Dopo la sconfitta nelle elezioni di Midterm, il presidente Usa punta il dito contro i democratici per il crollo di Wall Street e rispolvera le minacce all'Iran. Nel frattempo, si apre la resa dei conti nel partito repubblicano in vista del 2028 e salta la testa di Susie Wiles
Dopo la delusione per la pesante battuta d'arresto subita alle elezioni di metà mandato, Donald Trump serra subito le fila e fa cadere le prime teste: via Susie Wiles, capo dello staff della Casa Bianca, e al suo posto arriva Steven Miller, storico fedelissimo del presidente.
Steven Miller nuovo capo di gabinetto
Trump ha scelto Miller, principale architetto delle politiche restrittive sull'immigrazione, accogliendo così le pressioni formulate dall'ala più intransigente del movimento MAGA. Una mossa che segna un irrigidimento della linea politica interna in risposta al contraccolpo elettorale. "Stephen Miller è con me sin dall'inizio, è un grande manager. Qualche volta bisogna cambiare", ha dichiarato il tycoon.
Le parole di Trump
Il presidente ha anche ribadito: "Non mi arrenderò mai" e ha accusato i democratici di essere i principali responsabili del "giovedì nero" di Wall Street e di aver provocato una delle peggiori giornate nella storia della Borsa americana a causa dei propositi di regolamentare le Big Tech. Uno "tsunami blu" che, secondo la Casa Bianca, avrebbe bruciato migliaia di miliardi di dollari di capitalizzazione e a cui Trump ha risposto confermando invece il proprio supporto alla Super Intelligenza, definendo miope la chiusura nei confronti dei data center nonostante il responso negativo emerso dalle urne in tutto il Paese.
Le opzioni sull'Iran e le pressioni diplomatiche
Sul fronte internazionale, il presidente americano è tornato poi a usare toni duri nei confronti di Teheran, oscillando tra la linea della fermezza e quella diplomatica. "O fanno l'accordo o li distruggo", ha tuonato Trump, riunendo per la prima volta dopo le elezioni di Midterm i consiglieri per la sicurezza nazionale. "Vogliamo andare oltre e limitarci a certificare l'accordo, il che significherebbe che una cosa del genere non accadrà mai più - ha aggiunto il presidente Usa -. Oppure possiamo distruggere il resto del Paese, ma preferirei non farlo, se possibile. Ma forse sarò costretto, lo saprete presto". "Con l'Iran sta andando bene, stiamo parlando", ha aggiunto. Secondo quanto riportato da Axios, la Casa Bianca starebbe valutando tre strade: nuovi attacchi mirati, il mantenimento della stretta economica o un'intesa che includa concessioni a favore del regime iraniano. Tutto mentre continua a muoversi la macchina della diplomazia, con fitti colloqui tra il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e i mediatori di Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Oman ed Egitto, e sullo sfondo del pressing esercitato dal vicepresidente Jd Vance per una soluzione negoziale.
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La battaglia per la leadership nel Partito Repubblicano
Il tracollo elettorale ha fatto scattare la resa dei conti all'interno del Grand Old Party, inaugurando la corsa per le primarie presidenziali del 2028. Il vicepresidente Jd Vance è finito nel mirino delle critiche, accusato di aver sottovalutato temi cruciali come i dazi e il costo della vita, concentrandosi eccessivamente sulla crisi in Medio Oriente. Altri esponenti di spicco – tra cui il governatore della Florida Ron DeSantis e il senatore del Texas Ted Cruz – stanno prendendo le distanze dall'asse presidenziale per costruire posizionamenti autonomi, mentre il segretario di Stato Marco Rubio prova a smarcarsi dalle difficoltà del voto. Dal canto suo, forte dei dati positivi sull'occupazione di ottobre e sul controllo dei Super Pac come MAGA Inc., Trump punta a mantenere saldamente le redini del partito per condizionare gli scenari futuri e arginare i tentativi di rottura dei repubblicani dissidenti. Sempre più traballante, invece, appare la posizione del capo del Pentagono Pete Hegseth, su cui incombe la minaccia di una mozione di impeachment al Congresso annunciata dal deputato repubblicano Thomas Massie.