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Intervista ad Alessandro Gassmann, attore e regista del film il Premio

Cinema

Paolo Nizza

E' al cinema  Il Premio, commedia on the road diretta e interpretata da Alessandro Gassmann. abbiamo intervistato il regista e attore allo Iulm, dove Alessandro Gassmann è stato protagonista di Il Cinemaniaco incontra, Il nuovo format con il critico cinematografico e volto di Sky Cinema Gianni Canova. Nell'intervista, Gassmann ci parla di suo padre Vittorio, di come è nato il fllm e del suo rapporto con Rocco Papaleo, Gigi Proietti  e Twitter

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Si dice che l'importante non sia essere alti, ma essere all'altezza. Alessandro Gassmann è entrambe le cose. Dall'alto del suo metro e 92, Alessandro sorride durante l'intervista e risponde con ironia e intelligenza alle domande  All'età di 52 anni, per la prima volta ha scelto di dirigere una commedia, Il Premio. Un film  ispirato, in parte, alla figura di suo padre Vittorio. Ma il concetto di famiglia ritorna più volte e non solo quando si parla della pellicola uscita al cinema il6 dicembre. Gassmann ci parla del rapporto con suo figlio di 18 anni,  di quanto sia difficile nel 2017 per i  giovani vivere  in Italia e della sua amicizia con Rocco Papaleo 

 

Per il terzo film come regista, dopo il drammatico Razzabastarda e il documentario Torn - Strappati, hai firmato una commedia.  Come mai?

Ho scelto di girare una commedia perché è un genere cinematografico che ho frequentato e continuo a frequentare come attore e ho sempre pensato di poterlo fare anche in teatro Penso che sia un genere adatto alla mia persona. Peraltro questo paese, cinematograficamente parlando, ha dimostrato in passato e continua ogni a farlo anche oggi di avere la capacità di prendersi in giro e di poter lavorare in maniera brillante e divertente sui difetti che questo Paese ha.

Quanto c’è di autobiografico nel film Il Premio’

Abbastanza, ma non tantissimo. Il film nasce da un’esperienza che mi ha ispirato mio padre. Appunto la storia di un superdotato, di un genio che trainato dal suo talento ha avuto difficoltà a rapportarsi con se stesso, proprio perché le sue qualità sono talmente forti da averlo distratto dal resto della sua vita. E intorno al personaggio principale del film ho ricostruito una famiglia bislacca com’è stata la mia Noi siamo Quattro figli da Quattro mogli diverse. Al cinema, come a teatro, ho sempre trovato interessante raccontare i diversi e quella del Premio è una famiglia di diversi che scopre di essere simile a tutti gli altri, in questo viaggio abbastanza ridicolo che compiono nel corso del film.

Un proverbio africano dice che la famiglia cresce con il dialogo. Che ne pensi?

Sono assolutamente d'accordo. Quello che cerco di fare come padre di un figlio di diciotto anni, anche quando non mi va, di approfondire certi argomenti con lui, di non dargli mai la sensazione di essere da solo, ma allo stesso tempo cercando di responsabilizzarlo perché la vita è molto dura. Sappiamo che nel nostro Paese i giovani sono quelli che se la passano meno bene. Mio figlio fa parte di questa generazione e da cinquantenne sento il dovere che il mondo che gli abbiamo lasciato, che non è un mondo mi piaccia particolarmente possa essere in qualche modo affrontato e risolto da loro e non da noi.

Come è stato lavorare con un mito come Gigi Proietti?

Come per un pilota di Formula Uno guidare un Ferrari. Stiamo parlando di un attore che sa fare tutto, in maniera straordinaria. E anche di un attore che non è mai stato utilizzato dal cinema d’autore. Quindi è stato facilissimo lavorare con lui Perché ha avuto il coraggio di fidarsi di me e di levare tutti quegli orpelli sui quali ha costruito una straordinaria carriera e regalarci in Gigi Proietti di 77 anni misurato e che personalmente mi ha dato una fortissima emozione.

In Il Premio per la prima volta dirige Rocco Papaleo che ti aveva diretto in Basilicata Cost to Coast e Onda su Onda. Come è andata?

Rocco Papaleo è una persona che frequento molto volentieri anche nella vita, perché ragiona bene, è informato, preparato. Ha una sua poesia personale che gli riconosco e chi mi portato a interpretare due dei  suoi film da regista. Ne il Premio Rocco fa un interpretazione molto diversa. Gli ho levato le sue origine lucane. Parla in italiano, In questo film Rocco assomiglia molto di più a come è Rocco nella vita. Quindi credo sia molto contento di avere fatto questo viaggio con noi

Come è stato interpretare Oreste che è un personaggio molto lontano da te?

Oreste è un figlio che vivendo accanto a un genio per reazione, avendo capito di non avere armi per essere più bravo del padre, ha scelto un'altra strada che lo portasse a vivere una realtà rassicurante, con molte meno pretese. Si è accontentato, si è dato allo sport. E’ un personaggio che mi fa molta tenerezza. E come dice Gigi Proietti nel film. “La vita è un gioco di squadra.” I grandi geni, le persone dotate non sarebbero nessuno, se non avvessero avuto intorno persone meno dotate. E Oreste rappresenta questo, un uomo poco dotato, ma con un grande cuore. E’ anche molto ridicolo, molto buffo. Mi sarebbe molto simpatico se avessi occasione di conoscerlo

Nel film Anna Foglietta interpreta una blogger. Che rapporto hia con i social?

Io sono solo su Twitter, da sempre. Ho fatto molte battaglie. Adesso sono molto più tranquillo. Promuovo il mio lavoro. Mi occupo di tematiche sociali ma in maniera più rilassata perché credo che in quanto personaggi pubblici, in rete sono molto più difficile esprimere le proprie idee. Si sa è un luogo che raccoglie tutto il peggio e tutto il meglio della società. Credo siano mezzi potentissimi e importantissimi, che secondo me la mia generazione non sa usare benissimo, proprio perché non siamo nativi digitali, siamo un po’analfabeti in questo campo e mi ci metto anche io. Spero che mio figlio e i suoi coetanei possano utilizzare questi mezzi in maniera più costruttiva e secondo me ce la faranno.

Perché andare a vedere un film come il premio?

Il consiglio è sempre quello di andare al cinema perché ti arrivi qualche emozione. E secondo me Il premio emoziona. E’ un film che diverte e commuove. Non è relegato come succede in certe commedie italiane i 4 pareti domestiche. Non racconta vite normali e fa vedere posti molto belli, Abbiamo viaggiato per duemila chilometri, attraversano l’Italia, l’Austria, la Germania, la Danimarca. E quindi è anche un modo di conoscere un pianeta, come quello europeo.