Alberto Sordi, Alessio Accardo sceglie Il Marito

Cinema
Alessio Accardo

Alessio Accardo

Nella sterminata filmografia di Sordi, io ho scelto Il marito del 1957. Una maschera, forse meno iconica di quella de Il vigile,  ma capace di racchiudere al suo interno, tutte gli aspetti dell'incipiente miracolo economico italiano, con le prime villeggiature al mare, il derby Roma-Lazio, e il sogno piccolo-borghese della macchina americana

Nella sconfinata filmografia di Alberto Sordi, Il marito fa parte di quella nutrita galleria di ritratti sociologici dell’italiano medio dell’Italia del miracolo economico. 

E più in particolare di quella che potremmo considerare una sorta di “quadrilogia dello stato civile”, che comprende Il seduttore, Lo scapolo e infine Il vedovo. Commedie in cui lo svolgimento della trama smentisce quasi sempre il titolo del film: nel senso che il seduttore non lo è poi più di tanto, lo scapolo alla fine si sposa, il vedovo tutti sanno come va a finire, e anche questo “marito” in definitiva si dimostra sempre piuttosto refrattario ai doveri coniugali.

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Girato nel 1957, Il marito è una sorta di documentario in presa diretta sull’Italia del boom. Il protagonista è infatti uno dei tanti piccoli imprenditori edili che, tra una cambiale in protesto e un appalto sollecitato all’onorevole di turno, ri-fecero l’Italia, che era stata appena devastata dalla guerra. Tra le prime villeggiature al mare e sogni mostruosamente proibiti di macchine americane. Una commedia all’italiana che ci racconta meglio di un saggio come eravamo sessant’anni fa, o giù di lì: ambiziosi ma anche un po’ arrivisti, lavoratori indefessi però subito pronti a chiudere bottega se c’è il derby Roma-Lazio. Mariti sì, però sempre a un passo dall’adulterio.

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Quanto a Sordi, grazie al suo travolgente istrionismo, ci regala qui almeno una scena cult: la recitazione dell’ubriachezza, di cui aveva già dato sfoggio 4 anni prima ne I vitelloni di Fellini e che replicherà esattamente 4 anni dopo in Una vita difficile di Dino Risi. Una prodezza di cui, a parere di un certo Robert De Niro, sarebbero capaci soltanto i grandissimi attori. 

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