Paolo Calabresi ospite a Stories, domani alle 21 su Sky Tg24

Spettacolo

A teatro con lo spettacolo "Tutti gli uomini che non sono", scritto, diretto e interpretato da lui stesso, e presto anche al cinema con "L’amore sta bene su tutto", diretto da Giampaolo Morelli, l'attore si racconta al vicedirettore di Sky Tg24 Omar Schillaci nella nuova puntata del ciclo di interviste dedicate ai protagonisti dello spettacolo 

 

È Paolo Calabresi il protagonista della nuova puntata di “Stories”, il ciclo di interviste ai principali interpreti dello spettacolo di Sky TG24. Ospite del vicedirettore Omar Schillaci, con la regia di Roberto Contatti, l’attore si racconta in “Paolo Calabresi – 50 sfumature di me”. In onda lunedì 4 maggio alle 21.00 su Sky TG24, sabato 9 maggio alle 11.30 su Sky Arte e sempre disponibile on demand.

Paolo Calabresi, tra teatro e cinema: la maschera di Nicolas Cage come via di fuga 

A teatro con lo spettacolo “Tutti gli uomini che non sono”, scritto, diretto e interpretato da lui stesso, e presto anche al cinema con “L’amore sta bene su tutto”, diretto da Giampaolo Morelli, Paolo Calabresi ripercorre una stagione della sua vita in cui si è finto “persone realmente esistenti in situazioni reali, all’insaputa di tutti”. Tutto ha inizio quando “per andare a vedere una partita della Roma avevo chiesto i biglietti a nome di Nicolas Cage perché erano finiti, e io comunque non avevo i soldi per pagarli”, ignaro che non sarebbe passato inosservato. “Fu il Milan che fece partire una macchina mediatica annunciando la presenza di Cage allo stadio. A quel punto avevo due possibilità: non andare oppure andare fingendomi Cage. Ho pensato: ‘Al massimo mi cacciano dallo stadio’”. Non succede: “Nemmeno quando Massimo Marianella ha annunciato la presenza di Cage inquadrandomi, perché hanno creduto che fossi davvero lui”. Dietro quel gioco però c’è un dolore profondo, “una serie di ferite e lutti importanti”: in dieci giorni Calabresi perde entrambi i genitori. “Mia mamma aveva un tumore, mio papà era in salute ma quando si è reso conto che mia mamma era vicina a lasciarci l’ha anticipata: è morto di infarto. È stato un esempio di un amore indissolubile”. Due mesi dopo muore anche Giorgio Strehler. “Avevo perso tutti i punti di riferimento e con essi la gioia di fare il mio mestiere. Quella trasformazione involontaria in Cage mi ha dato una via d’uscita”.

Dallo “choc” di Strehler alle identità rubate: l’arte dell’impostura innocente

Il teatro resta la chiave della sua vocazione, nata quasi per gioco: “Dopo esser stato lasciato a 19 anni da una ragazza sono andato a Parigi da un amico. Una sera una signora anziana mi offrì il biglietto per assistere con lei a ‘L’opera da tre soldi’ diretta da Giorgio Strehler. Non conoscevo il teatro, ne sono uscito fulminato. Il senso della bellezza mi aveva invaso”. Tornato a Roma si presenta alle audizioni della scuola di Strehler: “Se quella ragazza non mi avesse lasciato e quella signora non mi avesse portato a teatro, non sarei mai diventato attore”. Nei dieci anni successivi a Cage si finge una ventina di persone realmente esistenti. Tra le imprese più audaci, quella del cerimoniere del Principato di Monaco: “Ho chiamato Giuseppe De Mita dicendo che ero Jérôme, cerimoniere del Principato, e ho fatto invitare il principe Andrea al derby Lazio‑Roma”. Trovato anche il sosia perfetto, “ho fatto inchinare l’intera tribuna autorità”. Poi il falso John Turturro ai David di Donatello: “Nessuno se n’è accorto, finché Scorsese ha capito e ha parlato”. O il cardinale Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga per assistere a un concerto di Gigi D’Alessio: “Mi sono trovato sul palco a benedire le folle, vestito da cardinale, parlando con l’accento sudamericano”. La regola è sempre la stessa: “Io non scoprivo mai il gioco se non mi avessero scoperto. Non c’era niente di dissacrante: erano innocue, non era un tutti contro uno, ma un uno contro tutti”.

Biascica, la famiglia e il coraggio come eredità

Spazio anche a Biascica, il personaggio di Boris che lo ha reso un’icona generazionale: “Nasce come un re della savana del set, scritto dalla penna incredibile di Mattia Torre, Giacomo Ciarapico e Luca Vendruscolo”, inizialmente pensato come “mobbizzatore seriale”, ma diventato “un uomo molto fragile e insicuro”. A completare il ritratto, l’infanzia in una grande famiglia romana, quarto di cinque figli: “C’era molta confusione e tendevo a estraniarmi”. Immancabile il racconto del gol del figlio Arturo, calciatore professionista, segnato contro la “sua” Roma in Coppa Italia: “Sono rimasto immobile per quattro minuti, il tempo che il VAR ha impiegato per dichiarare valido il gol”. Totti o suo figlio? “Totti! No, anzi Arturo… sì, hai ragione”, scherza. E su cosa vorrebbe che i figli dicessero di lui da grandi, la risposta è una dichiarazione di poetica: “Che hanno avuto un papà coraggioso. Ho visto come dolori che sembrano impossibili da superare possano diventare un’occasione per vivere esperienze incredibili. Quando non hai nulla da perdere puoi fare tutto. Basta un po’ di coraggio”.

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