Dario Argento, quella piccolissima idea che porta al panico. L’intervista a Sky TG24
CinemaCinecittà ha restaurato 17 film del grande regista: a giugno la rassegna completa al Lincoln Center di New York. Anteprima di 6 titoli a Roma , dove abbiamo realizzato l'intervista .
Affabile, gentile, schietto, Dario Argento si lascia intervistare con il sorriso, anche se questi mesi sono molto laboriosi. L’uscita del suo film ‘Occhiali neri’, la mostra a lui dedicata al Museo nazionale del Cinema di Torino, il libro ‘Due o tre cose che sappiamo di lui curato da Steve Della Casa e ora le iniziative legate al restauro realizzato da Cinecittà di 17 sue pellicole portano una serie di impegni gravosi, ma l’ottantunenne artista sembra affrontarli con serena esperienza. Incontriamo il regista, sceneggiatore e produttore cinematografico per l’inaugurazione della rassegna di alcuni suoi classici: si svolge a Roma alla Casa del cinema e sarà replicata in altre capitali estere, per arrivare a giugno al Lincoln Center di New York, dove verranno proiettati tutti i film restaurati digitalmente in 4K.
“È una bellissima cosa che hanno fatto gli Americani con Cinecittà” commenta subito il maestro. Chiara Sbarigia, presidente di Cinecittà aggiunge: “Siamo restauratori e divulgatori: portiamo all’estero la Storia del nostro cinema, come abbiamo fatto anche per altri Maestri. Tutte le prime visioni di queste rassegne sono sold out”.
approfondimento
Dario Argento - The Exhibit, a Torino la mostra dedicata al regista
'L'uccello dalle piume di cristallo' 'Profondo rosso', 'Suspiria', 'Tenebre', 'Phenomena', 'Opera' e gli altri. Dario Argento, cosa significa per lei il restauro di 17 suoi film, che passeranno così anche alle nuove generazioni?
“Accade spesso all’estero. I miei primi restauri li hanno fatti i francesi, poi gli inglesi, gli americani e gli italiani, che sono arrivati ultimi, ma hanno fatto un buon lavoro. “
Si sente più amato all’estero che in Italia?
“In parte sì, forse perché in Italia i critici sono stati poco benevoli con me per molti anni. Adesso sono cambiati, perché ci sono critici nuovi, giovani. Anche in Italia è cambiato il modo di raccontare il cinema.”
Si sente più soddisfatto da un premio dato dagli addetti ai lavori oppure dal favore del pubblico?
“Non c’è gran differenza: gli addetti ai lavori mi premiano perché pensano che io abbia fatto un buon lavoro. Il pubblico perché si è divertito e ha amato il mio cinema. Praticamente è la stessa cosa.”
Quando decide di fare un film quali sono gli elementi fondamentali che la convincono a dare il via al progetto?
“Di solito è un’idea piccolissima, che mi viene in mente nei momenti più impensati, per esempio quando guido, o mentre sono in autobus: li utilizzo spesso, adesso poi con la mascherina non vengo riconosciuto, quindi posso prenderli tranquillamente. Improvvisamente mi viene un lampo, un’idea anche piccola, ma forte, potente, brillante, piena di luce. Quell’ idea mi sconvolge subito. Una volta ero in macchina, andavo da fuori Roma, dove abitavo, in ufficio. Mi è venuta un’idea, che poi sarebbe diventata ‘Profondo rosso’. Fantasticandoci sopra, raccontandomela, mi sono ritrovato sull’autostrada verso Firenze.”
Qual era questo piccolo spunto che poi ha portato a ‘Profondo rosso’?
“Era questo: una persona cammina di notte e passa davanti a un villino dove si svolge una seduta medianica. La medium improvvisamente entra in contatto con la mente del passante, scoprendone alcuni segreti…”
Ciò che più o meno vediamo nel film…
“Sì, all’incirca.”
Dopo ‘Profondo rosso’ del 1975, con ‘Suspiria’ del 1977 lei è passato dal giallo all’horror. Cosa l’ha spinta a questo?
“Io adoravo l’horror. I romanzi del grande Edgar Allan Poe, le pitture spaventose come la ‘Crocefissione’ di Grünewald che si trova a Colmar, dove Cristo è massacrato, mi hanno sempre affascinato, sin da bambino. Decisi di fare anch’io un film horror, volevo vedere cosa avrebbero detto i miei colleghi.”
Produrre con i suoi film il panico negli spettatori che sensazione le dà?
“Una sensazione di felicità, perché significa che sto raggiungendo quello che volevo, l’obiettivo che mi ero prefissato”.
Le fanno paura le immagini che arrivano in questi giorni dalle zone di guerra?
“Sì, mi fanno terrore. È un’altra cosa, però. La paura che produco nei miei film ha qualcosa di ironico, strano, bizzarro, inconoscibile, più vicina al sogno che alla realtà. Le immagini che arrivano dall’Ucraina sono invece terribilmente vere e fanno davvero paura.”