La passeggiata spaziale di Samantha Cristoforetti, prima EVA europea

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Marta Meli

È la prima astronauta italiana ed europea a compiere una attività extraveicolare. Gli auguri del collega Luca Parmitano: spero riesca a guardarsi attorno

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Prima attività extraveicolare (EVA) per Samantha Cristoforetti e nuovo record per l’astronauta trentina, impegnata nella missione dell’ESA Minerva, che diventa la prima italiana ed europea a compiere una passeggiata spaziale, operando oggi all’esterno della sezione russa della Stazione internazionale assieme al cosmonauta Oleg Artemyev. Tra i compiti previsti, la messa a punto del braccio robotico europeo e il rilascio di 10 nanosatelliti. Entrambi indossano tute spaziali russe Orlan.

“Nonostante da un punto di vista visivo la tuta orlan e lo scafandro americano all'apparenza siano simili, ci sono varie differenze” spiega a Sky Tg24 Luca Parmitano, che segue l’attività della collega e amica dal Mission Control Center di Houston nel ruolo di coordinatore con la famiglia, pronto a rispondere alle domande e a dare spiegazioni tecniche.

“La tuta americana si assembla completamente, esistono varie misure per gli scarponcini, per le gambe, per l'ampiezza delle braccia e dei guanti e il torso, quella russa invece è un blocco completo che si accorcia o si allunga in base alle dimensioni degli astronauti. Mentre lo scafandro americano si indossa. quasi come se fosse un pantalone, poi il blocco centrale e infine il casco, in quello russo si entra da dietro, e poi si chiude il portellone posteriore. In un certo senso sono due modi diversi di adattare lo scafandro al corpo umano”.
 

Qual è il valore di questa impresa, che appare tutt’altro che una “passeggiata”?

“Il primo è quello individuale. Sono sicuro che per Samantha è il coronamento di un sogno, e che anche per lei come per molti di noi l’EVA sia il punto di arrivo dell’attività astronautica, perché è quello che abbiamo sempre sognato fin da ragazzini.

Esiste poi il valore professionale, la dimostrazione di come l’addestramento degli astronauti europei sia di altissimo livello. Tutti noi della classe del 2009 siamo impegnati in ogni tipo di operazioni spaziali: sia robotiche, sia scientifiche, sia attività extraveicolari. Samantha è la prima del nostro gruppo ad effettuare un’EVA con i russi, gli altri hanno svolto attività con scafandro americano, ma tutti siamo perfettamente integrati e visti come un valore aggiunto dalle agenzie spaziali.

Il terzo valore è quello più d’impatto. Samantha è un’apripista: io sono padre di due figlie e in questi ultimi giorni parlavo con loro del fatto che dimostrando come sia possibile crescere in un percorso italiano ed europeo e arrivare a compiere operazioni uniche, lei apre la porta a tutto il mondo per dire che con il duro lavoro, con tanta tenacia e con le capacità si può arrivare a realizzare qualsiasi sogno”.
 

Con Samantha c’è il collega russo Oleg Artemyev. In tempi segnati dalle tensioni internazionali, che segnale arriva dalla Stazione spaziale e che cosa racconta questa attività?

“Ci dice che è ancora possibile andare al di là dei conflitti sulla Terra, oltre i campanilismi, al di là dell'immediato per focalizzarsi su un futuro di speranza, di cooperazione e di collaborazione. Anche in un momento buio come quello che stiamo attraversando negli ultimi anni, non soltanto nell'ultimo semestre, alle prese con una pandemia che stiamo cercando di lasciarci alle spalle e una guerra ancora in corso, in un mondo estremamente polarizzato e diviso esiste ancora la possibilità di trovare qualcosa che unisca tutti. Questo qualcosa è la scienza, la tecnologia, l'esplorazione, il futuro e noi come astronauti, come agenzie spaziali siamo in prima linea per cercare di realizzarlo”.
 

Tu sei ormai un veterano delle attività extraveicolari. Hai avuto modo di parlare con Samantha della sua passeggiata spaziale?

“Non recentemente. Samantha si prepara a questa attività già da diverse settimane, e poiché si tratta di operazioni estremamente diverse rispetto a quelle del segmento americano onestamente non mi sento in grado di dare alcun consiglio; sia perché il mio addestramento è basato su un sistema molto molto diverso, ma soprattutto perché Samantha non ne ha bisogno, conosciamo tutti la sua professionalità e le sue capacità”.
 

Cosa si prova quando si si esce all’esterno della Stazione spaziale per la prima volta?

