Health, tumore prostata: la proposta della SIU per uno screening nazionale organizzato
Salute e BenessereOgni anno in Italia vengono diagnosticati oltre 41mila nuovi casi di tumore della prostata, il più frequente nella popolazione maschile. Eppure, a differenza di quanto accade per il tumore della mammella, del colon-retto o della cervice uterina, nel nostro Paese non esiste ancora un programma nazionale di screening organizzato. Nella seconda parte della puntata l'intervista a Bertalan Meskó, fondatore e direttore del Medical Futurist Institute
Tumore della prostata, oggi la diagnosi precoce dipende prevalentemente dall'iniziativa del singolo cittadino o dal consiglio del medico curante, attraverso un modello definito "opportunistico", che rischia di creare disuguaglianze territoriali e percorsi diagnostici poco omogenei. Prima di ogni altra cosa vanno ricordati i numeri di questa neoplasia, la più frequente nella popolazione maschile: ogni anno sono 41mila le nuove diagnosi in Italia. Per superare questi limiti, la Società Italiana di Urologia (SIU) ha presentato alla Commissione nazionale per l'aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) la proposta LEA1125, che punta a introdurre nel Servizio sanitario nazionale uno screening strutturato per il carcinoma prostatico rivolto agli uomini tra i 55 e i 69 anni. Un percorso che, secondo le evidenze scientifiche più recenti, potrebbe ridurre la mortalità per questa neoplasia, diminuire il numero di biopsie inutili e migliorare l'appropriatezza delle cure.
Perché il modello attuale non basta più
"Il problema non è soltanto diagnosticare di più, ma diagnosticare meglio". È questo il principio che emerge dalle parole del Professor Giuseppe Carrieri, Presidente della Società Italiana di Urologia (SIU). L'attuale utilizzo del PSA (antigene prostatico specifico) al di fuori di un programma organizzato può infatti produrre due effetti opposti: da una parte il rischio di intercettare tardi i tumori più aggressivi, dall'altra quello di individuare forme molto lente e poco pericolose, destinate a non causare sintomi durante la vita del paziente. Una situazione che può tradursi in biopsie inutili, sovradiagnosi e trattamenti non necessari. "La nostra proposta nasce dall'esigenza di superare uno screening spontaneo e disomogeneo, sostituendolo con un percorso strutturato, scientificamente validato e uguale per tutti i cittadini" - sottolinea Carrieri. Le più recenti evidenze europee mostrano infatti che uno screening organizzato basato sul PSA, integrato con l'impiego della risonanza magnetica multiparametrica, è in grado di ridurre la mortalità specifica per tumore della prostata fino al 27% negli uomini tra 55 e 69 anni e di diminuire significativamente il rischio di diagnosi tardive e di malattia metastatica.
Il percorso in tre fasi proposto dalla SIU
Il modello presentato alla Commissione LEA prevede un iter graduale. Il primo passaggio è il dosaggio del PSA come test di popolazione per individuare gli uomini a maggior rischio. Solo nei soggetti con valori sospetti si passerebbe al secondo livello diagnostico, rappresentato dalla risonanza magnetica multiparametrica o biparametrica della prostata, oggi considerata uno degli strumenti più efficaci per distinguere le lesioni realmente pericolose da quelle clinicamente irrilevanti. La terza fase consiste nella biopsia prostatica mirata con tecnica fusion, eventualmente associata a campionamenti sistematici, eseguita esclusivamente nei casi in cui la risonanza evidenzi lesioni sospette. "L'obiettivo è ridurre il numero di procedure invasive non necessarie e concentrare l'attenzione sui tumori clinicamente rilevanti, quelli che possono realmente mettere a rischio la vita dei pazienti" - spiega Carrieri. Secondo i dati riportati nella documentazione scientifica che accompagna la richiesta LEA, questo approccio consentirebbe una riduzione di circa un terzo delle biopsie non necessarie e un calo significativo della diagnosi di tumori a basso rischio.
