La via del guerriero Shaolin e la ricerca di sé
Spettacolo
Dalle sveglie all’alba agli allenamenti estenuanti, fino alla scoperta di sé attraverso disciplina, meditazione, controllo mentale e consapevolezza. Il racconto di un Maestro Shaolin italiano che ha fatto della sua esperienza al Monastero Shaolin (e non solo), un modo di essere. L'intervista
C'è chi arriva alle arti marziali da bambino, affascinato dai film di Bruce Lee e dai cartoni animati, e non smette più. Andrea Nardi è uno di loro. Nato a Taranto, trasferitosi a Milano nel 2004, ha percorso in oltre vent'anni un cammino che lo ha portato ben oltre i confini di una palestra, fino al cuore del Monastero Shaolin, in Cina, dove è stato per dieci volte, diventando discepolo ufficiale del Gran Maestro Shi De Yang con il nome di Yong Shui.
Non è solo una storia di sport o disciplina fisica, ma la storia di un uomo che ha trovato se stesso fermandosi immobile nella posizione del cavaliere (il Mabu), in un momento preciso, durante il suo primo viaggio in Cina nel 2012. Da quel "clic", come lui stesso lo definisce, non è più tornato indietro.
Oggi insegna Shaolin Kung Fu e porta nei suoi allenamenti qualcosa che va oltre la tecnica: la consapevolezza del corpo, l'equilibrio tra mente e movimento, la capacità di affrontare ogni situazione senza imporsi limiti. Lo abbiamo incontrato per capire cosa significhi davvero - nella vita quotidiana - "essere pronti a ogni evenienza."
L'ottava tappa di Pechino Express, partita da Dengfeng, uno dei più importanti centri spirituali cinesi e culla dello stile Shaolin delle arti marziali, ha riportato sotto i riflettori questa disciplina millenaria nata circa 1500 anni fa grazie ai monaci buddisti. Il momento giusto per ascoltare chi quei luoghi li abiti davvero - dentro e fuori.
L'intervista ad Andrea Nardi
Raccontaci la tua esperienza a Shaolin.
Ci sono stato dieci volte, è stata molto bella e altrettanto impegnativa, è un’esperienza culturale e umana incredibile da vivere, ma arrivarci senza un minimo di consapevolezza rispetto alla pratica marziale è un’altra cosa, un po' riduttivo, come andare ad allenarsi con Cristiano Ronaldo senza aver mai toccato un pallone. Esperienza unica di sicuro, ma non tanto quanto potrebbe essere. Si conoscono tante nuove persone che condividono la tua stessa passione e fatica negli allenamenti. Ragazzi e ragazze che arrivano da tutto il mondo. Il momento più difficile è quando vuoi riuscire in qualcosa ma la stanchezza o la difficoltà della tecnica non ti fa andare al cento per cento. Bisogna avere pazienza.
Qual è la giornata tipo in Monastero?
La giornata è impegnativa, gli allenamenti cominciano subito dopo la sveglia, intorno alle cinque e durano otto ore, tutti i giorni. Ogni scuola, anche a seconda del maestro e delle esigenze dell’allievo, prevede una programmazione specifica. Tendenzialmente l’attività del mattino presto è quella a digiuno che loro chiamano Power training, un allenamento fisico intenso, per avere un’idea in rete si esistono video dimostrativi in cui si vedono i monaci che corrono sulle scale e poi scendono gattonando, saltando i gradini, etc. Dopo la classica colazione vegetariana, una zuppa brodosa di riso e miglio accompagnata da verdurine e uova sode, si ricomincia l'allenamento. Quello mattutino è più tecnico, ma resta comunque sempre una componente fisica piuttosto dura, ci si riposa circa tre ore dopo il pranzo e successivamente si ripassano gli esercizi e gli argomenti trattati. Dopo cena, prima di andare a dormire, è prevista un’altra ora di allenamento. Dentro al Monastero ci si può allenare solo con un Maestro che ti segue per tutto il tempo. I miei Maestri in Italia sono i primi occidentali ad aver fatto la cerimonia ufficiale al tempio come discepoli del Gran Maestro Shi De Yang. Dopo essere diventato discepolo a mia volta con il nome Yong Shui (Yong nome della 33esima generazione, Shui che significa Acqua) ero invitato dal Maestro dentro il Monastero per allenarmi, chiacchierare e bere il tè con lui.
