Tarantino Western: da Django a Hateful Eight, un libro che rilegge gli USA tra mito e film
CinemaPubblicato da Bietti Edizioni nella collana Fotogrammi, il saggio di Davide Gravina attraversa Django Unchained e The Hateful Eight per leggere il western come spazio politico e archivio dell’immaginario statunitense. Tra memorie rimosse, conflitti irrisolti e ritorni del passato nel presente, il cinema di Quentin Tarantino emerge come strumento critico capace di interrogare l’identità degli Stati Uniti, le sue fratture storiche e il rapporto tra potere, Storia e rappresentazione
Perché i western di Quentin Tarantino continuano a parlare così direttamente dell’America di oggi? E perché tornare all’Ottocento aiuta a leggere tensioni contemporanee legate a razza, potere e violenza?
Il saggio Tarantino western. Postmoderno storico e attualità USA di Davide Gravina parte da queste domande e usa il cinema come mezzo di interrogazione della Storia, più che come semplice illustrazione.
Pubblicato da Bietti Edizioni nella collana Fotogrammi, il libro attraversa Django Unchained e The Hateful Eight per leggere il western come spazio politico e archivio dell’immaginario statunitense. Tra memorie rimosse, conflitti irrisolti e ritorni del passato nel presente, il cinema di Quentin Tarantino emerge come dispositivo critico capace di interrogare l’identità degli Stati Uniti, le sue fratture storiche e il rapporto tra potere, Storia e rappresentazione.
Il cinema diventa, quindi, una forma attraverso cui una nazione racconta se stessa.
Il western come luogo sensibile
Il western è il punto in cui l’America ha imparato a darsi una forma. Prima ancora che un genere cinematografico, è un dispositivo narrativo — un meccanismo che organizza ruoli, spazi e significati — che assegna identità, stabilisce confini morali e definisce ciò che è legittimo.
Attraverso il western, l’America ha imparato a immaginarsi.
In Tarantino western, Davide Gravina attraversa questo immaginario come si attraversa un territorio instabile, seguendone le faglie più che le linee di superficie. L’analisi privilegia le zone di frizione rispetto a una mappa rassicurante.
Django Unchained e The Hateful Eight diventano luoghi di osservazione privilegiati. Film ambientati nell’Ottocento che parlano al presente perché riportano in circolo tensioni irrisolte: razza, dominio, violenza, appartenenza.
Il western tarantiniano emerge come chiave di lettura capace di rendere visibili le fratture dell’identità statunitense e la sua relazione irrisolta con la Storia.
Insomma, Tarantino usa il passato per mettere a fuoco ciò che nel presente continua a produrre attrito.
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Una struttura che accompagna lo sguardo
Il libro è articolato in quattro capitoli, pensati come movimenti successivi di un’unica partitura critica. La struttura orienta il lettore, offrendo un percorso chiaro e aperto alle connessioni.
Un inguaribile dualismo. Postmoderno e realtà storico-politica mette in relazione l’estetica tarantiniana e la Storia, mostrando come il postmoderno — inteso come mescolanza di epoche, stili e citazioni — diventi uno spazio di attrito in cui il reale riaffiora sotto forma di frammento.
Marcare il territorio. L’identità statunitense tra geografia del potere e pratiche di dominio costituisce il cuore spaziale del saggio: piantagioni, empori, confini, ambienti chiusi e aperti vengono letti come dispositivi politici che regolano accessi, gerarchie, appartenenze.
Lo spazio assume così un ruolo attivo: stabilisce chi può stare dove e a quali condizioni.
Sceriffi tarantiniani. Il potere come sovversione osserva il potere come gesto e rituale, esercizio quotidiano che passa attraverso linguaggi, consuetudini, atti simbolici.
Cinema periscopico. Tra sedimentazioni storiche e riemergenze contemporanee chiude il percorso leggendo il cinema di Tarantino come forma di conoscenza capace di guardare il presente attraverso strati di passato che continuano a riaffiorare.
