Libia, la conferenza della discordia

Mondo

Gianluca Ales

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La Conferenza di Palermo sulla Libia si è conclusa con l’apprezzamento Usa del ruolo dell’Italia nel paese. Un successo per l’immagine dell’esecutivo, ma dagli scarsi risultati concreti

Da un lato c’è chi parla di flop. Ma l’accusa viene mossa dal Pd, quindi dall’opposizione. Dall’altro si parla di successo, ma è la versione dei 5 Stelle, perciò vale l’obiezione opposta. Quando in politica estera irrompe la logica interna, raramente si ha un giudizio lucido, e non è un vizio solo italiano. Basti dare una scorsa a quel che si scrive in America sui colloqui tra Trump e Kim Jong un, tanto per fare un esempio.

Il punto, però, è che all’indomani della Conferenza di Palermo sulla Libia si è costretti a tirare le reti in barca e vedere quanti pesci sono stati catturati.

Un bilancio difficile

E allora, senza pregiudizi, si può dire che l’arrivo del generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica che controlla gran parte del territorio libico, è certamente un buon risultato. La stretta di mano con il premier riconosciuto dall’Onu, al Serraj, è solo l’ennesima ripetizione di una scena che si è già vista a Parigi e che ha portato a pochi sviluppi, se non nulli. Speriamo che questa sia la volta buona, ma insomma, non andiamo oltre i buoni auspici. Il fatto che Tobruk (sede del parlamento) sia stata de facto marginalizzata è almeno un elemento di chiarezza, ed elimina un terzo interlocutore che creava confusione, anche se non è detto che sia a costo zero.

Per il resto, come ha sottolineato l’inviato Onu Ghassem Salamè, c’è un impegno a far partire il processo elettorale a primavera. Una formula deliberatamente generica sia nei tempi che nei contenuti che non va oltre lo slogan: non vuol dire automaticamente che si terranno le elezioni tra marzo e giugno. Più in concreto significa che si comincerà a discutere, e quindi l’obiettivo realistico è forse per la fine dell’anno, o all’inizio del prossimo.

Più divisioni che unioni

Quel che risulta evidente, dalla lettura delle cronache, è la frattura sempre più chiara tra Italia e Francia, i principali attori occidentali del paese, ma anche tra Egitto da un lato, e Turchia e Qatar, dall’altro, cioè i “puppet master” mediorientali.

Sulla base di queste premesse fa piacere che gli Stati Uniti lodino il ruolo dell’Italia, ma davvero riesce difficile stappare lo champagne (e forse sarebbe meglio lo spumante, nel caso). Anche perché non ci sono impegni scritti.

Certo, si è riusciti a riunire attorno a un tavolo i principali protagonisti, anche se a costo di enormi tensioni per gli esclusi, tra cui la Turchia che ha abbandonato la Conferenza. Forse non si sarebbe potuto pretendere di più. Onestamente, è qualcosa.

Ma non è abbastanza.

 

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