Taiwan alla Cina: "Non saremo mai parte di un Paese autoritario"

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Taiwan replica alle minacce delle forze armate cinesi di ricorrere all'uso della forza per riunificare Taipei a Pechino. "Il nostro è un Paese sovrano che non ha mai fatto parte della Repubblica popolare cinese in termini storici o di diritto internazionale. Non sceglieremo mai di essere soggetti alla violenza"

Taiwan ha replicato alle minacce delle forze armate cinesi di ricorrere all'uso della forza per riunificare Taipei alla Cina. Il popolo dell'isola, che Pechino considera parte inalienabile del suo territorio, "non sceglierà mai di essere un Paese autoritario e di essere soggetto alla violenza". In una nota, il Consiglio di Taiwan per le relazioni con la Cina ha precisato che la Repubblica di Cina, il nome ufficiale di Taipei, è un Paese sovrano che "non ha mai fatto parte della Repubblica popolare cinese in termini storici o di diritto internazionale".

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La risposta è rivolta soprattutto a quanto aveva detto Li Zuocheng, uno dei generali cinesi più alti in grado, lasciando intendere che la Cina avrebbe attaccato se non ci fosse stato altro modo di fermare l’indipendenza. "Se la possibilità di una riunificazione pacifica sarà persa, le forze armate, con tutta la nazione compresa la popolazione di Taiwan, prenderà tutte le misure necessarie per distruggere in modo risoluto ogni complotto o azione separatista", aveva detto Li a Pechino in occasione del quindicesimo anniversario dell'entrata in vigore legge anti-secessione. 

 

Premier Li: Cina promuoverà 'riunificazione pacifica'

Ieri invece, il premier cinese Li Keqiang, alla fine dei lavori del Congresso nazionale del popolo, ha smorzato i toni dicendo che Pechino intende promuove "la riunificazione pacifica" della Cina. Ha riusato l'aggettivo "pacifico", escluso dalla sua relazione al Congresso nazionale del popolo. La Cina "considererà sempre i compatrioti" dell'isola "fratelli e sorelle", avendo "saggezza e capacità di gestire i suoi affari interni". Rispettando il principio 'Unica Cina' e il consenso del 1992, "siamo pronti a parlare con qualsiasi parte politica".

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