Earwig e la strega, ecco quando esce su Netflix il 1° film in 3D dello Studio Ghibli

Cinema

Camilla Sernagiotto

La piattaforma di streaming ha finalmente annunciato la data in cui renderà disponibile per lo streaming la prima pellicola in computer grafica 3D del mitico studio di animazione fondato dei registi giapponesi Hayao Miyazaki e Isao Takahata. Basata sul romanzo omonimo del 2011 di Diana Wynne Jones, è diretta da Gorō Miyazaki, il figlio di Hayao. Il padre si è occupato dello sviluppo e della produzione del progetto, assieme a Toshio Suzuki

Netflix ha annunciato la data in cui renderà disponibile in streaming il primo film in 3D dello Studio Ghibli, “Earwig e la strega”: l'attesissima pellicola del mitico studio di animazione fondato dei registi giapponesi Hayao Miyazaki e Isao Takahata sarà disponibile a partire dal 18 novembre.

Rilasciata in streaming in tutto il mondo, eccezion fatta per gli Stati Uniti e il Giappone, sarà disponibile su Netflix (visibile anche su Sky Q e tramite la app su Now Smart Stick).

“Earwig e la strega” è l'adattamento cinematografico animato dell'omonimo romanzo illustrato del 2011 di Diana Wynne Jones, autrice inglese che aveva già ispirato Il castello errante di Howl di Hayao Miyazaki.

A dirigere questa pellicola - che segna un momento storico dello Studio Ghibli, quello in cui ufficialmente si è dedicato a un film in computer grafica 3D - c’è Gorō Miyazaki, il figlio di Hayao.
Non manca all'appello però nemmeno il suo celeberrimo padre: Hayao Miyazaki si è occupato dello sviluppo e della produzione del progetto con Toshio Suzuki.

Il film ha debuttato in Giappone il 30 dicembre 2020, trasmesso in televisione sull’emittente NHK, e poi al cinema il 27 agosto del 2021.
In Italia è stato distribuito nelle sale cinematografiche pochi mesi fa, il 21 luglio 2021.

La trama

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La storia raccontata in “Earwig e la strega” è rivolta a un target di bambini e giovani. Ambientata nell'Inghilterra degli anni '90, narra le vicende della bambina messa a titolo, che cresce in un orfanotrofio perché non ha più i genitori.

 

Erica Wigg è il nome che la direttrice del St. Morwald darà a Earwig, arrivata nell'orfanotrofio in braccio a una strega. Erica non vuole essere adottata ma, nonostante le sue rimostranze, un giorno trova una famiglia.
Ad adottarla sono due personaggi misteriosi, una coppia atipica che la porterà via con sé.

 

La piccola Earwig si ritroverà così in una casa magica, dove le stanze sono invisibili, i libri sono oscuri e le pozioni stranissime. Qui le porte appaiono e scompaiono come per magia (anzi, non come per magia ma proprio per magia).
La sua nuova mamma le rivela di essere una strega e le spiega di averla adottata per avere una mano in casa. La bambina accetta ma in cambio chiede che le venga insegnata la magia.
Si ritroverà però a lavorare e a pulire senza ricevere il benché minimo insegnamento magico, così deciderà di scappare di casa.


Ma scoprirà che l'impresa è impossibile perché ogni uscita è sigillata.
La bimba troverà nel gatto (parlante) Thomas un amico e confidente. Con il suo aiuto, riuscirà a entrare nel laboratorio magico dove creerà un incantesimo che la renderà impermeabile alla magia della coppia. Da lì in avanti, una serie di eventi porteranno Earwig a diventare la vera e propria padrona della casa…

Una rivoluzione estetica per lo Studio Ghibli

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Questa è la terza prova registica di Gorō Miyazaki, per quanto riguarda i lungometraggi.

 

Dopo I racconti di Terramare (2006) e La collina dei papaveri (2011), questo nuovo Earwig e la strega segna un cambiamento epocale nel suo stile e, in generale, nello stile dello studio fondato dal padre.

Si tratta di una vera e propria rivoluzione estetica per la Ghibli: questo è il primo lungometraggio che rompe con l'animazione tradizionale, quella a cui si deve la reputazione a dir poco leggendaria dello Studio. E questa prima prova in CGI, in computer-generated imagery, divide i fan dello Studio: ci sono i nostalgici che amano lo stile “vintage” e che quindi non vogliono assolutamente abbracciare nuove tecnologie, mentre i meno retrò non vedevano l’ora di uno step epocale del genere.

 

Comunque ad appagare i palati dei primi, i nostalgici passatisti, ci sono i titoli di coda: un montaggio di illustrazioni fisse realizzate nel tradizionale stile, a matita e inchiostro, a differenza dei precedenti 80 minuti di animazione in CGI. I disegni statici mostrano eventi che accadono dopo la fine della pellicola.

 

Ricordiamo che il lavoro precedente di Gorō Miyazaki è stata una serie animata, intitolata “Sanzoku no musum” (2014).

Era da nove anni che il regista non si cimentava con un film di animazione e adesso lo fa con un’opera di animazione digitale.

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