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Brexit, dall'1 febbraio il Regno Unito è fuori dall'Ue: cosa cambia

Brexit, ambasciatore Morris: per italiani non cambierà nulla

4' di lettura

L'Unione Europea perde 66 milioni di cittadini, dai palazzi di Bruxelles sparirà la Union Jack. Il divorzio è arrivato a oltre 3 anni e mezzo dalla vittoria del Leave al referendum del 2016

Oggi 1° febbraio 2020 il divorzio tra Regno Unito e Ue diventa realtà mandando in archivio poco più di 47 anni di storia comune (L'ADDIO È REALTA'TUTTE LE TAPPE - FOTOSTORIA). Nell'immediato, in realtà, i cambiamenti non saranno così drastici visto che fino al 31 dicembre 2020 ci sarà un periodo di transizione durante il quale restano in vigore le regole attuali sul mercato unico, le dogane condivise, la libertà di movimento delle persone, la giurisdizione della Corte di Giustizia europea. I cambiamenti, in un primo momento, saranno soprattutti in termini simbolici (COSA SUCCEDE A LAVORATORI E TURISTI - LA CORSA CONTRO IL TEMPO PER FAR SUONARE IL BIG BEN - LE NUOVE MONETE).

Il countdown

Alle 23 britanniche, che equivalgono alla mezzanotte centro-europea a cavallo fra 31 gennaio e 1 febbraio, è scattata l'uscita ufficiale del Regno Unito dall'Ue. Il divorzio è arrivato a oltre 3 anni e mezzo dalla vittoria del Leave al referendum del 2016. Londra e Bruxelles si separano, ma manterranno lo status quo per "almeno" 11 mesi in attesa di negoziare i nuovi parametri delle relazioni future sul commercio e sul resto. Da oggi 1° febbraio, comunque, l'Unione avrà 66 milioni di cittadini in meno, ossia il totale dei sudditi britannici, e perderà per la prima volta un Paese nella sua storia di allargamenti successivi, ritrovandosi con 446 milioni di abitanti e un territorio ridotto del 5,5%.

Via l'Union Jack da Bruxelles

Tra le prime cose che spariranno dai palazzi di Bruxelles ci sarà l'Union Jack. Ma anche i vessilli europei saranno eliminati dai palazzi del potere britannico. Il Regno Unito torna a essere Paese terzo, come era stato fino al 1973, e rinuncia a 73 deputati, lasciando liberi seggi ridistribuiti in parte fra vecchi membri del club, 46, di cui tre all'Italia, e in parte tenuti da parte per i prossimi soci balcanici, che dovrebbero essere 27. Londra rinuncia poi al suo commissario europeo ed esce immediatamente dai vertici dei 27: il primo ministro Boris Johnson non sarà più invitato ai Consigli europei, il suo governo e i suoi diplomatici non parteciperanno più ad alcuna riunione e non avranno voce in capitolo nelle decisioni prese d'ora in avanti, pur continuando a contribuire al bilancio comunitario sino a esaurimento della transizione. I cittadini britannici vengono inoltre esclusi dai concorsi per posti di funzionari Ue.

I diritti dei cittadini

Nel Regno Unito si stima che risiedano circa 3,6 milioni di cittadini di Paesi Ue, inclusi quasi 400.000 italiani registrati all'anagrafe consolare che aumentano a oltre 700.000 calcolando anche i non registrati. I britannici sparsi per il continente, invece, sono circa 1,2 milioni. In base dell'accordo di divorzio, tutti gli espatriati registrati come residenti già oggi o durante la fase di transizione e fino al 30 giugno 2021, manterranno - da una parte e dall'altra - i diritti odierni nei rispettivi Paesi di accoglienza. Le cose cambieranno per gli ingressi successivi, con lo stop alla libertà di movimento nel 2021 e l'introduzione di nuove regole secondo un regime d'immigrazione che in Gran Bretagna significherà sostanziale equiparazione fra europei ed extracomunitari, passaporti obbligatori e non più carta d'identità per entrare, norme più stringenti per restare a lavorare, visti, anche se facilitati, per i turisti.

Il negoziato

Nei prossimi mesi il team negoziale europeo di Michel Barnier discuterà le relazioni future con la nuova task force di Downing Street guidata da David Frost. I colloqui entreranno nel vivo a marzo, ma Barnier già prevede un calendario fitto d'incontri continui. Tra le priorità c'è il dossier dei rapporti commerciali. Johnson punta a un trattato di libero scambio con i 27, a "zero dazi e zero quote", ma i tempi sono stretti, i dettagli tecnici complessi, gli ostacoli e i potenziali conflitti numerosi. Col rischio di un nuovo possibile "no deal" destinato a riproporsi fra 11 mesi.

Data ultima modifica 01 febbraio 2020 ore 11:15

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