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Una battuta come soglia
Il libro si apre con un dialogo tratto da Django Unchained:
Calvin Candie: "Il tuo capo è un po’ debole di stomaco per uno sport cruento come la lotta."
Django: "È che non è abituato a vedere un uomo sbranato dai cani."
Calvin Candie: "Tu invece sì?"
Django: I"o sono solo più abituato agli americani."
In poche battute la violenza smette di apparire come eccezione e si rivela abitudine culturale. Lo scandalo si sposta dall’atto allo sguardo che lo normalizza.
È una scena nota, qui riletta come chiave interpretativa.
Da qui prende avvio il saggio: dal western come spazio morale apparentemente ordinato, attraversato da una brutalità strutturale che continua a lavorare sotto traccia.
Il passato si palesa anche quando viene reso invisibile.
Postmoderno come attrito
Nel libro il postmoderno funziona come postura critica. Citazioni, ibridazioni di genere, eccessi verbali diventano modalità operative per far emergere le crepe della narrazione storica americana.
Il western, genere fondativo, si trasforma in un luogo sensibile, attraversato da memorie che chiedono di essere rilette.
La Storia ritorna sotto forma di frammento, di gesto, di spazio.
Il cinema diventa il mezzo privilegiato attraverso cui queste stratificazioni tornano visibili, grazie a immagini che restano impresse.
Lo spazio come archivio
Uno degli aspetti più incisivi del saggio è l’attenzione allo spazio. La piantagione di Django Unchained e l’emporio di Minnie in The Hateful Eight funzionano come archivi di potere: luoghi che conservano memoria anche quando sembra cancellata.
Cartelli rimossi, confini impliciti, consuetudini mai dichiarate continuano ad agire come fantasmi culturali.
Lo spettatore li percepisce prima ancora di comprenderli razionalmente.
La memoria dello spazio resta attiva e organizza i rapporti tra i personaggi, rendendo visibili dinamiche che parlano direttamente al presente, dai conflitti razziali alla gestione simbolica dell’autorità.
Il potere come scena
Nel western tarantiniano il potere prende forma attraverso gesti rituali. La stretta di mano imposta da Calvin Candie produce assoggettamento e trasforma una consuetudine in legge.
Il potere si manifesta come performance, come messinscena quotidiana.
È qualcosa che si ripete, si insegna, si interiorizza.
In questa dimensione teatrale il cinema di Tarantino entra in risonanza con la contemporaneità, dove autorità e narrazione procedono insieme.
Violenza come linguaggio
La violenza attraversa il saggio come una grammatica. Nel western classico ristabiliva un ordine; qui ne espone la fragilità.
Le immagini restituiscono un trauma che riaffiora, una Storia che insiste.
Il cinema si configura come spazio di esposizione, più che di consolazione.
Un’America che ritorna
Il parallelo tra Ottocento e presente emerge per accumulo, per risonanza. Le tensioni della Guerra civile si riflettono nelle fratture contemporanee, dal modo in cui si discute la memoria storica fino alla persistenza di conflitti razziali e simbolici, riportando alla luce un immaginario che continua a lavorare sotto la superficie della società americana.
Il western ritorna come forma interrogativa, come luogo in cui l’identità statunitense si guarda allo specchio.
Se il libro fosse un cocktail
Se Tarantino western fosse un drink, sarebbe l’antitesi di quello bevuto da Calvin Candie in Django Unchained: il Polynesian Pearl Diver, tiki cocktail ideato da Don The Beachcomber tra gli anni Quaranta e Cinquanta, con note di burro, miele e cannella.
Un anacronismo dolce, esotico e coloniale, coerente con l’estetica del personaggio.
Il cocktail del libro di Gravina sta dall’altra parte del bancone.
Nome: The Unchained Frontier
Ingredienti:
– Bourbon americano
– Vermouth rosso
– Bitter al cacao
– Fumo di legno
– Ghiaccio irregolare
Un drink che procede per stratificazioni, lascia emergere l’amaro, chiede attenzione.