Venerdì 13: l’ordine in cui guardare i 12 film e il segreto dell’eterno ritorno di Jason

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

©Getty

Introduzione

Dal campeggio maledetto di Crystal Lake allo spazio profondo, la saga di Venerdì 13 ha trasformato Jason Voorhees in una delle icone assolute dell’horror. Ma in che ordine guardare tutti i 12 film? Tra sequel, resurrezioni soprannaturali, crossover e remake, la timeline è tutt’altro che lineare. Ecco l’ordine di uscita e l’ordine cronologico completo per capire davvero come nasce, cambia e ritorna il mito della maschera da hockey.

Quello che devi sapere

La costruzione del mito: Jason come rito narrativo

Ogni saga horror crea un mostro. Venerdì 13 ha creato un rito.

Quando esce nel 1980 non nasce come franchise ma come dispositivo narrativo reattivo: intercetta il successo di Halloween, ma sposta il baricentro. Non è la forma a contare, ma la ripetizione. Crystal Lake non è solo un luogo: è uno spazio rituale.

Il primo film costruisce un meccanismo morale — colpa, punizione, rimozione — che si ripeterà ossessivamente. In questo senso, la saga di Venerdì 13 non è lineare ma circolare: ogni capitolo non aggiunge un evento, ma riattiva un trauma.

Jason Voorhees non è semplicemente un villain slasher. È una figura liminale.
Non appartiene del tutto alla vita, ma nemmeno alla morte. Non evolve: sedimenta.

Dal punto di vista teorico, la saga attraversa tre fasi:

  1. Fase umana (1980–1984) – il trauma come vendetta.
  2. Fase mitologica (1986–1993) – il trauma come entità immortale.
  3. Fase meta-iconica (2001–2009) – il trauma come marchio culturale.

Guardare tutti i film della saga significa osservare l’horror industriale trasformare un assassino in archetipo.

Quanti film sono di Venerdì 13?

La saga conta 12 film ufficiali, dal 1980 al 2009.
Include:

  • 8 capitoli numerati originali

  • 1 film di transizione (Jason va all’inferno)

  • 1 film futuristico (Jason X)

  • 1 crossover (Freddy vs Jason)

  • 1 remake (2009)

Non esistono serie TV ufficiali canoniche attualmente integrate nella timeline cinematografica.

 

pubblicità

Venerdì 13 (1980)

Prima di diventare una maschera, Jason Voorhees è un vuoto.
Il primo Venerdì 13, diretto da Sean S. Cunningham e interpretato da Betsy Palmer, Adrienne King e Kevin Bacon, non racconta la storia di un killer immortale, ma di un trauma che non è mai stato elaborato. Camp Crystal Lake è un luogo sospeso: ogni tentativo di riaprirlo riattiva qualcosa che nessuno vuole davvero nominare. I ragazzi che arrivano non stanno entrando in un territorio ostile, ma in una memoria rimossa.

Il film gioca proprio su questo. Per gran parte della durata non esiste un mostro identificabile: esiste uno sguardo. L’assassino non ha volto, non ha identità, è una presenza fuori campo che appartiene più alla colpa che all’orrore. Lo slasher qui è ancora vicino al thriller psicologico — l’idea che qualcuno stia punendo chi dimentica.

Quando la verità emerge, cambia il senso dell’intera storia: Pamela Voorhees non uccide per follia ma per conservazione. Vuole impedire al mondo di andare avanti come se nulla fosse accaduto. Il lago non è maledetto: è memoria.

Jason compare solo alla fine, in un’apparizione improvvisa e quasi irreale. Non è ancora il protagonista della saga ma la sua conseguenza: il trauma che riemerge quando si prova a seppellirlo.
Tutto ciò che verrà dopo — maschera, machete, immortalità — nasce da quel momento. Non dalla violenza, ma dall’impossibilità di chiudere una ferita

L’assassino ti siede accanto (1981)

Con il secondo film la saga cambia natura: non è più il racconto di un trauma, ma della sua sopravvivenza.
Diretto da Steve Miner, il film compie un gesto semplice e radicale: prende la figura intravista alla fine del primo capitolo e la rende reale. Jason non è morto, non è mai stato davvero sepolto. È cresciuto nei boschi attorno al lago, come se il luogo stesso lo avesse allevato.

Non ha ancora la maschera — usa un sacco di iuta — e proprio per questo appare più umano e inquietante. Non è il mostro iconico che diventerà: è una presenza territoriale, quasi animale. Difende Crystal Lake non per sadismo ma per continuità. Uccidere significa impedire che la normalità torni a esistere.

