Paolo Poli, il genio della leggerezza: il ritratto in Un graffio elegante

Spettacolo
Paolo Nizza

Paolo Nizza

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A dieci anni dalla scomparsa di Paolo Poli (25 marzo 2016), Un graffio elegante di Gianluca Meis, pubblicato da Graphe.it Edizioni, restituisce il ritratto di uno degli artisti più inclassificabili del teatro italiano del Novecento. Tra recensioni d’epoca, testimonianze di Natalia Ginzburg e Natalia Aspesi, interviste e memorie, emerge un attore, regista e trasformista capace di attraversare il sublime e il popolare con suprema leggerezza

Un graffio elegante: Paolo Poli e l'arte della leggerezza di Gianluca Meis

C'è una domanda che percorre silenziosa ogni pagina di questo piccolo, prezioso libro: come si racconta chi ha fatto dell'inafferrabilità il proprio stile di vita, prima ancora che di scena? Gianluca Meis, drammaturgo e saggista padovano, affronta la sfida con la stessa leggerezza programmatica che aveva fatto di Paolo Poli il maestro assoluto di un'arte difficilissima da padroneggiare. Il risultato è un tributo sincero, calibrato e — come vuole il titolo — capace di graffiare con garbo.

Nato a Firenze il 23 maggio 1929 da un carabiniere e da una maestra (il destino, a volte, ha il senso dell'umorismo), Paolo Poli si laurea in letteratura francese con una tesi su Henry Becque, per poi intraprendere una carriera che ha attraversato teatro, televisione, radio, cinema e discografia senza mai cedere al manierismo o alla ripetizione. Si definiva, con suprema autoironia, «il primo attore di sé stesso»: impresario, regista e interprete di un'opera in continuo divenire, dai piccoli teatri d'avanguardia degli anni Cinquanta fino agli ultimi spettacoli in giro per l'Italia. Fra le sue imprese: rifiutare una parte in propostagli dall'amico Federico Fellini. Uno che rifiuta Fellini ha già detto tutto di sé.

Un lupo in peli d'agnello

La forza vera del volume sta nelle fonti. Meis cede la parola ai grandi e fa bene. Natalia Ginzburg, in un fondo suLa Stampa del 1970, offre quello che è probabilmente il ritratto più bello mai scritto su Poli: lo descrive come un essere gentile e diabolico al tempo stesso, «un lupo in peli d'agnello», capace di essere comico senza mai scivolare nella volgarità, di suscitare ilarità con la grazia in un'epoca in cui la comicità sembrava poter nascere soltanto su note stridenti e odiose. Natalia Aspesi su Il Giorno del 3 novembre 1960, testimonia la rivoluzione silenziosa che Poli stava compiendo nel teatro italiano del dopoguerra: «Il giovanotto è lungo e sottile come i vecchi ragazzi toscani», un'eleganza che non era civetteria ma lucidissima intelligenza.

E poi c'è il catalogo delle etichette, raccolto da Rodolfo di Giammarco: «Pierrot saltimbanco. Ultimo dei capocomici all'antica. Abate del Settecento. Drag-diseur. Misirizzi fiorentino. Ballerina di fila. Dorian Gray in frac. Bambinaccia di scena. Giullare filosofo». Ogni definizione è esatta. Tutte insieme, restano insufficienti. Come sempre, con i grandi.

Rita da Cascia e l'arte del graffio

Nel 1966, con Rita da Cascia, Poli portò in scena una lettura comica e irriverente della storia della santa, scatenando interrogazioni parlamentari — firma Oscar Luigi Scalfaro. Il caso del Novellino, due anni prima, aveva già suscitato le prevedibili levate di scudi della critica più bigotta. Poli incassava, sorrideva, e continuava. Come scrive Meis, aveva «cercato di raccogliere la tradizione poetica e musicale toscana», portando al cabaret le antiche filastrocche, il mimo, la tradizione vernacolare: un artigiano colto che si muoveva tra Settecento e contemporaneo con la disinvoltura di chi sa che la commedia è sempre stata il modo più serio di stare al mondo.

