Un solo ministro sfiduciato: i precedenti sono pro-Bondi

Politica
Il Ministro della Cultura, Sandro Bondi in aula della Camera dei Deputati, oggi 10 novembre 2010 a Roma.
ALESSANDRO DI MEO/ANSA

Dal caso Caliendo a Pecoraro Scanio, "salvato" dalla caduta di Prodi. Dal voto su Napolitano e Flick, alle mozioni contro Andreotti per il caso Sindona. Mai una Camera ha fatto cadere un ministro. Tranne Mancuso, che aveva contro il suo governo

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di Serenella Mattera


Certo, i numeri risicati del governo alla Camera rendono tutto più complicato. Ma per comprendere quanto basse siano le probabilità che le mozioni di sfiducia individuale contro il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi vengano approvate, basta consultare i precedenti storici. Una sola volta un ministro è stato costretto a dimettersi dal voto del Parlamento: era il 1995 e l’allora Guardasigilli Filippo Mancuso fu sfiduciato dalla sua stessa maggioranza. Al contrario, le altre 13 volte che dagli anni ’80 a oggi si è arrivati al voto finale in Aula, i ministri sono usciti indenni dalla tenaglia delle opposizioni.

L’ex magistrato Mancuso, titolare della Giustizia nel governo tecnico guidato da Lamberto Dini, viene convocato al Senato per la sfiducia dalla maggioranza che sostiene quell’esecutivo, il 19 ottobre 1995. L’atto formale viene deciso dopo le aspre critiche legate sia alla decisione del Guardasigilli di avviare una serie di ispezioni sul comportamento del pool di Mani Pulite, sia alle contestazioni da lui mosse alle indagini della procura di Palermo sulla mafia. La maggioranza a Palazzo Madama è compatta a chiedere al ministro di lasciare il suo incarico. I senatori del Polo escono dall’Aula. La sfiducia passa con 173 voti a favore, tre contrari e otto astenuti. Ma dopo il voto Mancuso non si dimette. E si rende necessario un provvedimento del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, per procedere alla sua rimozione.

Per il resto, i precedenti per Sandro Bondi sono incoraggianti. Incluso l’ultimo. Quel voto di sfiducia contro il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, che il 4 agosto 2010 si trasforma in una vera e propria conta per il governo: l’astensione di Fli (d’intesa con Udc, Api ed Mpa) dimostra che non c’è maggioranza senza i finiani. Caliendo, ad ogni modo, resta in carica. E forse si sarebbe salvato anche il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, se non si fosse dimesso il 14 luglio 2010, prima del voto in Aula.

Quanto al governo Prodi, singolare è il caso del ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, “salvato” dalla caduta del governo. E’ il fatidico gennaio del 2008, quando l’opposizione di centrodestra chiede la calendarizzazione di due mozioni: una contro il ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, dopo che il Tar del Lazio ha bocciato la sua decisione di rimuovere il generale Roberto Speciale dal comando della Guardia di Finanza; l’altra contro Pecoraro Scanio, per la gestione dell’emergenza rifiuti in Campania. Ebbene, l'opposizione ritira la mozione contro Padoa Schioppa, mentre viene fissato il voto su quella contro Pecoraro Scanio per il 22 gennaio alla Camera, il 23 al Senato. “Dimettersi? E perché?”, dice il ministro campano in un’intervista. Poi aggiunge: “E’ la testa di Prodi che vogliono. Siamo al momento della verità”. E ha ragione. Proprio in quei giorni il presidente del Consiglio chiede la fiducia al governo. Il 24 gennaio il Senato gliela nega. L’esecutivo cade e con esso il titolare dell’Ambiente. La sfiducia individuale è superata dai fatti.

Andando a ritroso negli anni, per il ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi, nel 2005 la sfiducia arriva dopo il blocco per neve dell’autostrada A3. Ma la Casa delle Libertà fa quadrato attorno al suo ministro.

E le cronache parlamentari ricordano tra le altre anche una mozione contro l’allora ministro dell’Interno Giorgio Napolitano, nel maggio 1998. La richiesta giunge dalla Lega e dall’Udr (Cdu-Cdr) dopo la fuga di Licio Gelli. Assieme a Napolitano viene sfiduciato il Guardasigilli Giovanni Maria Flick. La Camera respinge.

Infine, tornando agli anni ’80, il ministro della Sanità Carlo Donat Cattin (Dc) nel 1989 viene chiamato in Parlamento da Pci, Sinistra indipendente, Pr e Verdi. Lo accusano di una “gestione della sanità che appare in totale dissonanza rispetto alle esigenze della salute dei cittadini”, anche per quanto riguarda la mancanza di attività di prevenzione dell’Aids. La maggioranza fa quadrato e la mozione viene respinta.

Così come vengono respinte le tre mozioni contro l’allora ministro degli Esteri Giulio Andreotti, per le presunte responsabilità nel caso Sindona. E’ il 30 ottobre 1994.

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