Come ci si prepara a un viaggio di questo tipo?
In realtà non si è mai davvero pronti, tendenzialmente però devi avere una preparazione di base, anche tecnica, devi conoscere i termini che il maestro usa durante le sessioni. Devi essere preparato a fare una vita da studente versione monastica, ci si sveglia all’alba, ci si allena e si va a letto presto, non esistono camere singole, ma dormitori, il bagno può trovarsi anche all’esterno. La giornata è scandita dagli allenamenti, non c’è tempo per molto altro.
Stile Pechino Express, e anche un po’ scollegati dal mondo.
Si può ironizzare e dire che sì, assomiglia a una scuola di sopravvivenza. Le regole sono severe, il WI-FI esiste ma di fatto non senti il bisogno di collegarti, inoltre in Cina i social come Facebook, Instagram e altri sono bloccati. Quando sei in un contesto come quello, il telefono lo usi giusto per dare notizie a famiglia e amici, sei immerso nella realtà che ti circonda, nel qui e ora. Bisogna imparare a vivere il Presente al cento per cento imparando a conoscere sé stessi, affrontando le proprie paure e debolezze.
C’è una parte spirituale?
Sì assolutamente, Shaolin nasce come Monastero buddista e quindi la pratica meditativa è importantissima. Oltre a questa, c’è il Qi Gong, una pratica di meditazione in movimento, che significa “lavoro dell'energia", attraverso la respirazione si raggiunge un abbassamento dello stress mentale. Ci si muove come se si stesse meditando, all'inizio è faticoso imparare i movimenti e i gesti che mirano ad attivare determinati canali della medicina tradizionale cinese. Poi ogni percorso può essere personalizzato in qualche forma, gli occidentali per esempio vengono riuniti in classi a loro dedicate e c'è un insegnante cinese che cerca di andare incontro al livello e alle esigenze di tutti, anche a seconda delle richieste.
Come nasce questa tua passione?
E’ una pratica che mi ha affascinato fin da bambino, nata dai cartoni animati e dai film, soprattutto quelli di Bruce Lee che guardavo ispirato con ammirazione (l’attore studiò assiduamente il Wing Chun prima di creare il proprio sistema, Jeet Kune Do ndr). Poi un amico mi ha introdotto alle arti marziali, era uno stile di Kung Fu, diverso da quello che era lo Shaolin, questo per dire che ci sono diverse pratiche e diversi di stili di Kung Fu. Io ho iniziato con lo stesso praticato Bruce Lee ai suoi esordi. Ho cominciato a 15 anni a Taranto, dove sono nato e cresciuto, e non mi sono più fermato, quando mi sono trasferito a Milano nel 2004 ho conosciuto i miei maestri e la scuola Shaolin Wuseng Houbeidui Italy e ho iniziato anche a viaggiare. Il primo viaggio l'ho fatto nel 2012, in Cina per due mesi. Due mesi di allenamento nel piccolo villaggio sopra il Monastero Shaolin. Dopo anni di allenamento, sono partito tramite i miei maestri con altri compagni della scuola.
Cos’hai trovato nel tuo cammino?
Sembrerà una frase banale, ma ho trovato me stesso. E c’è un evento preciso che segna questa conquista: il primo giorno che siamo arrivati a Shaolin abbiamo sperimentato una pratica che si chiama il Mabu, dovevo mantenere la posizione del cavaliere, uno squat isometrico con le gambe leggermente più larghe, un lavoro fisico quanto mentale dove devi cercare di mantenere quella posizione più tempo possibile.
Per più tempo possibile cosa si intende?
