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Hotel Tito: la guerra in Croazia vista dagli occhi di un’adolescente

3' di lettura

IL LIBRO DELLA SETTIMANA Sellerio pubblica il romanzo di Ivana Bodrožić, con protagonista una ragazzina poco più che decenne costretta a un esilio forzato nel suo stesso Paese

Croazia, inizi anni Novanta. Kumrovec è la città natale di Tito. Da tempo, con i venti di guerra che soffiano sui Balcani, c’è un palazzone che si è trasformato in un campo esuli per chi è riuscito a sfuggire dal conflitto. È un edificio di cemento enorme nel quale è facile perdersi, anche perché è “tutto buio, soltanto le camere hanno le finestre”. Anni prima, quell’edificio – che è stato anche una scuola per i futuri quadri del partito comunista – era un albergo. Ora però non ospita più avventori, solo fuggiaschi. È in quel palazzo, ribattezzato da chi vi abita “Hotel Tito”, che è in gran parte ambientato l’omonimo romanzo di Ivana Bodrožić, adesso arrivato in Italia per i tipi di Sellerio (trad. E. Miočič pp. 184 euro 15).

Sette anni in esilio

La protagonista è una ragazzina croata poco più che decenne che lascia la città natale (Vukovar, sulle sponde del Danubio, al confine con l’attuale Serbia) per mettersi al riparo nell’albergo titino con la madre e il fratello. Per sette anni, trasformerà quel palazzone grigio e claustrofobico nel cardine della sua vita e dei suoi affetti, nell’infinita attesa di rincontrare un padre di cui si sono perse le tracce.

Il romanzo di Bodrožić ha almeno due pregi: il principale è la capacità di raccontare un conflitto con la semplicità (e l’acutezza) tipica degli adolescenti vivaci. La voce della protagonista, così come le sue simpatie e le sue avversioni, non suonano mai posticce, eppure al tempo stesso non cadono mai nella banalità e nella retorica di chi si sforza di imitare i toni adolescenziali. Non è difficile intuire il perché: Bodrožić, l’autrice del romanzo, è nata negli stessi anni e nella stessa città della protagonista e durante il conflitto ha cercato riparo alle stesse latitudini. Troppo poco, forse, per definirlo un memoir ma certamente abbastanza per parlare di una storia almeno in parte autobiografica.

Un conflitto che c’è anche quando non se ne fa cenno

 “Hotel Tito” – e qui siamo al secondo merito – non è però solo un monologo intimista. Le pagine di Bodrožić, attraverso la voce adolescente della sua protagonista, si fanno carico di molte storie e di altrettante generazioni. A poco a poco, accanto alla piccola camera al terzo piano dell’albergo titino, spuntano così i “visi dei vecchi che si muovevano in silenzio come se fossero nelle catacombe”. Insieme a loro, ci sono bambini, donne e uomini di mezza età. La voce di quell’adolescente se ne fa carico, ed è la voce imperfetta e reale creata da chi, quel dramma, l’ha vissuto in prima persona. È quindi quasi inevitabile che la quotidianità di quel conflitto finisca per aleggiare in questo romanzo anche quando non se ne fa cenno. Perché, semplicemente, si respira.

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