Il Pinot nero dell'Oltrepò: come bere (molto) bene, pagando il giusto

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Paolo Fratter

oltrepo pavese

Un’immersione nell’Oltrepò, l’area del paese più importante in Italia per quel che riguarda l’allevamento del Pinot nero.  23 aziende, tra le più rappresentative del territorio, ci hanno fatto assaggiare i loro vini. Per la rubrica "Dimmi 5 vini" ne abbiamo scelti 5 per voi

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Queste colline “dilatano il respiro, sono imminenti e lontane, familiari e pur favolose. E il vino è la loro sintesi arcana”. Iniziare un articolo che parla dei vini dell’Oltrepò pavese, citando Gianni Brera, porta con sé il rischio di suonare poco originali, lo sappiamo, ma vogliamo ugualmente correrlo, perché ci risulta davvero difficile immergerci nella realtà di queste terre, senza pensare al contributo del grande Gioann, che le ha sapute raccontare così bene: possiamo quasi immaginarcelo alle prese con una  “pacciada” (sta per “abbuffata” in lombardo ed è anche il titolo di uno dei suoi libri più apprezzati) nel suo ristorante preferito, il “Pino” di Montescano, a parlare di cibo, di vini e di calcio con gli amici di sempre. Erano i luoghi che amava, in cui era nato e in cui tornava ogni volta che poteva, anche dopo essersi trasferito nella vicina Milano ed essere diventato il più importante e apprezzato giornalista sportivo del paese: da grande gourmand, ne aveva intuito l’enorme potenziale, da un punto di vista enologico e gastronomico. 

Il Pinot nero dell'Oltrepò

 

Un “potenziale” che, a distanza di anni dalle sue liriche ispirate e nonostante le sue appassionate testimonianze, non si è ancora espresso completamente. Le ragioni sono diverse. Alcune sono legate alla storia produttiva di questo territorio per anni legata alle cantine sociali, spuntate come funghi nei primi del ‘900, nel periodo seguito al flagello della filossera (un parassita importato dall’America che in quegli anni distrusse l’80% delle viti europee), che svilupparono un approccio industriale alla coltura della vite non sempre con risultati esaltanti, altre alla storica incapacità dei produttori di fare squadra, di lavorare per un obiettivo comune, come avviene invece ad altre latitudini. Almeno fino a questo momento.
Le cose stanno gradualmente cambiando e i segnali cominciano a vedersi già da diverso tempo. L’ultimo è arrivato da 23 aziende, tra le più importanti di questa realtà, che hanno deciso di unirsi per dare vita a un evento ("Talk ’n’ Toast - Conversazioni sul Pinot Nero: terroir a confronto dalla Borgogna all’Oltrepò") con l’obiettivo di far conoscere il territorio e, in particolare, un vino che qui, più di altri, trova espressioni molto apprezzate: il Pinot Nero.
Non è un caso. Parliamo del distretto più importante in Italia per quel che riguarda l’allevamento di questo vitigno, cui sono dedicati all'incirca 3 mila ettari degli oltre 13 complessivi e che qui ha trovato una casa accogliente in cui vivere già verso la metà dell'800. Il Conte Augusto di Vistarino non solo importò le prime barbatelle dalla Borgogna, ma diede impulso alla nascita del primo spumante metodo classico italiano, prodotto nel 1865. Non male come primato.

Sotto il sole del quaranticinquesimo parallelo


Non è l’unico. Queste colline sono attraversate dal quarantacinquesimo parallelo, da sempre ritenuta la latitudine ideale per molti grandi vini del mondo: basti pensare a Bordeaux, in Francia, alla Napa Valley, in California e alla Georgia, da dove arrivano le più antiche testimonianze della cultura della vite.
Non solo. È un territorio che offre una certa complessità anche dal punto di vista geologico: senza avventurarsi in descrizioni troppo tecniche (e fondamentalmente non molto interessanti), basti dire che se nella parte più bassa dell’Oltrepò prevalgono terreni un po’ più grossolani, salendo si trovano vene gessose, che creano le condizioni ideali per produrre vini con le caratteristiche del Pinot Nero, in grado di accentuarne la sapidità e la freschezza. È il territorio stesso, con la sua storia e i suoi toponimi, a dare indicazioni sul tipo di terreno in cui ci troviamo: tra Casteggio e Montalto Pavese, si trova, ad esempio, un paese di 200 anime chiamato Oliva Gessi che ospitava, per l’appunto, delle cave di gesso sfruttate almeno fino alla metà del 900. 