Il film introduce anche un altro elemento destinato a restare: la memoria del racconto. I personaggi parlano della leggenda prima ancora di incontrarla, trasformando Jason in qualcosa che precede la sua apparizione. La paura nasce dall’attesa.

Qui si definisce davvero la formula narrativa che accompagnerà tutta la saga — nuovi ragazzi, nuova apertura del campeggio, nuovo massacro — ma più che ripetizione è rituale.
Jason non colpisce persone: colpisce tentativi di dimenticare.

pubblicità

Week-end di terrore (1982)

Il terzo capitolo segna il passaggio definitivo da personaggio a icona. Ancora diretto da Steve Miner, introduce l’elemento visivo destinato a superare il film stesso: la maschera da hockey.
Non nasce come simbolo ma come oggetto trovato — ed è proprio questa casualità a renderla perfetta. Copre il volto, annulla l’espressione, trasforma Jason in superficie pura. Da quel momento non serve più mostrarlo: basta riconoscerlo.

Il film abbandona quasi del tutto il mistero e abbraccia il meccanismo dello slasher. Non si tratta più di scoprire chi sia l’assassino, ma di osservare come si muove nello spazio. Porte, finestre, corridoi, lago: tutto diventa territorio di caccia. La tensione non è psicologica ma fisica.

La maschera cambia anche il rapporto con lo spettatore. Jason non è più qualcuno da temere ma da aspettare. Ogni entrata in scena diventa anticipazione, ritmo, promessa.
È qui che la saga smette di raccontare un evento e comincia a costruire un mito visivo 

Capitolo finale (1984)

Diretto da Joseph Zito e interpretato, tra gli altri, da un giovanissimo Corey Feldman, questo episodio prova a riportare la saga a terra. Il tono si fa più cupo, la violenza più concreta, e per la prima volta emerge l’idea che Jason possa davvero essere fermato.

Tommy Jarvis non è la solita vittima: è qualcuno che osserva, capisce e agisce. Il suo confronto con Jason non è solo fisico ma simbolico — l’infanzia che rifiuta di ereditare l’incubo degli adulti.
Il film tenta di chiudere il ciclo mostrando il killer come un corpo vulnerabile, non come una forza eterna.

Ma proprio questa volontà di fine rivela il paradosso della saga: più Jason muore, più diventa necessario che torni. Il successo del film impedisce la conclusione promessa.

Il “capitolo finale” non è una chiusura, ma l’inizio della sua immortalità narrativa.

pubblicità

Il terrore continua (1985)

Dopo aver provato a chiudere la storia, la saga compie un gesto curioso: toglie Jason ma lascia intatto il suo effetto. Diretto da Danny Steinmann, il film segue Tommy Jarvis ormai adolescente, incapace di distinguere memoria e realtà. Gli omicidi ricominciano, ma qualcosa appare diverso: la violenza sembra imitazione più che ritorno.

Il capitolo lavora su un’idea inquietante — Jason non è solo un individuo ma un ruolo disponibile. Chiunque può indossare la maschera, chiunque può continuare la storia. Il trauma diventa comportamento, il comportamento tradizione.

È l’episodio più controverso proprio perché mette in dubbio l’esistenza stessa del mostro: la paura non dipende più dal suo corpo ma dal bisogno collettivo di farlo tornare- Per la prima volta la saga suggerisce che Jason esiste perché qualcuno ha bisogno che esista.

Jason vive (1986)

Con la regia di Tom McLoughlin la serie cambia definitivamente genere. Jason non sopravvive: ritorna. Un fulmine lo resuscita e il realismo finisce.
Da questo momento è un’entità. Non sanguina, non fugge, non reagisce — avanza.

Il film introduce anche un tono ironico e consapevole. Personaggi e situazioni sembrano sapere di essere dentro uno slasher, e proprio questa coscienza rende Jason più astratto: non è più un uomo che uccide, è la morte che visita.

Tommy Jarvis diventa il suo antagonista permanente, non per forza ma per memoria. Solo chi ricorda può opporsi.
È qui che la saga smette di parlare di vendetta e inizia a parlare di inevitabilità 

pubblicità

Il sangue scorre di nuovo (1988)

Diretto da John Carl Buechler e interpretato per la prima volta da Kane Hodder nel ruolo di Jason, il film entra nel fantastico puro. Una ragazza dotata di poteri telecinetici libera involontariamente il killer dal lago e lo affronta.

