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Saluti romani al cimitero Maggiore di Milano, il giudice: “Non c'è restaurazione fascista”

I titoli di Sky tg24 delle 18 del 25/06

3' di lettura

La manifestazione “con indubbia simbologia fascista" era "esclusivamente diretta alla commemorazione dei defunti", scrive il giudice nella sentenza con la quale ha assolto 4 membri di Lealtà e Azione

Le "manifestazioni, certamente con indubbia simbologia fascista" erano "esclusivamente dirette alla commemorazione dei defunti" e non avevano "finalità di restaurazione fascista", anche perché mancava "il requisito del pericolo concreto", sono queste le parole con cui il giudice di Milano, Alberto Nosenzo, ha motivato la sentenza con la quale il 30 aprile scorso ha assolto, perché "il fatto non sussiste", 4 dirigenti di Lealtà azione, tra cui uno dei leader dell'associazione di estrema destra, Fausto Marchetti.

Il processo e la sentenza

I quattro, difesi dall'avvocato Antonio Radaelli, erano imputati per aver fatto il saluto romano durante una manifestazione del 25 aprile 2016 al campo X del cimitero Maggiore di Milano dove sono sepolti i caduti della Repubblica Sociale Italiana. La sentenza è stata emessa nel processo abbreviato nato dall'inchiesta del pm, Piero Basilone, che aveva chiesto condanne a 3 mesi di reclusione. Il giudice ha anche riqualificato il reato da "manifestazione discriminatoria" previsto dalla Legge Mancino in "manifestazione fascista" previsto dalla Legge Scelba, prima di assolvere gli imputati.

La denuncia

Il procedimento era nato da un esposto dell'Osservatorio democratico sulle nuove destre, presieduto da Saverio Ferrari, e del legale Anna Miculan. Quel 25 aprile di tre anni fa, aveva spiegato Ferrari, "ci fu un corteo di circa 300 persone che fece apologia del fascismo in quel campo dove non sono solo sepolti ragazzi caduti dalla parte sbagliata, ma anche gerarchi di Salò".

La decisione del giudice

Per il giudice, in prima battuta, "il fatto contestato" nel processo andava "correttamente qualificato" non come "manifestazione discriminatoria" ma come "manifestazione fascista", perché era stata messa in campo una simbologia, come il saluto romano e "la chiamata del presente", chiaramente "riconducibile al disciolto partito fascista". Tuttavia, il giudice dell'ottava sezione penale, citando giurisprudenza sia della Consulta che della Cassazione, spiega che le "manifestazioni fasciste" punite dalla legge Scelba devono essere "circoscritte a quelle che si traducono in comportamenti di spiccata valenza ideologica concretamente idonei e prodromici rispetto alla riorganizzazione del disciolto partito fascista".

La manifestazione

La manifestazione a cui hanno preso parte gli imputati al cimitero Maggiore, invece, secondo il giudice, non ha "travalicato il ristretto ambito della commemorazione dei defunti, così non assumendo connotati di pericolo concreto". Il giudice evidenzia, infatti, che nemmeno negli anni precedenti, quando si erano svolte simili manifestazioni, c'erano stati "incidenti o scontri" e in quel 2016 c'era stato, invece, anche "un dibattito politico" che aveva preceduto la commemorazione. La cerimonia, poi, si era svolta in un'area del cimitero "semideserta", anche "in ragione del giorno festivo e dell'orario mattutino", ed era durata solo "pochi minuti". Non ci furono nemmeno comportamenti minacciosi o aggressivi e nelle stesse intenzioni degli organizzatori "non vi era interesse alla pubblicità dell'evento".

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