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Delitto Macchi, Stefano Binda: "Famiglia di Lidia ha diritto a verità"

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3' di lettura

Ieri la Corte d’Assise d’Appello ha assolto il 51enne dall'accusa di omicidio della 21enne, per cui in primo grado era stato condannato all’ergastolo. “Non si fa la giustizia con qualcosa che non è la verità e io non c'entro niente”, ha dichiarato 

"Mi dispiace per la famiglia di Lidia. Hanno il diritto di pretendere la verità ma non si fa la giustizia con qualcosa che non è la verità e io non c'entro niente". Sono le parole di Stefano Binda ai microfoni del TgR, nel primo giorno da uomo libero dopo che ieri, 24 luglio, la Corte d’Assise d'Appello lo ha assolto dall'accusa di omicidio di Lidia Maccchi, avvenuto in un bosco a Cittiglio (Varese) nel 1987, per cui in primo grado era stato condannato all'ergastolo. Ieri, dopo la lettura della sentenza, il 51enne ha lasciato il carcere di Busto Arsizio ed è tornato a casa a Brebbia, in provincia di Varese, dove vive con la madre e la sorella. "Ero esausto", ha detto ancora Binda. "Stamattina avevo dei debiti di gratitudine e sono passato a ringraziare alcuni di quelli che mi hanno sostenuto", ha concluso. La madre ha anche raccontato che il figlio si è recato in chiesa e poi dal giornalaio: "Gli hanno battuto le mani. Gli hanno fatto l'applauso quando è entrato". 

Atteso il ricorso

Con la sentenza di assoluzione, la Corte ha dunque respinto la conferma del carcere a vita richiesta dall’accusa. Nella sua requisitoria, il sostituto pg Gemma Gualdi aveva fatto leva sulla lettera inviata il giorno del funerale della ragazza, che secondo l'accusa fu mandata proprio dal 51enne. "Il poeta anonimo è certamente Stefano Binda, che ha scritto quella lettera perché ha vissuto i fatti descritti. Proviene da un quaderno sequestrato a casa sua, fatto quest'ultimo ammesso dallo stesso imputato", aveva argomentato Gualdi.
Dopo la sentenza, Stefania Macchi, sorella di Lidia, ha espresso la sua amarezza. "Credo che servisse un minimo di approfondimento in più. Forse è stata una sentenza affrettata", ha commentato. "Andremo avanti - ha aggiunto - Lidia non ce la restituirà nessuno, nemmeno trent'anni senza di lei". Atteso il ricorso del legale di parte civile, l'avvocato Daniele Pizzi, contro l’assoluzione. Dopo 32 anni, il delitto di Lidia Macchi resta dunque ancora senza un colpevole.

L'ex sostituto pg di Milano: "Bisogna leggere le motivazioni"

"Non desidero esprimermi su questa sentenza. Dico solo che, prima di parlare, sia gli innocentisti, che i colpevolisti dovrebbero sentirsi in dovere di leggere le motivazioni, che attendiamo tutti". Lo ha detto, all'ANSA, Carmen Manfredda, ex sostituto pg di Milano, ora in pensione, che dopo 30 anni aveva riaperto l'indagine sull'omicidio di Lidia Macchi. L'allora pg aveva avocato l'indagine alla procura di Varese dopo anni di silenzio investigativo e aveva chiesto e ottenuto l'arresto di Binda, avvenuto nel gennaio 2016.

Data ultima modifica 25 luglio 2019 ore 16:54

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