppure perderlo. Lui si muove tra bisogno di protezione e desiderio di autonomia. Il film suggerisce che l’amore, per Chopin, sia un’energia da trasformare in musica più che da vivere fino in fondo. La passione diventa materia sonora, non consolazione.
In questo senso, Notturno a Parigi è un film sulla sublimazione: tutto ciò che non può essere vissuto pienamente viene trasfigurato in composizione.
La musica (anche elettronica) come frattura
Una scelta che divide è l’uso di musica contemporanea ed elettronica in alcune sequenze. L’intento è evidente: rompere la patina da costume, suggerire che la modernità di Chopin non è confinata nel XIX secolo. È una decisione rischiosa. In alcuni momenti funziona, crea uno scarto interessante; in altri rischia di spezzare l’immersione storica.
Ma la scommessa è chiara: sottrarre Chopin alla teca museale. Restituirlo come figura pop, quasi una rockstar ante litteram, capace di incendiare i salotti come oggi si incendiano i palchi.
Il genio e l’immagine
Uno degli aspetti più riusciti del film è la riflessione sull’immagine pubblica. Chopin come imprenditore di sé stesso, come stratega della propria ascesa sociale. Gli abiti, i guanti, la cura maniacale dell’ordine, la scelta di suonare in ambienti intimi per creare leggenda: tutto diventa parte di un progetto.
Non è solo ispirazione romantica. È consapevolezza del mercato culturale. In questo, il film è sorprendentemente contemporaneo. Racconta un artista che sa vendersi, che costruisce il proprio mito, che comprende che il talento, da solo, non basta.
Un biopic che guarda all’anima
Non è un film leggero, né vuole esserlo. È un’opera che tenta di entrare nella psiche di un artista, di mostrare la crepa sotto la superficie levigata. Non sempre riesce a evitare la retorica del genio tormentato, ma trova autenticità nella performance del protagonista e nella ricostruzione storica rigorosa.
Alla fine, ciò che resta non è tanto la cronologia degli eventi, quanto l’idea che per Chopin la musica fosse l’unica verità possibile. Tutto il resto – amori, feste, applausi – era rumore di fondo.
E quando la malattia avanza, quando il tempo si contrae, non rimane che il pianoforte. Non rimane che quel gesto ripetuto, ostinato, fragile e potentissimo: mettere l’anima in una nota.
Chopin, Notturno a Parigi è un biopic monumentale e ambizioso che prova a restituire il genio non come reliquia, ma come uomo diviso tra luce e ombra. Non sempre perfettamente equilibrato, ma attraversato da una tensione sincera verso la verità emotiva del suo protagonista.
E in un’epoca che consuma rapidamente i propri idoli, ricordare che un ragazzo di venticinque anni riuscì a trasformare la propria fragilità in eternità sonora non è poco.