Covid, lo studio: sintomi a lungo termine in un guarito su otto

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Long Covid, sotto osservazione le conseguenze a carattere psicologico e mentale. Cosa dice il nuovo studio pubblicato sull’ultimo numero di Lancet

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Arriva dal The Lancet, prestigiosa rivista scientifica inglese, l’ultimo studio sul long Covid. Secondo la ricerca, almeno un paziente su otto guarito dal Coronavirus continuerebbe a manifestare almeno un sintomo nel lungo periodo. Indicazioni del genere non sono nuove, e sono già sotto osservazione da numerosi studi nazionali ed internazionali. Secondo gli esperti, nella maggior parte dei casi i sintomi riguarderebbero la perdita di gusto e olfatto, dolori muscolari, spossatezza, dolori al petto e difficoltà respiratorie. Non ultimo, sotto osservazione sono anche le conseguenze a carattere psicologico e mentale, ma queste verranno analizzate più approfonditamente nel futuro.  (TUTTI GLI AGGIORNAMENTI)

Lo studio del Lancet

Rispetto gli studi precedenti, gli autori del lavoro pubblicato su ‘The Lancet’ hanno confrontato la frequenza di nuovi sintomi, o seriamente acutizzati, in un campione di popolazione non infetta, e tra persone a cui era stato diagnosticato Covid-19, per arrivare ad una stima più attendibile rispetto a quanto fatto in precedenza. “C'è urgente bisogno di dati che inquadrino la portata dei sintomi a lungo termine sperimentati da alcuni pazienti dopo la malattia Covid”, ha affermato Judith Rosmalen dell'Università di Groningen, tra le autrici principali dello studio. “Esaminando i sintomi in un gruppo di controllo non infetto e nelle persone sia prima che dopo l'infezione da Sars-CoV-2, siamo stati in grado di spiegare i sintomi che potrebbero essere stati il risultato di aspetti di salute legati al 'mal di pandemia', come lo stress causato da restrizioni e incertezza”, ha invece spiegato Aranka Ballering, prima autrice dello studio.

Cosa dicono i dati

Delle 76.422 persone esaminate, 4.231 che avevano il Covid sono state abbinate a 8.462 controlli tenendo conto del sesso, dell'età e del tempo di completamento dei questionari che indicavano una diagnosi dell’infezione. A 3 mesi dall’infezione, la gravità dei sintomi si stabilizzava senza un ulteriore declino. “L'evidenza attuale supporta l'opinione secondo cui questa sindrome post infezione è comune e può persistere per almeno 2 anni, sebbene sia presente solo in una minoranza una grave malattia debilitante”, scrivono a proposito Christopher Brightling e Rachael Evans dell'Institute for Lung Health, University of Leicester, in un commento allegato. “La definizione di caso di Long Covid deve essere ulteriormente migliorata e una migliore comprensione è fondamentale”. I ricercatori, infatti, pur riconoscendo alcuni limiti del lavoro, hanno voluto evidenziare l’importanza di effettuare più ricerche sui meccanismi che scatenano il Long Covid.

I dati analizzati

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Dal maxi studio olandese sulla prevalenza di problematiche a lungo termine dopo l'infezione da Covid-19, possiamo trarre che: il 21,4% degli adulti che ha avuto il Coronavirus, ha manifestato almeno un nuovo sintomo, o una complicazione di questo, da 3 a 5 mesi dopo l’infezione rispetto al periodo precedente al contagio. Una percentuale che, se presa come riferimento nella popolazione non infetta, scende a 8,7%. Un paziente su otto, dunque, sperimenta sintomi da Long Covid derivati dall’infezione.

Lo studio inglese su Nature Medicine

In un altro studio coordinato dall'Università di Birmingham, e pubblicato su Nature Medicine, ai disturbi causati dal long covid si aggiungerebbero la perdita di capelli e il calo della libido. A 12 settimane dall’infezione, i ricercatori hanno contato sino a 62 sintomi associati al coronavirus, dopo aver acquisito i dati di 486.149 persone che si erano contagiate con il SarsCoV2, e di 1,9 milioni di persone che non indicavano infezione da Coronavirus, da gennaio 2020 ad aprile 2021. Tra i sintomi riscontrati, anche qui disturbi a livello mentale e respiratorio, oltre la perdita dell’olfatto e dolore al petto. Rilevata anche una frequenza significativa di casi di amnesia, aprassia (incapacità di eseguire movimenti o comandi familiari), incontinenza intestinale, disfunzione erettile, allucinazioni, e gonfiore degli arti. Secondo quest’ultimo studio, coloro più a rischio sono le donne e i giovani, coloro che appartengono a gruppi etnici o a fasce svantaggiate dal punto di vista economico, coloro che presentano patologie pre-esistenti, obesità e sovrappeso.

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