Non è più caccia ma confronto: due anomalie nello stesso spazio. Jason non è soltanto un assassino ma una presenza elementare, come acqua o tempesta.
Il corpo pesante e lento creato da Hodder definisce il personaggio per sempre — non corre perché non deve farlo. Arriva comunque.

La saga diventa quasi favola oscura: il mostro non appartiene alla realtà, la attraversa 

Incubo a Manhattan (1989)

Il titolo promette una città ma racconta soprattutto un’idea: Jason può esistere ovunque.
Diretto da Rob Hedden, sposta l’azione fuori da Crystal Lake e dimostra che il luogo non era mai il vero centro della saga.

La metropoli non cambia il personaggio — è lui a rendere ogni spazio identico. Nave, strada, vicolo: tutto diventa estensione del lago.
Jason non protegge più un territorio, è il territorio.

Il mito locale diventa figura universale 

pubblicità

Jason va all’inferno (1993)

La reinvenzione più radicale. Diretto da Adam Marcus, distrugge il corpo di Jason e conserva la sua essenza. Il killer diventa presenza che passa da un corpo all’altro, come una malattia narrativa.

La saga sfiora l’horror demoniaco e amplia la genealogia dei Voorhees: il male non è più evento ma eredità.
Nel finale compare il guanto di Freddy Krueger che trascina via la maschera, annunciando un incontro inevitabile

Jason entra ufficialmente nel pantheon dei mostri immortali.

Jason X (2001/2002)

Diretto da James Isaac e interpretato ancora da Kane Hodder, porta la saga dove nessun horror slasher era mai arrivato davvero: nello spazio. Non è solo un espediente spettacolare, è una conseguenza logica. Dopo aver resistito alla morte, alla scienza e perfino all’inferno, Jason non può più essere confinato a un luogo. Il tempo stesso diventa irrilevante.

Nel futuro l’umanità ha abbandonato la Terra, ma il personaggio continua a esistere. Viene studiato, congelato, analizzato come fenomeno biologico — e ogni tentativo di razionalizzarlo fallisce. La trasformazione in cyborg non è un potenziamento, è la prova definitiva che Jason non appartiene né al corpo né alla materia: può essere ricostruito perché non è mai stato davvero distrutto.

Il film appare spesso come parodia, ma in realtà espone con chiarezza la natura del personaggio. Jason non è un assassino realistico né una creatura soprannaturale: è una funzione narrativa.
Quando tutto cambia — epoca, tecnologia, umanità — lui resta. Non può morire perché non è vivo.

pubblicità

Freddy vs Jason (2003)

Con la regia di Ronny Yu e il ritorno di Robert Englund accanto a Ken Kirzinger, la saga smette di essere autonoma e diventa sistema. Non racconta più una storia, ma un incontro tra miti. Il mostro dei sogni e quello della materia condividono finalmente lo stesso spazio narrativo.

Freddy ha bisogno della paura per esistere e usa Jason per riattivarla. Ma l’idea stessa di manipolare Jason si rivela impossibile: non ha coscienza, non ha obiettivi, non ha ego. Non può essere alleato né nemico, solo presenza.
Lo scontro quindi non è davvero competizione ma incompatibilità: uno vive nell’immaginazione, l’altro nella fisicità assoluta.

Il film rifiuta deliberatamente un vincitore perché la vera conclusione è un’altra. Jason e Freddy non si eliminano — si legittimano.
L’horror diventa universo condiviso, mitologia moderna in cui i mostri non appartengono più ai singoli film ma alla memoria collettiva.

 

Venerdì 13 (2009)

Il reboot diretto da Marcus Nispel, con Derek Mears nel ruolo di Jason e Jared Padalecki tra i protagonisti, compie un movimento opposto rispetto ai sequel: invece di espandere il mito, lo comprime. Torna al principio, ma con la consapevolezza accumulata negli anni.

Jason non è più lo zombie eterno né l’entità cosmica: è un cacciatore. Corre, prepara trappole, osserva le vittime prima di colpire. La violenza non è rituale ma strategia, quasi survival horror.
Il film fonde elementi dei primi capitoli in un’unica linea narrativa, come se la leggenda fosse raccontata di nuovo da qualcuno che la conosce già.

Dopo decenni di mutazioni, il personaggio torna alla sua forma primaria: non un simbolo astratto ma una presenza concreta nello spazio naturale.
Jason non è tornato umano — è tornato credibile.
Qualcuno che non dovrebbe esserci, e proprio per questo continua a esserci.

