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Gigantopiteco, svelato l'identikit del primate alto tre metri

I titoli di Sky Tg24 delle ore 8 del 18/11

3' di lettura

Estintosi quasi 300mila anni fa, era grande tre volte il moderno gorilla e pesava 600 Kg. Le sue caratteristiche sono state ricostruite analizzando il Dna di alcuni fossili, grazie alla tecnica di analisi delle proteine 

Era alto quasi tre metri e pesava circa 600 chilogrammi ed è stato identificato come l'essere vivente più vicino geneticamente all'orango. Si tratta del Gigantopiteco, un primate grande quasi tre volte il moderno gorilla, il cui ritratto è stato ricostruito grazie all'analisi del Dna prelevato da fossili vecchi quasi due milioni di anni, grazie alla tecnica di analisi delle proteine sviluppata da un gruppo di ricercatori dell'università di Copenhagen, coordinato dall'italiano Enrico Cappellini, in collaborazione con l'Istituto di biologia evolutiva di Barcellona.

Ricostruita la storia evolutiva

Nel loro studio, pubblicato sulla rivista scientifica Nature, gli scienziati sono riusciti a ricostruire la relazione evolutiva tra questo primate gigante e l'orangotango oggi vivente, utilizzando la tecnica del sequenziamento proteico, grazie alle proteine recuperate nello smalto dei suoi denti. La particolarità della ricerca consiste nel fatto che per la prima volta questo materiale genetico è stato recuperato da un fossile di quasi due milioni di anni rinvenuto in un'area subtropicale del sud della Cina. “Di questo animale esistono pochissimi campioni fossili, cioè quattro mandibole e qualche migliaio di denti, recuperati principalmente in Cina e venduti nel secolo scorso come 'denti di drago' nelle farmacie tradizionali cinesi”, ha spiegato Cappellini all’Ansa. "Le sequenze genetiche più antiche finora recuperate erano quelle di un fossile umano di 400mila anni fa, trovato in Spagna, e quella di un cavallo vissuto in Canada 700mila anni fa. Più antiche non ce n'erano perchè il Dna si degrada con il passare del tempo e a seconda delle condizioni climatiche. Datazioni così antiche su fossili in aree tropicali, calde e umide, erano arrivate al massimo fino a 10.000 anni fa” ha aggiunto lo scienziato italiano. "Ma noi abbiamo visto che dallo smalto dei denti si possono recuperare proteine anche da fossili più antichi”.

La mascella del Gigantopiteco (Cappellini/Università di Copenhagen)

Le relazioni con l’orango

I risultati dello studio, così, mostrano la possibilità di estendere la ricostruzione genetica delle relazioni evolutive tra le nostre specie e quelle estinte più indietro nel tempo, almeno fino a due milioni di anni, coprendo una porzione molto più grande dell'intera evoluzione umana. In particolare è stato possibile svelare il mistero del Gigantopithecus, le cui prove fossili furono inizialmente scoperte nel sud della Cina nel 1935 e attualmente sono limitate a poche mascelle inferiori e molti denti. Finora, infatti, non era stato trovato nessun cranio completo e nessun altro osso dal resto dello scheletro. Estintosi circa 300.000 anni fa, per il gigantopiteco si è calcolato come si sia separato dal ramo evolutivo dell'orango circa 12 milioni di anni fa. Un risultato dalle conseguenze molto importanti in prospettiva, ha puntualizzato Cappellini, “perchè ha dimostrato che questo metodo si può applicare per recuperare materiale genetico sui fossili umani dell'Africa, ancora più indietro nel tempo, seguendo la linea evolutiva che ha portato alla specie umana".  

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