Le differenze tra Nord e Sud e il caso Lombardia
Se sul piano scientifico la direzione appare sempre più chiara, resta aperta la questione dell'equità di accesso. "Uno dei grandi problemi italiani è rappresentato dalle differenze territoriali", osserva il Professor Bernardo Rocco dell'Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore Unità Operativa Complessa Clinica Urologica Policlinico Gemelli di Roma. Alcune Regioni hanno già avviato programmi pilota o percorsi avanzati che integrano PSA, risonanza magnetica e biopsia mirata. Tra queste la Lombardia rappresenta una delle realtà più avanzate. Esperienze analoghe sono presenti anche in altre aree del Paese, compresa la Basilicata. "Tuttavia, l'accesso a questi percorsi dipende ancora troppo spesso dal luogo in cui si vive. Ci sono territori dove la diagnostica avanzata è facilmente disponibile e altri in cui il paziente continua a seguire iter più tradizionali" - sottolinea Rocco. Non è soltanto un problema italiano. Anche nei Paesi europei dove programmi di screening sono già attivi, l'adesione della popolazione maschile resta inferiore rispetto a quella osservata negli screening femminili. Una sfida culturale che, secondo gli esperti, richiederà campagne informative e una forte attività di sensibilizzazione.
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Quando il tumore viene diagnosticato
L'altro grande vantaggio di uno screening moderno riguarda la possibilità di personalizzare le cure. Grazie alle informazioni ottenute dalla risonanza magnetica e dalla biopsia fusion, il clinico può distinguere con maggiore precisione i tumori a basso rischio da quelli più aggressivi. "Non tutti i tumori della prostata devono essere operati" - ricorda Rocco. Nei casi meno aggressivi la strategia oggi più utilizzata è la sorveglianza attiva, che consente di monitorare nel tempo l'evoluzione della malattia evitando trattamenti inutili e preservando la qualità di vita. Quando invece il tumore presenta caratteristiche di maggiore aggressività, la chirurgia può rappresentare la scelta più appropriata. Negli ultimi anni le tecniche mininvasive e la chirurgia robotica hanno consentito di migliorare la precisione dell'intervento e ridurre il rischio di complicanze come incontinenza urinaria e disfunzione erettile, due aspetti che incidono profondamente sulla qualità della vita e sul benessere psicologico e relazionale dei pazienti. Secondo Europa Uomo, una diagnosi più accurata e percorsi assistenziali chiari aiutano inoltre a ridurre l'ansia che spesso accompagna il sospetto di tumore, favorendo decisioni condivise e più consapevoli.
Quanto costerebbe lo screening nazionale
Uno dei principali interrogativi riguarda l'impatto economico di un programma nazionale. La risposta arriva da un'analisi realizzata da ALTEMS, l'Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, che ha valutato il passaggio dall'attuale sistema opportunistico a uno screening organizzato. Lo studio stima che l'aumento dell'utilizzo della risonanza magnetica comporterebbe una maggiore spesa di circa 44,7 milioni di euro. Questo incremento verrebbe però compensato da una riduzione delle biopsie inutili, con un risparmio di 11,7 milioni di euro, e da minori trattamenti per tumori a basso rischio, pari a circa 14,2 milioni. Il saldo finale sarebbe di circa 4,1 milioni di euro a livello nazionale, una cifra considerata sostenibile dagli esperti alla luce dei benefici clinici attesi. "Ogni anno in Italia circa 7mila uomini muoiono per tumore della prostata. Se riuscissimo a replicare nella pratica clinica i risultati osservati nei principali studi internazionali, potremmo arrivare a salvare quasi 2mila vite ogni anno" - evidenzia Carrieri.
L'appello alle istituzioni
La richiesta della SIU è ora all'esame della Commissione nazionale per l'aggiornamento dei LEA. L'obiettivo è trasformare la diagnosi precoce del tumore della prostata da opportunità individuale a diritto garantito dal Servizio sanitario nazionale. Per gli esperti si tratterebbe di un cambio di paradigma: passare da una prevenzione disomogenea e frammentata a un modello basato su evidenze scientifiche, appropriatezza diagnostica ed equità di accesso. Una sfida che riguarda non soltanto la lotta a uno dei tumori più diffusi tra gli uomini, ma anche la capacità del sistema sanitario di anticipare la malattia, ridurre le disuguaglianze e investire in una prevenzione più efficace e sostenibile.
L'intervista a Bertalan Meskó
In chiusura della puntata di Health l'intervista a Bertalan Meskó, fondatore e direttore del Medical Futurist Institute, considerato a livello mondiale una delle voci più visionarie sulla salute del futuro. Aiuta governi, ospedali e aziende a capire come intelligenza artificiale, robotica, dati e nuovi comportamenti stanno cambiando profondamente la medicina. Non parla di tecnologia per stupire, ma per renderla comprensibile e utile alle persone. È uno degli osservatori più lucidi della rivoluzione digitale che sta trasformando la sanità.