Steven Spielberg: “Il cinema non morirà, la gente tornerà in sala”

Cinema

Camilla Sernagiotto

©Kika Press

Il regista di capolavori del calibro di Schindler's List, Jurassic Park e Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo è sicuro che le sale cinematografiche torneranno a radunare i cinefili non appena l’emergenza sanitaria sarà passata

Il cinema in sala non morirà, questa è la promessa che ci fa uno che di grande schermo se ne intende “abbastanza”: stiamo parlando di Steven Spielberg, il regista per antonomasia che con la sua rosea carriera e una filmografia piena zeppa di titoli tra i più popolari della settima arte può essere considerato una voce autorevole del settore. Senza se e senza ma.


Il “padre” di capolavori del calibro di Schindler's List, Jurassic Park e Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo ha rassicurato i cinefili di tutto il mondo affermando che secondo lui il cinema inteso come luogo fisico, la sala di proiezione insomma, non tramonterà mai.

Le sue rassicurazioni sono rivolte quindi a quei cinefili che non solo amano i film ma ne apprezzano la degustazione nel tempio in cui si celebra da sempre il rito magico della proiezione filmica: la sala.
Spielberg ne ha parlato in un articolo che ha scritto per il magazine Empire, la "Bibbia" britannica dedicata appunto al mondo del cinema.

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"Ho ancora la speranza, se non la certezza quasi, che le persone torneranno ad andare al cinema. Ho sempre dedicato tutto me stesso alla comunità degli spettatori, nel senso di persone che escono di casa per andare a vedere una pellicola. Far parte di questa comunità vuol dire avvertire un senso di comunione con le altre persone che hanno lasciato le loro case e sono sedute lì. In una sala cinematografica guardi un film con le persone che per te sono importanti, ma anche con tanti sconosciuti. Questa è la magia che si crea quando andiamo a vedere un film, uno spettacolo o un concerto”, scrive il regista nel suo articolo su Empire.

 

Proprio la magia che avviene quando un gruppo di persone sta compiendo lo stesso rito - sia esso religioso e sacro sia esso laico e profano come guardare un film - è ciò che rende irriproducibile online la fruizione di una pellicola come tradizionalmente intesa.

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Quello del cinema in sala era un settore già messo duramente alla prova ben prima della pandemia. L’avvento della fruizione on demand, il boom delle piattaforme in streaming e una sorta di cambiamento sociale che ci ha portati più a starcene nella nostra "bolla", barricandoci dietro a una foto-profilo sui social network (che in verità di social hanno molto poco)…

Tutti questi fattori hanno minato molto al successo delle sale cinematografiche, spingendo gli spettatori a una visione in solitaria e indoor, direttamente da casa propria, nel solco di quella tendenza del binge watching di serie TV e in generale di tutto ciò che la rete ci offre in massima misura e senza farci attendere in coda alla biglietteria o in fila per acquistare i pop-corn.

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Sebbene l’emergenza sanitaria abbia affossato ancora di più le sale cinematografiche, forse (speriamo!) le cose cambieranno quando le restrizioni per contenere il contagio cesseranno di essere in vigore e la pandemia sarà finalmente solo un bruttissimo ricordo.

Dopo mesi e mesi di isolamento sociale, di binge watching in solitaria (e in solitudine), di computer e smartphone come unica cornice di mondi paralleli - ossia quelli fittizi della narrazione cinematografica e televisiva - chissà se torneremo a voler condividere il più possibile qualsiasi cosa. Film compresi.

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Steven Spielberg non è affatto pessimista, anzi. Nel suo articolo per Empire prosegue con fiducia estrema nei confronti del futuro senza virus. Con la certezza che gli appassionati di cinema a tutto tondo (ossia, ricordiamolo, del rito vero e proprio che sta alla base di quest’arte) torneranno ad affollare le sale, il celebre regista dà speranza a tutti coloro a cui la fruizione condivisa manca moltissimo.

E le sue parole spiegano le motivazioni su cui si fonda il successo della settima arte non meno chiaramente di quanto potrebbe fare un saggio di Walter Benjamin, tipo L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, ecco.



"Non sappiamo chi siano tutte quelle persone sedute con noi, ma quando quel film ci fa ridere o piangere o riflettere e le luci si riaccendono, sembra quasi che non siano più soltanto degli sconosciuti. Quel breve intervallo della durata di un film non cancella le tante cose che ci dividono: l'etnia, la classe sociale, la religione, la politica. Ma il nostro mondo sembra un po' meno spaccato dopo una riunione di sconosciuti che hanno riso, pianto o che sono saltati dai loro posti tutti insieme. L'arte ci chiede di prestare attenzione al tempo stesso all'universale e al particolare. Di tutte le cose che hanno il potere di unirci, nessuna ha la potenza dell'esperienza comune dell'arte”, ha scritto Steven Spielberg.

 

Prendendo in prestito le parole del sopracitato Walter Benjamin per portare acqua al nostro mulino (cinematografico) benché proprio alla cinematografia si riferisse con il suo j'accuse saggistico circa la riproducibilità tecnica dell’arte (ma qui noi storpiamo tutto), passateci quanto segue.

 

Nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’arte non è più il film in sé a essere dotato di aura ma semmai la performance unica e irriproducibile fatta dal pubblico che lo guarda assieme. In un cinema, con o senza pop-corn ma insieme.  

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