Introduzione
Continua il pugno duro del regime in Iran dopo oltre 15 giorni di proteste anti-governative. Il governo porta in piazza i suoi sostenitori per ostentare sicurezza, ma è allarme internazionale per le dimensioni della repressione nelle strade e online. Secondo diverse ong i morti accertati sono centinaia, ma alcune stime arrivano a parlare di migliaia di vittime. Inizialmente scatenate dalla crisi economica, le proteste si sono trasformate in una delle più grandi sfide per il sistema teocratico che governa l'Iran dalla Rivoluzione islamica del 1979 che detronizzò lo scià. E intanto gli Stati Uniti, pur dando precedenza a una via diplomatica, non escludono un'azione militare
Quello che devi sapere
Le ragioni della protesta
Le proteste sono iniziate a causa della crisi economica in Iran, ma poi sono cresciute a tal punto da trasformarsi in una delle più grandi sfide per il sistema teocratico che governa l'Iran dalla Rivoluzione islamica del 1979 che detronizzò lo scià.
Gli scontri e le manifestazioni vanno avanti da oltre due settimane e hanno causato centinaia di morti accertati, anche se le vittime potrebbero essere migliaia.
L'entità e la forza delle proteste fanno pensare che ci sia in corso una svolta unica nel Paese, che potrebbe portare alla caduta del regime e a una successione del capo supremo Ali Khamenei.
I sostenitori del governo in piazza
Di fronte alle proteste il governo ha portato in piazza i suoi sostenitori, mentre aumenta l'allarme per le dimensioni della repressione nelle strade e online. Dopo oltre due settimane di proteste che hanno interessato quasi tutte le province del Paese, le autorità hanno provato a diffondere il messaggio che la situazione sia tornata "sotto controllo", ma il blocco totale di Internet e delle comunicazioni telefoniche continua ininterrotto: prova che il regime ha bisogno ancora di mantenere il controllo sulle informazioni e di continuare col pugno di ferro.
La repressione delle comunicazioni
A dimostrazione della gravità della crisi, le autorità iraniane hanno imposto un blackout di Internet che va avanti da giorni e che secondo gli attivisti mira a mascherare la portata della repressione. Sono poche le immagini diffuse: sono uscite in questi ultimi giorni grazie ad alcuni terminali Starlink presenti nel Paese. Ma anche qui la repressione è stata totale: per la prima volta il regime è riuscito a bloccare su larga scala i terminali Starlink, dimostrando una capacità di isolare la popolazione dal resto del mondo sopra le aspettative. Il governo ha indetto manifestazioni in tutto il Paese a sostegno della Repubblica islamica. Migliaia di persone hanno riempito piazza Enghelab a Teheran, brandendo la bandiera nazionale, mentre venivano lette preghiere per le vittime di quelle che il governo ha definito "rivolte". Le immagini sono state diffuse dalla tv di Stato, Irib, rimasta praticamente l'unica fonte di informazione dal Paese.
L'intervento degli Usa
La linea dettata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump è quella di dare precedenza a una via diplomatica, ma senza escludere un'azione militare. Trump nelle ultime ore sta prendendo sempre più in considerazione l'idea di attaccare l'Iran. I media statunitensi fanno sapere che sinora sono stati diversi collaboratori senior dell'amministrazione statunitense, guidati dal vicepresidente J.D. Vance, a convincere Trump a tentare un'azione diplomatica prima di un attacco militare vero e proprio. Tutto questo mentre l'Iran ha affermato di mantenere aperti i canali di comunicazione con Washington. Intanto però Trump ha annunciato "con effetto immediato, un decreto che prevederà un dazio del 25% nei confronti di qualsiasi Paese che intratterrà rapporti commerciali con la Repubblica Islamica".
L'invito ai cittadini Usa: "Lasciate il Paese"
A dimostrare che la situazione possa diventare sempre più esplosiva, è il messaggio che arriva dal Dipartimento di Stato americano e dall'Ambasciata virtuale di Teheran, con l'emissione di un "avviso urgente a tutti i cittadini di lasciare il Paese". Tra le possibili opzioni sul campo, come riporta il Wall Street Journal, ci sono attacchi militari, l'uso di armi cyber segrete, l'ampliamento delle sanzioni e il rifornimento di aiuto online a fonti antigovernative.
Le posizioni in campo
Dagli Stati Uniti sono arrivate anche le parole di Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo scià iraniano che negli Usa vive in esilio, che esorta Trump a intervenire. "Penso che il presidente debba prendere una decisione abbastanza presto," ha detto, spingendo gli iraniani a protestare e insiste nel presentarsi come leader di transizione per il suo paese. Dall'altro lato, a un possibile attacco americano ha risposto invece il presidente del parlamento iraniano Mohammad Qalibaf, il quale ha avvertito Washington: "In caso di attacco, sia Israele sia tutte le basi e le navi statunitensi saranno il nostro legittimo obiettivo".
I tragici numeri delle vittime
Nel frattempo, il gruppo per i diritti umani con sede negli Stati Uniti 'HRANA' ha dichiarato che i morti verificati in Iran sono 656, di cui almeno 505 manifestanti e 113 militari, ma ha aggiunto di stare indagando su altri 579 decessi. Ma si teme che le vittime possano essere migliaia. Mentre sempre dall'inizio delle proteste scoppiate il 28 dicembre, sono 10.721 le persone arrestate. L'Iran, invece, dal suo canto, continua a non fornire un bilancio ufficiale delle vittime, attribuendo lo spargimento di sangue all'interferenza statunitense e a quelli che definisce "terroristi sostenuti da Israele e dagli Stati Uniti"
Le posizioni internazionali
Il Parlamento europeo ha vietato l'accesso ai suoi locali a tutti i diplomatici e rappresentanti iraniani, mentre l'Ue si è detta pronta a nuove sanzioni. Da Teheran, hanno risposto con la convocazione al ministero degli Esteri dei rappresentanti diplomatici di Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna. I grandi alleati del regime dell'ayatollah Khamenei, Mosca e Pechino, per ora si limitano a condannare i tentativi di "ingerenza straniera".