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Abusi in carcere, 52 misure cautelari. Agenti in chat: “Li abbattiamo come vitelli”

Campania

I provvedimenti sono stai emessi nei confronti di agenti in servizio nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere. Una misura interdittiva è stata notificata stamattina anche al provveditore delle carceri della Campania Antonio Fullone. Sono 110 gli indagati

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I carabinieri di Caserta hanno eseguito 52 misure cautelari emesse dal gip su richiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) nei confronti di appartenenti al corpo della polizia penitenziaria coinvolti negli scontri con i detenuti che avvennero il 6 aprile 2020, in pieno lockdown, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Una misura interdittiva è stata notificata stamattina anche al provveditore delle carceri della Campania Antonio Fullone. Complessivamente sono stati notificati otto arresti in carcere, 18 arresti ai domiciliari, tre obblighi di dimora e 23 interdizioni dall'esercizio del pubblico ufficio.

La protesta

La protesta, cui presero parte centinaia di carcerati, scoppiò dopo la notizia di un caso di positività al Covid-19 tra le mura dell'istituto casertano. Per far fronte alle manifestazioni vennero inviati da Napoli contingenti dei reparti speciali della Penitenziaria. Nel 2020, durante il lockdown, furono numerose le carceri italiane dove si registrarono rivolte e proteste (FOTO).

L'11 giugno 2020 vennero notificati gli avvisi di garanzia agli agenti della Polizia Penitenziaria indagati, cui la Procura guidata da Maria Antonietta Troncone contestava i reati di tortura, violenza privata, abuso di autorità. Il provvedimento sollevò polemiche per la modalità d'esecuzione tanto che alcuni agenti penitenziari salirono sui tetti del carcere per protestare

Le indagini

Nell'inchiesta, complessivamente, sono oltre 110 le persone indagate. Gli arresti riguardano quasi esclusivamente agenti del carcere di Santa Maria Capua Vetere: quella sera intervennero ben 283 poliziotti, un centinaio provenienti da Napoli Secondigliano, altri da un carcere dell'Avellinese. Di quelli provenienti da strutture penitenziarie diverse da quella casertana solo pochi sono stati riconosciuti dai detenuti (appena due, e sono di Secondigliano).

Il gip: "Orribile mattanza"

Nelle indagini si fa riferimento a un episodio in cui i detenuti sono stati costretti a passare in un corridoio di agenti, con caschi e manganelli, fatti inginocchiare e colpiti di spalle per tutelare l'anonimato dei picchiatori. Nell'ordinanza il gip definisce l'episodio una "orribile mattanza" ai danni dei carcerati. Secondo le accuse alcuni sono stati denudati e 15 anche portati in isolamento con modalità del tutto irregolari e senza alcuna legittimazione.

Contestato il reato di tortura

Nell'ambito dell'indagine i reati contestati sono, a vario titolo, concorso in torture pluriaggravate ai danni di numerosi detenuti (per 41 agenti), maltrattamenti pluriaggravati, lesioni personali pluriaggravate, falso in atto pubblico (anche per induzione) aggravato, calunnia, favoreggiamento personale, frode processuale e depistaggio. Le perquisizioni riguardarono 292 detenuti nel Reparto Nilo dell'istituto penitenziario casertano.

I provvedimenti

Tra i detenuti in isolamento, uno perse la vita, il 4 maggio, quasi un mese dopo la perquisizione, per l'assunzione di un mix di oppiacei. In relazione a questa morte, è stato spiegato in una conferenza stampa, ritenendo quel gesto conseguenza delle torture, la Procura ha contestato il reato di morte come conseguenza di un altro reato (la tortura, appunto). Una impostazione non condivisa dal gip che invece ha ritenuto di classificare l'evento come suicidio. L'ufficio inquirente guidato da Maria Antonietta Troncone (le indagini dei carabinieri di Caserta sono state coordinate del procuratore aggiunto Alessandro Milita e dai sostituti procuratori Daniela Pannone e Alessandra Pinto) aveva chiesto misure cautelari per 99 indagati ma il Giudice, malgrado abbia riconosciuto la gravità indiziaria per 62 soggetti, ha ritenuto opportuno emettere 52 misure cautelari sulla base della sussistenza della pericolo di reiterazione del reato (sono quasi tutti in servizio).

Le chat

"Li abbattiamo come vitelli"; "domate il bestiame" prima dell'inizio della perquisizione e, dopo, quando la perquisizione era stata completata, "quattro ore di inferno per loro", "non si è salvato nessuno", "il sistema Poggioreale", forse in riferimento a una metodologia di contenimento. Sono questi alcuni dei messaggi letti dagli inquirenti nelle chat presenti sui cellulari degli agenti coinvolti nell'indagine.

Provveditore accusato di falso e depistaggio

"Dare un segnale forte", "un segnale minimo per riprendersi l'istituto". Sono i messaggi inviati in alcune chat, acquisite dai cellulari degli indagati, dal provveditore regionale delle carceri della Campania, Antonio Fullone, accusato nell'ambito dell'inchiesta di falso e depistaggio. A Fullone oggi è stata notificata una misura cautelare di sospensione dall'esercizio del pubblico ufficio. Proprio da questi messaggi emerge la volontà del provveditore di dare una connotazione particolare alle perquisizioni. Per gli inquirenti, infatti, il reale scopo delle perquisizioni, che vennero disposte dopo una protesta, era dimostrativo e preventivo. Una sorta di segnale per la Polizia Penitenziaria che nei giorni precedenti aveva chiesto una risposta ai disordini avvenuti nel reparto Nilo.

Il sindacato Sappe: "Provvedimenti abnormi"

"Prendiamo atto dell'iniziativa adottata dai magistrati. La presunzione di innocenza è uno dei capisaldi della nostra Carta costituzionale e quindi credo si debbano evitare illazioni e gogne mediatiche. A noi sembrano provvedimenti abnormi - dichiara il segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, Donato Capece - considerato che dopo un anno di indagini mancano i presupposti per tali provvedimenti, ossia l'inquinamento delle prove, la reiterazione del reato ed il pericolo di fuga. Confidiamo nella Magistratura perché la Polizia penitenziaria, a S. Maria Capua Vetere come in ogni altro carcere italiano, non ha nulla da nascondere. L'impegno del primo Sindacato della Polizia Penitenziaria, il Sappe, è sempre stato ed è quello di rendere il carcere una 'casa di vetro'". 

Ministra Cartabia: "Fiducia nel corpo della Polizia Penitenziaria"

Il Ministero della Giustizia segue con "preoccupazione" gli sviluppi dell'inchiesta di Santa Maria Capua Vetere, che ha portato a numerose misure cautelari. "La Ministra Marta Cartabia, e i vertici del Dap - sottolinea una nota di via Arenula - rinnovano la fiducia nel corpo della Polizia Penitenziaria, restando in attesa di un pronto accertamento dei gravi fatti contestati".