Trapani, mafia: individuati fiancheggiatori del latitante Vito Bigione

Sicilia
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Eseguite perquisizioni nei confronti di sei destinatari della misura cautelare dell'obbligo di dimora, per aver favorito la latitanza in Romania del pregiudicato mazarese

Vasta operazione della polizia di tra Mazara del Vallo, Bologna e Imola. Eseguite perquisizioni nei confronti di sei destinatari della misura cautelare dell'obbligo di dimora, per aver favorito la latitanza in Romania del pregiudicato mazarese Vito Bigione. Il fuggitivo si era avvalso di una fitta rete di fiancheggiatori, che lo avevano agevolato nel sottrarsi a una condanna di oltre 15 anni per associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti.

Le indagini

Le indagini hanno permesso di identificare un gruppo di persone, tra cui alcuni insospettabili, che avevano dato alloggio, favorito la fuga all'estero e fornito assistenza al latitante. Le attività investigative erano state avviate quando Bigione, soprannominato "il "commercialista", da sempre considerato un broker professionista nell'organizzazione dei traffici di droga con la Colombia e destinatario della pesante condanna inflitta dalla Corte di Appello di Reggio Calabria, aveva fatto perdere le sue tracce al momento dell'esecuzione del provvedimento, nel luglio 2018. 

Il modus operandi

La sua stretta vicinanza alla potente famiglia mafiosa degli Agate di Mazara del Vallo, concretizzatasi nella partecipazione a ingenti importazioni di droga dal Sudamerica, cui avevano preso parte anche esponenti delle cosche della ndrangheta di Plati', lo avevano portato anche ad essere inizialmente sottoposto a indagini per il delitto di associazione mafiosa presso il Tribunale di Locri. In ogni caso, evidenti e documentate frequentazioni con personaggi di spicco di Cosa Nostra, considerati vicini al latitante Matteo Messina Denaro, risalenti anche periodi della sua latitanza, ne hanno provato la contiguità agli ambienti mafiosi mazaresi. Lo spessore criminale del Bigione è stato d'altra parte dimostrato dalla complessa rete di relazioni che ne aveva sostenuto la latitanza, in cui figuravano anche un'infermiera professionale bolognese, che aveva avuto in cura il condannato, e una romena, residente in Emilia, che si occupava degli aspetti organizzativi per l'alloggio e la permanenza del latitante nella città di Oradea, avvalendosi di una connazionale che fungeva da governante del fuggitivo. Ruolo centrale era svolto proprio dalla paramedica, che in diretto contatto con gli indagati di origine mazarese, vicini a esponenti del mandamento mafioso, manteneva rapporti diretti con il latitante, utilizzando schede telefoniche intestate a cittadini stranieri.

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