Particolarmente riuscita, nel volume, è la sezione dedicata al metodo di lavoro: la collaborazione decennale con la drammaturga Ida Omboni, la cura maniacale per i costumi, la parrucca elevata a elemento identitario, la scelta degli attori come atto di fiducia intellettuale prima ancora che professionale. Con loro, in quegli anni, un giovanissimo Marco Messeri, scoperto da Poli sul finire degli anni Sessanta. Anche questo un capolavoro, se si vuole.

«E lasciatemi divertire!»

Il testamento artistico di Poli è racchiuso in quattro parole, che danno il titolo al capitolo finale e all'ultima trasmissione televisiva che lo ha visto protagonista su Rai 3 nel 2015, insieme a Pino Strabioli. Quattro parole che sono anche una dichiarazione di poetica, un manifesto, una risposta a tutto. Meis scrive con l'ironia giusta: i benpensanti pruriginosi, i bacchettoni armati di valori reazionari «buoni ancora per l'operetta», non hanno mai capito che, come osserva l'autore, in fondo Poli si sia sempre divertito di quei contenziosi. Anzi: prestando il fianco per un lazzo, un aforisma, una battuta, gli hanno di certo arricchito il forziere di tesori personali a cui attingere ogni qualvolta si prestasse a scrivere un nuovo spettacolo. La censura, per Poli, era materia prima.

Un teatro libertario e caotico, che non chiedeva il permesso a nessuno.

Il libro si chiude come uno spettacolo di Poli: con un sorriso sornione, consapevole di aver graffiato senza ferire, di aver detto tutto senza alzare la voce.

Un graffio che invita ad approfondire

Qualche rimpianto, sì. Le 51 pagine lasciano in sospeso la stagione radiofonica — e uno che ha letto l'Artusi integrale ad alta voce per quasi venticinque ore di seguito meriterebbe almeno un capitolo —, gli spettacoli televisivi, la discografia. Senza contare che ogni spettacolo della sua carriera (da Finale di partita di Beckett nel 1958 fino ad Aquiloni del 2012, da Pascoli) meriterebbe un saggio a sé. Ma forse è proprio questo il senso del titolo. Un graffio, non una ferita. Un segno che rimanda alla fonte — agli spettacoli, alle interviste, agli audiolibri, al Kamasutra registrato poche settimane prima di morire — e che invoglia ad andare a cercare. Per esempio, su Raiplay è disponibile Babau, l’eclettico e provocatorio esperimento televisivo di Paolo Poli realizzato nel 1970, diviso in quattro puntate e andato in onda nel 1976.

A dieci anni esatti dalla scomparsa di Poli, questo piccolo libro è anche un gesto. E i gesti, quando sono fatti con intelligenza e affetto, valgono più dei saggi sistematici. Meis scrive con la voce giusta: non quella del critico freddo, né quella del fan acritico. Quella del testimone affettuoso. Come Bogart insegnava: «Il problema con il mondo è che tutti sono indietro di qualche drink». Con Paolo Poli, il problema era opposto: nessuno riusciva a stargli dietro

Se il libro fosse un cocktail

Se Un graffio elegante fosse un cocktail, la base non potrebbe che essere il Peter in Florence: London Dry Gin prodotto interamente in Toscana, come toscano era Poli, distillato con 14 botaniche tra cui l'iris fiorentino — fiore simbolo della città dal IX secolo, sinonimo di eleganza e purezza. Floreale, secco, presente, capace di essere classico e sorprendente allo stesso tempo. Come il soggetto del libro, insomma.

Alla base toscana si aggiungerebbero poi: un dito di vermouth dolce, per la nostalgia affettuosa con cui Meis racconta il Novecento; qualche goccia di bitter, per il graffio che non ferisce ma non si dimentica; e una scorza di limone a guarnire, come quei lampi di ironia che Poli sapeva inserire ovunque, anche dove non te li aspettavi. Shakerato, non mescolato. Perché Paolo Poli, in fondo, non era il tipo da stare fermo nel bicchiere.

Lo chiameremmo Misirizzi: come il giocattolo che, comunque lo si getti, torna sempre in piedi. Esattamente come Paolo Poli

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