Addio a Sean Connery, l'Intoccabile: il ruolo che gli valse il suo unico Oscar

Cinema

Giuseppe Pastore

Una sola nomination e una sola statuetta per il grande attore scozzese, vinto nel 1988 per il film di Brian De Palma: un ruolo dal fascino classico e intramontabile, sintesi della sua carriera

Certe volte la storia ufficiale del cinema prende direzioni del tutto opposte a quelle dell'affetto e del sentimento popolare: così può capitare che Alfred Hitchcock o Stanley Kubrick non abbiano mai vinto un Oscar alla regia, o che Sean Connery – un uomo per cui non basterebbero quattro mani per contare tutti i ruoli memorabili della carriera – si sia fermato a una sola nomination. Ma nel suo caso l'Academy fece giustizia: una sola nomination, ma coincise con l'Oscar, ricevuto da Cher e Nicolas Cage l'11 aprile 1988 per la sua interpretazione di Jim Malone ne Gli Intoccabili di Brian De Palma.

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“Ladies and gentlemen, friends, few enemies...”: Connery iniziò così il discorso più importante della sua vita professionale, aprendolo con un lampo di quel distacco e quell'ironia british a cui non aveva mai rinunciato anche nei ruoli più torbidi e controversi della carriera, come Marnie di Hitchcock in cui, all'apice del successo, interpretò il ruolo di un uomo che costringeva con la forza la sua sposa a consumare la prima notte di nozze. Dopo aver pensato a Gene Hackman, De Palma lo scelse per Jim Malone mentre Connery era già nell'autunno inoltrato della carriera, più vicino ai 60 che ai 50, ridandogli lustro e slancio per almeno i dieci anni successivi. Interpretava un personaggio iracondo, manesco, lontano dal glamour e dall'imperturbabilità di James Bond; devoto a San Giuda, “protettore delle cause perse e dei poliziotti”, specialmente quelli irlandesi. La sceneggiatura di David Mamet lo ritraeva come un cane sciolto, sconfitto dalla propria onestà che era carta inevitabilmente perdente nella Chicago corrottissima degli anni Venti, finito a fare il vigilante notturno e a rimproverare chi gettava cartacce nel fiume (“Quando hai finito il turno, assicurati di essere tornato a casa vivo”). Una sceneggiatura da Hollywood classica, firmata da un drammaturgo di livello come David Mamet; un monumento all'eleganza in ogni suo dettaglio, dalle musiche di Ennio Morricone alle giacche di tweed di Kevin Costner disegnate da Giorgio Armani fino alla magnifica regia di Brian De Palma, plongée, piani sequenza e omaggi assortiti a Hitchcock e Ejzenstein (la scena della scalinata alla stazione), il tutto al servizio di attori impeccabili e bellissimi come Costner, Andy Garcia e appunto Sean Connery (per non parlare del magnifico villain De Niro che sfotteva il suo nemico con una frase rimasta proverbiale: “sei solo chiacchiere e distintivo”).

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Un film romantico verso un cinema nostalgico, se vogliamo fuori tempo in un decennio come gli anni Ottanta freneticamente concentrato solo sul presente e sul futuro, che eppure ha saputo catturare generazioni di spettatori con la forza dei propri argomenti. Uno di questi è proprio Sean Connery, monumentale in ogni suo frame, gratificato di battute e scene memorabili anche tecnicamente: come il dialogo con Kevin Costner in cui gettano insieme le basi della futura guerra al crimine, ambientato in una chiesa su idea dello stesso Connery (l'unico posto sicuro per un accordo del genere) e ripreso mirabilmente da De Palma con un particolare gioco di lenti che mantiene a fuoco ogni dettaglio dell'inquadratura, dai polsini delle camicie in primo piano alle vetrate sullo sfondo. Fino all'apoteosi dell'uscita di scena, ucciso in casa dagli scagnozzi di Al Capone che nel frattempo è a teatro a commuoversi per i Pagliacci di Leoncavallo, in uno dei montaggi alternati più famosi della storia di Hollywood. Kevin Costner/Elliott Ness arriva sul luogo del delitto troppo tardi, come prevedono tutti i copioni del mondo, e non riesce a cavare dal suo amico agonizzante che poche ultime parole: “Che cosa sei disposto a fare?”. Tutto previsto e prevedibile, scontato come una messa, ma lo stesso emozionante. Sean Connery è stato proprio questo: il fascino immortale del cinema, la chimica inspiegabile che riesce sempre a fregarti e a emozionarti anche ripetendo il solito trucco, indossando il solito smoking o snocciolando la solita battuta per la centesima volta. “Agitato, non mescolato”.

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