22 giugno 1986: l'opera d'arte di Maradona, quei cinque minuti riassunto della vita

Spettacolo

Giuseppe Pastore

Nella leggendaria partita contro l'Inghilterra, il fuoriclasse argentino segnò i due gol manifesto della sua carriera e del suo modo di intendere la vita: genio e furbizia, angelo e diavolo, come un grande artista su un palcoscenico (LA DIRETTA DI SKY TG24)

Pochi minuti dopo l'una del pomeriggio, orario messicano, del 22 giugno 1986 il calcio smise di essere calcio e diventò qualcos'altro di ancora più intenso e spettacolare, affascinante e inspiegabile, inferno e paradiso, altissima metafora della vita alla maniera sgangherata, senza freni e senza compromessi dei migliori e peggiori sudamericani. O meglio ancora, durando quel momento poco più di cinque minuti: il riassunto della vita.

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In quel momento della sua esistenza allora già sufficientemente turbolenta, Diego Armando Maradona si trovava all'altezza della trequarti inglese, impelagato in un appiccicoso quarto di finale Mondiale contro l'Inghilterra. Il lettore mediamente informato e appassionato già sa di cosa stiamo per parlare, ma quando muore un dio bisogna ripercorrere ogni strada, riaprire ogni libro, ribadire l'ovvio. Naturalmente gli inglesi ne avevano un terrore folle, scorgendogli negli occhi il furore lampeggiante del capopopolo di una nazione che proprio dall'Inghilterra aveva ricevuto una fresca e bruciante umiliazione militare. Stavano dunque asserragliati a circa venti metri dalla loro porta, consapevoli che per quel tipo di argentino, in quel preciso momento, guerra e pallone non facevano alcuna differenza. E Maradona li puntava a testa bassa, in una trance agonistica incomprensibile per un popolo così compassato e razionale: si ha sempre molta paura di ciò che non si riesce a capire fino in fondo. Arrivato davanti a un muro di quattro o cinque difensori, Maradona appoggiò il pallone verso Jorge Valdano, forse l'unico di quell'Argentina 1986 a possedere la caratura tecnica per dare del tu al numero 10. Mentre Maradona si lanciava verso il cuore dell'area di rigore inglese, Valdano controllò il pallone di sinistro in maniera imperfetta, favorendo il rinvio alla cieca del difensore che lo stava marcando, tale Steve Hodge, il numero 18. La palla, vecchia e fedele amica, si impennò verso il cielo sgombro di nuvole mentre il portiere inglese Peter Shilton iniziò a fare quello che un buon portiere – soprattutto inglese – deve fare in questi momenti: uscire con tempestività, e poi saltare e bloccare il pallone in presa alta sottraendolo alla disponibilità di Maradona, che dal basso del suo metro e sessantacinque centimetri non era certo uno specialista del gioco aereo.

 

Quello che passò in quel momento nella testa di Maradona è e rimarrà un mistero, ora che Diego non c'è più e ha sempre girato attorno all'argomento con furbizia e calcolato senso della suspense, appellandosi alle divinità, agli spiriti, all'elemento mistico. Ma è anche il più grande colpo di scena della storia del gioco, è il finale dei Soliti Sospetti, la trasposizione calcistica della favola nera di Keyser Soze: “Il più grande inganno del diavolo è far credere al mondo che lui non esista”. Il più grande inganno di Maradona è far credere a Shilton che lui non possa arrivare su quel pallone. Ma ci riesce: col pugno. Se c'è una cosa che manda in bestia gli inglesi è che qualcuno possa fregarli con l'inganno e farla franca: è questa la ferita in cui Diego affonda il coltello, guardando a occhi aperti la sua vittima che soffre, si lamenta, protesta. Ma è mano! Ma Maradona è già scappato, sta correndo esultante e alza il pugno della mano sinistra, come un generale che espone il trofeo di guerra ai suoi soldati. Fine primo atto.

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Passano poco più di tre minuti e gli inglesi stanno provando a riorganizzarsi, a raccapezzarsi, o più semplicemente a respirare. Il gioco galleggia a centrocampo, nel calcio degli anni Ottanta anche un banale 1-0 è preziosissimo, difficile da rimontare sotto il sole del Messico. Non è dato sapere se in quei pochi minuti Maradona abbia maturato una specie di senso di colpa per quel delitto in pieno sole (improbabile), oppure ne stia godendo come non mai (molto probabile). L'euforia che tracima dal suo corpo in movimento lascia propendere per la seconda ipotesi; l'ipotesi diviene certezza nel momento in cui Maradona riceve palla qualche metro dietro la linea di metà campo dal suo compagno Hector Enrique, che da quel momento passerà ironicamente alla storia come “l'uomo che ha servito a Maradona l'assist per il gol del secolo”. È grande teatro contemporaneo anche questo, magari non una pistolettata secca come la prodezza precedente ma qualcosa di ancora più dinamico e grandioso, una coreografia di Pina Bausch. Maradona è ovviamente marcato a uomo in ogni centimetro quadro del terreno di gioco, eppure dannazione, non basta. Sgattaiola via a Beardsley e Samson con una serie di passi di tango e si mette fronte alla porta, puntandola come lo squalo che tutti si aspettano di veder comparire alla fine del film. Accelera, semina prima Reid e poi ancora Beardsley, è un treno in corsa, un bisonte, ma anche un ballerino. Salta di netto Fenwick e Butcher mentre il telecronista Victor Hugo Morales ha già iniziato a urlare “Genio!” e poi scopre che non esistono più le parole per descrivere quello che sta vedendo, lui che lo fa di lavoro da tutta una vita. Regredisce alla fase infantile, urla “ta-ta-ta-ta!” mentre Maradona è già oltre Shilton e ha appoggiato il pallone nella porta vuota, in dieci secondi e con quindici tocchi di palla. Cinque minuti prima diavolo, cinque minuti dopo angelo.

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Dopo una vita caotica e irrefrenabile, ha avuto l'accortezza di morire un 25 novembre, quindici anni esatti dopo George Best, quattro anni esatti dopo Fidel Castro. Se non aveva il senso dello spettacolo Diego Armando Maradona, allora proprio non sapremmo.

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