“E’ impossibile descrivere le sensazioni, semplicemente perché non abbiamo le parole adatte a farlo: è un'esperienza talmente fuori dal comune che è difficile comunicarlo. Posso provare a fare un'analogia, forse banale, ma che può rendere l'idea. Tutti noi siamo abituati a guardare in un acquario, più o meno grande, più o meno bello, un ambiente sottomarino dove possiamo osservare i pesci, i loro colori, i loro comportamenti. Immaginiamo ora un acquario tropicale estremamente grande: questo è un po' come essere a bordo della Stazione spaziale e guardare fuori, osservare con i propri occhi la Terra, i paesaggi e immaginare come può essere trovarsi lì.

La seconda esperienza è quella dell'immersione. Chi fa immersioni subacquee, utilizzando uno scafandro che permette di respirare sott'acqua, si trova immerso in quell'ambiente, nei colori, nel silenzio o nel rumore, nel movimento, nella corrente dell'universo della vita acquatica. Ebbene per un astronauta uscire al di fuori della Stazione, immergersi nel vuoto e lavorare nell'ambiente spaziale rappresenta proprio lo scatto di differenza nell'esperienza che c'è tra l'osservare e l’essere immerso nell'esperienza stessa”.
 

Durante questa “immersione” c’è anche la Terra che scorre sotto. Si riesce ad astrarsi per guardarla e che effetto fa?

“Ogni attività extraveicolare è diversa dall'altra, alcune sono più impegnative, più intense, più ricche di eventi, altre offrono il privilegio di un momento di pausa per guardarsi intorno e rendersi conto di quello che sta succedendo. Io ricordo ancora bene il 9 luglio del 2013, durante la mia prima attività extraveicolare ho avuto qualche momento di privilegio in cui per vari motivi non potevo svolgere nessuna attività, ero sul braccio robotico con le mani impegnate e quindi ho avuto il modo di fermarmi un attimo a guardare fuori. Ecco, quell'esperienza mi ha insegnato a farlo volontariamente durante tutte le attività extraveicolari seguenti, dalla prima alla sesta. Spero che Samantha abbia il tempo di assorbire anche per qualche secondo l'esperienza di guardarsi all'interno dello scafandro e di osservare fuori il privilegio di quei pochi centimetri di plexiglass che ci separano dallo spazio. La vista della Terra nei colori è molto, molto diversa all'interno della Stazione dall'esterno, la qualità dell'esperienza è veramente a livelli differenti, quindi le auguro di avere un attimo per guardarsi attorno e rendersi conto dell'esperienza che sta vivendo”.
 

Samantha è la prima italiana ed europea a compiere una passeggiata spaziale. Perché c’è ancora così tanta disparità tra astronauti e astronaute in questa attività?

“Innanzitutto è una questione di numeri. Purtroppo in tutte le agenzie spaziali c'è ancora una forte disparità di presenza femminile all'interno dei corpi astronautici. Samantha è la prima donna italiana, una delle prime europee ad essere astronauta e di fatto la prima ad effettuare un'attività extraveicolare.

Io come comandante della spedizione 61 ho avuto il privilegio di assistere le mie due colleghe americane che hanno svolto la prima attività extraveicolare completamente al femminile per la Nasa, che da sempre è all'avanguardia da questo punto di vista. Abbiamo bisogno di più partecipazione al femminile nei corpi astronautici, a partire da quello europeo, dove serve un lavoro di comunicazione per dire che non solo è possibile, ma è giusto, importante e indispensabile.

Il secondo punto invece è legato al design. Gli scafandri americani e in un certo senso anche quelli russi sono stati disegnati attorno a un certo modello di essere umano che era visto come uno standard: una certa altezza, le braccia e le spalle di una certa dimensione. Io, che sono alto un metro e 85, indosso lo scafandro americano di misura più piccola e credo che funzioni così anche per lo scafandro russo dove le dimensioni erano state pensate attorno a una certa altezza.

Per un corpo femminile che tende ad avere delle dimensioni diverse da quelle maschili può essere un ostacolo in più quello di trovarsi a proprio agio all'interno di uno scafandro. Ecco perché da parte mia, avendo dato supporto a varie colleghe americane, credo che il loro sforzo e le loro capacità siano moltiplicate quando andiamo a vedere quello che fanno per superare l’ulteriore ostacolo dato da un design di scafandri ormai superati”.
 

Stupisce anche apprendere che Luca Parmitano nello spazio indossi la taglia small…

“Veramente gli americani, per un motivo di orgoglio, hanno tre taglie che sono: medium, large ed extralarge. Evidentemente nessuno voleva ammettere di essere small, quindi io sono una taglia medium, ma le mie colleghe americane che sono svariate centimetri più basse di me hanno utilizzato lo stesso scafandro che ho utilizzato io, quindi è veramente una questione di come è stato pensato, ormai quaranta anni fa. Ed è giusto, come sta succedendo adesso, che nel nuovo design dei prossimi scafandri venga considerata una percentuale molto più ampia di partecipazione alle attività extraveicolari, perché il contributo che può dare ciascuno è indipendente dalla taglia”.

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