Covid, gli effetti sulla nostra psiche

Salute e Benessere

Nadia Cavalleri

I giovani pagheranno il prezzo psicologico più alto per i lockdown? Ne parliamo con la psicologa Alessandra Gorini, Prof Associato di Psicologia, Università degli Studi di Milano 

Durante il primo lockdown ci sono state molte persone che hanno sofferto per questa situazione di isolamento. Sono aumentate le patologie legate ad attacchi d’ansia, insonnia,  depressione? Come si può spiegare? Il primo lockdown è stata una “novità” storica. È stato certamente duro e impegnativo per chiunque, ma l’abbiamo affrontato con impegno, coraggio e solidarietà (ricordiamo i canti sui balconi e il sostegno al personale sanitario). Il primo lockdown aveva una “data di scadenza”, sapevamo per quanto avremmo dovuto tenere duro e avevamo l’illusione che, una volta finito, sarebbe “andato tutto bene”. Purtroppo così non è stato e ci sono stati chiesti altri sacrifici che, non solo hanno continuato a limitare la nostra libertà, ma che hanno portato con sé anche moltissime perdite affettive, lavorative ed economiche. Questo ha reso tutto più difficile e ha contribuito a peggiorare significativamente il nostro stato d’animo, le nostre insicurezze, le nostre paure. L’essere umano ha bisogno di certezze che questo virus ha fatto improvvisamente scomparire. A questo si è aggiunto il fatto che ognuno di noi, senza eccezione, si è dovuto abituare o addirittura inventare un nuovo modo di vivere, delle nuove abitudini, delle nuove certezze. E molti non ce l’hanno fatta, molti non hanno retto questo improvviso cambiamento e hanno sviluppato problematiche psicologiche di vario genere, perché il cambiamento, si sa, è una delle sfide più difficili, è l’uscita dalle nostre zone di confort (positive o negative che siano) per intraprendere nuove strade. Ricordiamoci però che il cambiamento è sempre e comunque un’opportunità e come tale dovremmo accoglierlo, indipendentemente dalla fatica che richiede.

Con il passare dei mesi questa condizione di ‘nuova normalità’ come la definiscono alcuni sta davvero entrando nel nostro quotidiano o è solo una calma apparente e dobbiamo aspettarci una sorta di crisi di rigetto in futuro? Mi riallaccio al tema dell’opportunità sottolineando come la pandemia abbia certamente non solo imposto il cambiamento, ma l’abbia anche accelerato. E non mi riferisco solo al cambiamento tecnologico, per esempio, di cui tanto si parla, ma anche di quello a livello sociale e individuale. Volenti o nolenti siamo cambiati, abbiamo modificato le nostre abitudini, scoprendo spazi fisici e mentali prima sconosciuti, e nel cambiamento ci siamo fermati a pensare, analizzando, forse come mai prima d’ora, i nostri bisogni, i nostri desideri, le nostre paure… Credo quindi che tutto questo non andrà perduto, se non altro perché ha già portato a dei cambiamenti, alcuni dei quali rappresentano, appunto, una condizione di “nuova normalità” a cui non rinunceremo facilmente o che, comunque, rappresenterà un punto di partenza per ulteriori cambiamenti.

L’elaborazione di una persona anziana, che è già abituata a vivere in un certo modo, è diversa da quella di un bambino piccolo che non ha memoria di come fossero le cose prima del covid? Per le persone molto anziane la pandemia è stata uno degli eventi “storici” che hanno avuto modo di vivere nel corso della loro vita. Non vi è dubbio, quindi, che loro abbiamo sviluppato maggiori capacità di affrontare le difficoltà e i cambiamenti rispetto a persone di mezza età che, invece, si sono trovate per la prima volta in vita loro a dover cambiare le proprie abitudini e a dover accettare limitazioni e rinunce che nessuno di noi avrebbe mai potuto immaginare. Per quanto riguarda i bambini, sappiamo che, se istruiti nel modo corretto, sono molto più flessibili e abili degli adulti nell’apprendere nuovi comportamenti e nuove abitudini. E le abitudini che si apprendono da piccoli tendono a lasciare un segno indelebile nel nostro modo di essere, quindi potremo aspettarci, per esempio, che la “fisicità” che mostreranno i bambini nei prossimi anni sarà diversa da quella sviluppata dai bambini cresciuti senza COVID, come d’altra parte è diversa nei bambini cresciuti in culture diverse dalla nostra, come per esempio quelle orientali.

 

Sugli adolescenti, che già affrontano un momento particolare della loro crescita personale, tutto quello che ha significato il virus in termini di isolamento dal gruppo, mancanza di contatto fisico, impossibilità di praticare sport di squadra ecc che segni lascerà? Il tema degli adolescenti è il più delicato in assoluto. Sono cresciuti in un mondo senza COVID e, nel momento dello sviluppo della loro identità adulta si sono trovati in questo vortice di cambiamenti difficile da comprendere, soprattutto per loro, il cui rischio reale è sempre stato inferiore che per gli altri. Gli adolescenti hanno realmente bisogno di tutto ciò di cui il COVID ci ha privato: socialità, contatto fisico, esplorazione del mondo esterno. Se a questo sommiamo il fatto che proprio ciò che dicevamo essere “pericoloso” per uno sviluppo sano, è diventato il loro irrinunciabile strumento di vita (mi riferisco alle relazioni mediate dalla tecnologia con il conseguente allontanamento dal reale), possiamo facilmente comprendere quanto il rischio, per questa fascia della popolazione, sia elevato. D’altra parte i dati e le notizie di cronaca confermano pienamente le previsioni: ansia e depressione sono in drammatico aumento, il numero dei suicidi è in continua crescita e la socialità si è trasformata in risse di piazza dove sfogare la propria rabbia e il proprio disagio. Purtroppo, per affrontare questa situazione, l’unica strada possibile è che le istituzioni prendano molto sul serio ciò che sta accadendo e investano, per i prossimi anni, risorse importanti nella prevenzione e nella cura dei giovani.

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