Dimmi 5 vini

 

 

Insomma, storia, terra e clima: c’è tutto il necessario per contribuire alla crescita della reputazione dell’Oltrepò in Italia e all’estero e per fare del Pinot nero un vino identitario, valorizzando le sue due anime, quella della vinificazione in rosso e quella delle bollicine metodo classico. Ci hanno convinto di più queste ultime, sorprendenti anche per rapporto qualità prezzo. Un aspetto non trascurabile. Alla fine, anche se non è stato per nulla semplice, nel rispetto dello spirito di "Dimmi 5 vini", la nostra rubrica dedicata al vino, ne abbiamo scelte 5.  Eccole!

 

1) Il metodo classico “Farfalla Cave Privée 2013” di Ballabio, cantina che ha fatto una scelta precisa: quella di puntare unicamente sul Pinot nero e sul metodo classico. I risultati si sono visti e in poco tempo. Il vino vuole essere una sintesi tra le uve maturate nel Comune di Montecalvo Versiggia, posto più in alto, con forti escursioni termiche in grado di concentrare nei grappoli aromi e acidità e quelle nel Comune di Casteggio, più in basso, con terreni più argillosi, che contribuiscono a garantire un po’ di struttura. Al resto, pensano una sosta dei lieviti di almeno 8 anni, che dà un piacevole sentore molto caratterizzante di tostatura e l’impiego, per un 35%, di vini di riserva: sono i due architravi su cui viene “costruita” una piacevole morbidezza. Vino da godere: avvolgente, sapido e con un finale lunghissimo.

2) Il metodo classico “Vergomberra 2017” di Bruno Verdi, azienda di Canneto Pavese, tramandata di padre in figlio da 7 generazioni. Una parte del vino fa un passaggio in barrique, prima della spumantizzazione, poi 50 mesi sui lieviti. Il risultato è di tutto rispetto. Accogliente al naso, con crosta di pane e nocciola tostata, deciso e pieno all’assaggio. Bollicina verace e territoriale. Come si dice, in questi casi? A tutto pasto.

3) Il metodo classico “Roccapietra Zero 2015”, 100% Pinot Nero prodotto dalla cantina Scuropasso. Una “bollicina paziente”, viene definita dagli stessi produttori per la sua lunga permanenza sui lieviti. Il risultato è un vino di grande equilibrio, minerale e pulito al naso, teso e scattante in bocca.  Grande progressione sul finale

4) Il metodo classico “1865” (2015) di Conte Vistarino. È qui, come abbiamo scritto qualche riga più su, che venne prodotto il primo metodo classico italiano, nel 1865. Lo spumante bandiera della casa non vuol essere altro che un omaggio a quel primato. Un omaggio, per altro, riuscito: il vino è preciso, pulito, tecnicamente ineccepibile. Che dire? Onora i suoi antenati

5) Non può mancare un Pinot nero vinificato in rosso. Su tutti, il “Giorgio Odero” 2017, prodotto da un singolo vigneto delle colline di Casteggio dalla storica cantina Frecciarossa (che da non molto ha raggiunto l’onorevole traguardo di un secolo di vita). Balsamico al naso e caratterizzato da note scure di china e rabarbaro, ha un sorso succoso e inaspettatamente leggero che invita a berne ancora, ancora e ancora. E ancora.

 

Infine, una bonus track: il “Noir 2017” di Tenuta Mazzolino. I vigneti, che si trovano a Corvino San Quirico su terreni di natura argillosa e calcarea, danno un Pinot nero in purezza semplicemente centrato, coerente, in equilibrio. Affascina la corrispondenza naso-bocca, con la caratteristica nota di ribes che già comincia a virare su un’evoluzione (decisamente appena iniziata) che fa pensare all’ humus e al sottobosco. Senza scomodare la Borgogna, è una cantina che sembra aver trovato la propria strada

 

Questi i nostri 5 (+ 1) vini dell’Oltrepò pavese. Cosa ne pensate? Avete qualcosa da suggerirci, a vostra volta? Un’etichetta cui non si può proprio rinunciare? Nel caso, aspettiamo i vostri messaggi, all’indirizzo dimmicinquevini@gmail.com.

 

Prosit!

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