11/9, New York rinata tiene viva l'anima dell'Occidente

Mondo
Giuseppe De Bellis

Giuseppe De Bellis

"Fallimento" è stata la parola riferita agli Usa e all'intero Occidente più utilizzata da analisti e commentatori. Ma la Grande Mela oggi è più ricca e rimane luogo simbolo di integrazione e tolleranza. E alla fine la città finita nel mirino di Osama Bin Laden e Al Qaeda è diventata più forte e orgogliosa di prima

Per qualche momento restringiamo il campo, torniamo a New York. Guardiamo da lì questi vent’anni dopo l’11 settembre 2001. In questi giorni abbiamo detto, scritto, letto, sentito del disastro di questi due decenni, dell’enorme difficoltà politica degli Stati Uniti e dell’intero Occidente. Fallimento è stata la parola più utilizzata da analisti, commentatori e perfino da protagonisti della scena internazionale di questi vent’anni. Giudizi resi oggettivi da diversi fatti: ovviamente l’ultimo e il più importante è il ritorno dei Talebani al governo in Afghanistan, dopo il ritiro delle truppe occidentali dal Paese. Poi ci sarebbe l’intera situazione del Medio-Oriente e quella del Nord Africa. Poi ancora la crescita impressionante dell’influenza della Cina sul pianeta e il ritorno della Russia come fattore geopolitico rilevante ( 11 SETTEMBRE, LO SPECIALE - IL LONGFORM).

Ecco, dopo aver allargato restringiamo e torniamo lì, a New York. L’epicentro di questa storia, il bersaglio scelto vent’anni fa dal terrorismo islamista di Osama Bin Laden perché sintesi della cultura occidentale e, agli occhi del fondamentalismo, della sua opulenza, della sua arroganza, della sua ingordigia, della sua corruzione morale ed economica.
 

Vent’anni dopo, New York sta lì. Ieri ha commemorato le vittime dell’attacco in quello che dal 12 settembre 2001 tutti conosciamo come Ground Zero e che invece oggi è il 9-11 National Memorial. Vent’anni fa la città fu ferita a morte e in molti decretarono la fine della sua era per come l’avevamo conosciuta, per ciò che aveva rappresentato. Il mondo si divideva e continuò a dividersi per un po’ tra il “siamo tutti newyorkesi” e coloro che la identificavano come l’emblema delle motivazioni per cui Al Qaeda aveva deciso di colpirla: la sua aspirazione costante alla ricchezza, il centro degli scambi finanziari che condizionavano la politica mondiale, la fortezza dell’imperialismo americano e Occidentale, il sinonimo stesso della globalizzazione.
 

New York s’è raggomitolata, ha sofferto, ha dibattuto sulla sua anima e sul suo futuro, ha deciso di ritornare a costruirsi verso l’alto. Ha cancellato quel senso di colpa che hanno cercato di fargli provare, come se l’altezza dei suoi grattacieli fosse stato l’incentivo a volerla distruggere. L’11 settembre 2001 non arrivò per colpa dell’opulenza sfacciata delle Twin Towers, ma per l’inadeguatezza del sistema di intelligence che non vide che cosa stesse per accadere, oltre che dalla ferocia assassina di Al Qaeda e del suo fondatore Osama Bin Laden.  
 

Aver ricostruito il nuovo World Trade Center con quella che tutti chiamano Freedom Tower ancora più alta di quanto fossero le Torri è stato un atto di coraggio, di voglia di ricominciare. È stata la conferma di un’identità che è la mitigazione del fallimento di tutto il resto di questi vent’anni. New York non è come prima di quel giorno, è meglio. Ed è ancora il centro del mondo. In questi vent’anni ha vissuto la più grande crisi finanziaria dopo il ’29, ha affrontato l’uragano più grave abbattuto sulla città nell’ultimo secolo, è stata la linea del fronte americana della Pandemia da Covid 19.  E ha superato tutto.
 

Il periodo successivo all’11 settembre 2001 è stato tra i migliori della sua storia, come se la ferita di quell’attentato diventata cicatrice fosse il solco su cui piantare una rinascita. Rudy Giuliani sulle macerie fumanti di Ground Zero fu il sindaco simbolo della voglia di combattere, Michael Bloomberg invece è stato il volto, la storia, la faccia della rinascita. Il pil dell’area metropolitana di New York dal 2001 al 2019 (pre-pandemia) è cresciuto costantemente, passando da 1200 miliardi di dollari complessivi a oltre 1500. Interi quartieri sono stati riqualificati, altri ripensati.


Senza vergognarsi della sua ricchezza e di quella aspirazione al successo che ne hanno creato la mitologia nel Novecento, la New York post 11 settembre è stato anche il centro culturale più importante degli Stati Uniti e del mondo. La città della quale molti pronosticavano la progressiva decadenza è rimasta il sogno di milioni di persone che ogni anno vogliono andarci a vivere e la identificano come il luogo in cui poter realizzarsi. Alla fine ciò che Osama Bin Laden e Al Qaeda voleva colpire a morte è diventata più forte di prima, più orgogliosa di prima. È più ricca di prima, come abbiamo visto. E questo non le crea alcun disagio, anzi è parte stessa dell’identità, della sua ispirazione. È e resta il luogo simbolo di integrazione e tolleranza, dove convive ogni tipo di cultura e ogni tipo di religione. È democratica e aperta, è l’Occidente riassunto in un luogo, con i suoi valori e le sue idee. E ci ricorda che in questa storia vent’anni fa ci furono dei buoni e dei cattivi. I buoni hanno fallito in molte cose, i cattivi che sognavano la fine di una civiltà però non hanno vinto.

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