 

pubblicità

ORDINE DI USCITA COMPLETO (1980–2009)

  1. Venerdì 13 (1980)

  2. Venerdì 13 – L’assassino ti siede accanto (1981)

  3. Venerdì 13 – Week-end di terrore (1982)

  4. Venerdì 13 – Capitolo finale (1984)

  5. Venerdì 13 – Il terrore continua (1985)

  6. Venerdì 13 Parte VI – Jason vive (1986)

  7. Venerdì 13 Parte VII – Il sangue scorre di nuovo (1988)

  8. Venerdì 13 Parte VIII – Incubo a Manhattan (1989)

  9. Jason va all’inferno (1993)

  10. Jason X (2001/2002)

  11. Freddy vs Jason (2003)

  12. Venerdì 13 (2009)

Totale film della saga: 12

ORDINE CRONOLOGICO DELLA STORIA

Origine

  • Venerdì 13 (1980)

  • L’assassino ti siede accanto (1981)

  • Week-end di terrore (1982)

  • Capitolo finale (1984)

Resurrezione

  • Il terrore continua (1985)

  • Jason vive (1986)

  • Il sangue scorre di nuovo (1988)

  • Incubo a Manhattan (1989)

Mito demoniaco

  • Jason va all’inferno (1993)

  • Freddy vs Jason (2003)

Futuro

  • Jason X (2001/2002)

Timeline alternativa

  • Venerdì 13 (2009)

 

pubblicità

Jason muore davvero nella saga?

No.

Ogni tentativo di eliminare il personaggio si traduce in reinvenzione:

  • Muore fisicamente (1984)

  • Viene imitato (1985)

  • Viene resuscitato (1986)

  • Viene distrutto e reincarnato (1993)

  • Viene congelato (2001)

  • Viene reimmaginato (2009)

La morte, nella saga, è solo un reset narrativo.

 

Curiosità

 

Elemento Dato
Numero totale film 12
Anno primo film 1980
Anno ultimo film 2009
Primo volto del killer Pamela Voorhees
Prima maschera da hockey 1982
Prima resurrezione soprannaturale 1986
Crossover ufficiale Freddy vs Jason
Reboot 2009

pubblicità

Jason e gli altri mostri: lo slasher come mitologia moderna

Nel panorama dello slasher americano, Jason non è un’eccezione ma una variazione sul mito. Come Michael Myers in Halloween o Freddy Krueger in Nightmare, anche Jason supera rapidamente il confine del proprio film d’origine e diventa figura autonoma dell’immaginario collettivo. La sua identità non dipende più dalla trama specifica, ma dalla ripetizione della sua presenza.

Eppure le differenze sono decisive. Michael incarna il male silenzioso e inesorabile, una forma quasi astratta dell’assenza di motivazione. Freddy, al contrario, è parola, ironia, sogno: esiste nella dimensione psichica e manipola la paura attraverso la personalità. Jason, invece, è pura materia. Non seduce, non spiega, non parla. Avanza. Il suo potere non sta nella psicologia ma nella fisicità assoluta, nel peso del corpo che occupa lo spazio.

Per questo diventa più grande del proprio film. Non è solo un personaggio ricorrente: è una funzione mitologica. Come le figure delle leggende popolari, può essere spostato nel tempo, nello spazio, persino nel futuro o in un crossover, senza perdere identità. Lo slasher, attraverso di lui, smette di essere semplice sottogenere e si avvicina a una forma di mitologia moderna, dove i mostri non appartengono a un racconto, ma a una memoria condivisa.

 

 

Il mostro che impedisce la fine

Alla fine della saga non resta tanto un personaggio quanto una funzione narrativa.

Jason non è il protagonista di Venerdì 13: è ciò che impedisce alle storie di finire.

Ogni film prova a chiudere il ciclo — ucciderlo, distruggerlo, spedirlo all’inferno, proiettarlo nel futuro — ma il risultato è sempre lo stesso: ritorna. Non perché sopravvive, ma perché la saga ha bisogno della sua presenza per esistere.

Per questo non esiste un ordine davvero giusto per guardare la serie.

L’ordine di uscita mostra come il cinema horror degli ultimi quarant’anni abbia trasformato la paura in icona. L’ordine cronologico, invece, racconta una leggenda impossibile da seppellire.

In entrambi i casi resta la stessa idea: alcune storie non si chiudono.

Aspettano soltanto che qualcuno torni nel posto sbagliato, nella notte sbagliata, nel giorno sbagliato.

Venerdì 13.

pubblicità