La prima settimana il coach ci ha dato un tempo di cinque minuti, stare fermi immobili per questo tempo sembra poco, ma i minuti sono infiniti. Dopo neanche trenta secondi le gambe cominciano a tremare e fai fatica. Siamo arrivati a tre minuti, cercavamo di prendere delle pause per rilassare i muscoli, poi per terra, ma non riuscivamo a stare su quel focus. Serve massima attenzione e concentrazione per mantenere quella posizione immobile. La seconda settimana abbiamo ripetuto l'esercizio e lì, non saprei dire cosa sia scattato in me, ma qualcosa è cambiato. Volevo dimostrare la mia motivazione nell’essere lì, ci tenevo moltissimo.
Non sempre basta la motivazione.
Ci tenevo troppo e per me non era solo una disciplina che mi è sempre piaciuta, ma qualcosa in cui credo profondamente. Arrivo a dire che mi sono fatto tutti i cinque minuti a occhi chiusi ed è stato strano, come se non avessi sentito la fatica e questo ha cambiato tutto, non ti dico che da quel momento è andata tutta in discesa, ma percepivo quegli stessi allenamenti intensi di otto ore al giorno in un’altra ottica, diventavano ogni volta una sfida. Nel giro di una settimana non poteva essere cambiato nulla a livello fisiologico, era una questione mentale.
La rivelazione che ti ha cambiato la vita?
A suo modo sì, aver lavorato tanto in quelle condizioni applicando fino in fondo la mia capacità mentale, mi ha fatto riflettere e realizzare che in molte situazioni siamo noi stessi a imporci dei paletti, a bloccarci e a non voler andare avanti. Così è nella pratica marziale o sportiva e così è nella nostra realtà quotidiana. Vivere ogni situazione affrontandola faccia a faccia senza mettersi dei limiti è stata la chiave di svolta che mi ha cambiato la vita. Dopo quel clic in Cina è scattato qualcosa in me che non ho mai più perso, lo considero forse l’aspetto più bello della mia esperienza.
E’ l’equilibrio il risultato finale di tanta pratica e disciplina?
Ognuno ci trova qualcosa di diverso, per me è la ricerca dell’equilibrio. Imparare non a difendersi, ma a conoscere sempre di più se stessi dall’interno e avere la libertà di potersi esprimere fisicamente senza la paura di farsi male.
Cosa porta i tuoi allievi a seguire questa pratica e cosa insegni loro?
C’è la ricerca dell'equilibrio che mira a un controllo mentale, ciò che mi spinge a insegnare è portare questo tipo di pratica anche nel fitness, cerco di trasmettere la consapevolezza del proprio corpo. Attraverso il movimento migliora non solo questo, ma il modo in cui ci si sente e migliorando quest’altro, migliora anche il nostro modo di pensare. E’ un circolo virtuoso, il nuovo modo di pensare ritorna indietro e fa sì che il movimento migliori sempre di più. La capacità di ascoltarsi e sentirsi, va al di là di un obiettivo puramente estetico, aspira all'equilibrio tra mente e corpo. E la particolarità è che nella calma più totale e rilassata possibile, io riesco ad attivarmi in un attimo, la calma porta la massima energia in un colpo, piuttosto che in una situazione o in un evento. Come dire “essere pronti a ogni evenienza”.
Nella vita in generale?
Sì, tutto questo si riflette anche in una capacità psicologica, in un problema nella vita, in uno stress che fatico a gestire, la chiave è saper affrontare ogni evento nel modo migliore, è chiaro che possono esserci situazioni e situazioni, ma se mi soffermo a pensarci, prendo ogni decisione sulla base del mio bagaglio culturale ed esperienziale. E’ così per tutti, si reagisce a ciò che ci accade a seconda del proprio vissuto, io sento di attivare la reazione “giusta”, quella che mi porta ad accogliere le circostanze, si tratti di un lutto, di una relazione finita o di altro. Non significa lasciarsi scivolare le cose, ma affrontarle con una certa filosofia, rielaborarle in modo da andare avanti. Si impara da tutto, nel bene e nel male.
Se volessi citare una massima che esprima l’essenza di ciò che è per te questa pratica?
Ce n'è una in particolare in cui mi sono sempre ritrovato ed è quella di un Maestro Shaolin che dice: "Only when heart and mind are balanced you can find the right way".
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