Paolo Cantù direttore de I Teatri di Reggio Emilia "Il teatro è sicuro, ripartiamo!"

Spettacolo

Fabrizio Basso

paolo cantu credit alfredo anceschi

Il coraggio va oltre la paura. Le stagioni vengono riprogrammate, si ragiona sull streaming, sui nuclei famiglia. La magia del palcoscenico è viva. L'INTERVISTA

Ti scontri con cose che non ti immagini. Questo è il punto di partenza. La conseguenza è che se ti chiami Paolo Cantù e sei il direttore dei Teatri di Reggio Emilia non solo non puoi metterti in trincea e aspettare ma neanche puoi pensarlo. Il 25 settembre parte la rassegna Teatro Aperto che trasformerà, fino al 15 novembre, la città emiliana in una delle capitali dell’arte. In cartellone, tra gli altri, ci sono il nuovo spettacolo di Dimitris Papaioannou in esclusiva italiana, il progetto O-Janà di Alessandra Bossa e Ludovica Manzo, l’anteprima del Don Juan prodotto dalll’Aterballetto, la prima assoluta di Shaloma Locomotiva Orchestra 42+1 e Perpendicolare di Cristina Donà e Daniele Ninarello. Sono solo alcune perle di un programma quanto mai eterogeneo e coraggioso. Lo stato del Teatro lo commento proprio col direttore Paolo Cantù.

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Che percezione hai del teatro?
Ha rinsaldato la convinzione che ha una finalità sociale. Se non facciamo lo sforzo per esserci viene a mancare un qualcosa di essenziale, siamo noi a dover ricordare che ci siamo.
Durante il lockdown la politica vi ha definito giullari.
Ho letto, ho seguito le polemiche. Non ne faccio una colpa a nessuno. Siamo un paese che negli anni precedenti ha disinvestito nella cultura, se volessimo cercare dei colpevoli dovremmo andare molto indietro nel tempo. Personalmente aggiungo che Angela Merkel è l’unica statista che ha fatto un discorso sugli artisti sull’importanza dell’arte, sull’economia, sul fatto che dà da mangiare a tanta gente. Il teatro è anche una utopia con sfumature concrete. Qui a Reggio è un’isola felice.
Da dove ripartiresti?
Dalla scuola che dovrebbe insegnare l’arte.
Molti artisti hanno approfittato del lockdown per creare nuovi progetti, dare forma a idee: che ne pensi?
Sono convinto che questa situazione può far emergere una generazione. Ma sostenere che si traduce in onda, beh aspettiamo un attimo. Di certo alcuni artisti, anche giovani, hanno dato dei segnali forti.
Dopo il compagno di banco sparirà anche quello di teatro?
Cerchiamo accorgimenti. Il teatro è aggregazione e socialità. Continua a essere limitata ma resiste. Noi abbiamo creato delle piante per posizionare i congiunti, su chiunque lo autocertifichi. I palchi vorremmo darli alle famiglie così il nucleo è salvo. Anche se poi bisognerà uscire da una porta laterale.
Molti vostri abbonati anno rinunciato al rimborso, li avete ringraziati con una campagna pubblicitaria che ha emozionato una città.
E’ la dimostrazione che qui si vive una eccezione. Che circa 1300 persone rinuncino a un rimborso in emergenza sanitaria ed emergenza incipiente economica è stupefacente, ma questa è la comunità reggiana. Speriamo di rivederci l’anno prossimo, noi facciamo il nostro e ciò aiuta a percepire l’affetto. Abbiamo comunicato che le rinunce sarebbero diventate solidarietà verso altri.
Con quale criterio?
Daremo biglietti ad alcune associazioni nell’arco della stagione. Il lockdown è stato anche un momento per risistemare il teatro, per procedere con lavori di manutenzione straordinaria. Ora ci attende un autunno di cultura a prezzo politico.
Se un elemento di una compagnia risultasse positivo?
Non deve succedere. Chi entra è al sicuro. La compagnia mi deve garantire che sono tutti a posto. Se si verificasse un caso valuteremo sul momento.
Come hai lavorato in questi mesi?
Era tutto pronto prima. A gennaio il programma era già chiuso. Poi lo abbiamo smontato e rimontato tutto. Per un attimo non sapevamo se certe produzioni si sarebbero fatte. Ad alcuni ho chiesto di immaginare il proprio spettacolo con le limitazioni. Qualcosa è rimasto come in origine, qualcosa ha subito modifiche.
Come valuti i nuovi spettacoli ora che è difficile muoversi per andare a vederli, sia in Italia che all’estero?
Il nostro lavoro si può svolgere per via telematica. Una volta si andava, ora vige la via telematica. Rimane il problema della visione e quindi mandano le prove in streaming.
Come vivi lo streaming?
Non lo consideriamo un sostituto, dal vivo c’è unicità. E’ un valore aggiunto, occorre valorizzare in modo creativo il web, dobbiamo imparare a usarlo. Un conto sono due telecamere altro costruire un percorso. C’è l’Opera Streaming allestita con altri teatri della regione, è una stagione studiata per essere goduta con questa formula.
Quale è la rinuncia che più ti addolora?
La didattica che non verrà fatta. Le stagioni ci sono in una formula differente. Ci inventiamo anche cose più piccole. Non avremo abbonamenti tradizionali bensì abbonamenti quasi mensili. Qui passano circa 35mila ragazzi l’anno. Stavolta non usciranno dalla scuola ed è già tanto se ci entrano. Sopperiamo con progetti online.
Cosa dici al popolo del teatro?
Mando un messaggio di rassicurazione. So che molta gente ancora non se la sente ma a teatro si è sicuri.
Cosa è il teatro?
Quello che trasmettono corpi, suoni, musica e parole.
Hai mai pensato di fermarti?
Mai. Vado sempre avanti. Bisogna esserci.

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