Leggere i saggi di John Updike è un po’ come giocare a golf insieme a lui

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Filippo Maria Battaglia

IL LIBRO DELLA SETTIMANA Arriva in libreria un’antologia di interventi di uno dei grandi nomi della letteratura del Novecento americano scritti in cinquant’anni di carriera. Una raccolta che si trasforma in un'autobiografia insospettabile

Sentite qui: “La narrativa è in assoluto il più penetrante strumento di autoanalisi ed esibizione di sé che il genere umano abbia inventato finora. La psicologia e i raggi x svelano ombre funeste, i dati demografici e la fotografia stroboscopica offrono analisi ben dettagliate, ma per chi vuole respirare a pieni polmoni il parfum e gli effluvi dell’essere umano, con la sua ambiguità leggiadra e la sua rancida consistenza, per chi vuole una copia sputata della nostra avventura morale quotidiana così da conoscerla in ogni suo aspetto, non c’è nulla di meglio della narrativa: fa sembrare gretta la sociologia, incerta la Storia, bidimensionale il cinema, e il National Enquirer inutile quanto una scatola di cereali vecchi di una settimana”.

 

Era l’agosto 1985 e John Updike, su Esquire, raccontava così “l’importanza della narrativa”. Un testo nitido e, al contempo, solo un frammento della ricchissima (e peraltro assai varia) produzione saggistica scritta dall’autore delle “Streghe di Eastwick”. Quella produzione, o meglio la sua parte più rappresentativa, è ora finita in libreria in un denso libro pubblicato da Sur, intitolato “Armoniose bugie”, tradotto Tommaso Pincio e curato da Giulio D’Antona  (pp. 450, euro 20).

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Per chi ha amato il due volte Premio Pulitzer è una grande opportunità. Ci sono, ad esempio, i suoi giudizi su molti grandi scrittori degli ultimi due secoli: Hemingway (“una celebrità scontrosa in un tempo in cui la letteratura ancora regalava celebrità”); Calvino (“uno scrittore sempre inventivo e sperimentale che ciò nonostante ha conferito alla sua opera un’eleganza tradizionale e un disegno lucido e compiuto”); Fitzgerald (“da rispettare perché ha provato a descrivere la vita americana del suo tempo con la raffinatezza della narrativa europea”), e via via passando per Bellow, Roth, Kafka eccetera. Ci sono alcuni saggi letterari di grandissimi profondità e di notevole tenuta narrativa, ci sono affilate considerazioni sul demi-monde editoriale e ancora considerazioni assai argute sul libro e sui lettori.

Ma l’aspetto che è senz’altro più interessante di questa raccolta è che in tutti i suoi interventi Updike entra nella pagina con una presenza fisica decisiva, lasciando concretamente delle impronte narrative riconoscibili e personalissime.

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Come scrive Giulio D’Antona nella prefazione, in questi saggi c’è tutto di Updike: “La sua infanzia, le sue letture, il suo parlare a stento, le sue gelosie nei confronti dei colleghi, le sue aspirazioni, i suoi affetti e le sue ammirazioni”; vederlo così è davvero “un’esperienza rara, per non dire unica, un privilegio storicamente riservato solamente alle sue mogli o a chi ha avuto la fortuna di calcare con lui un campo da golf”.

Come quando, ad esempio, Updike racconta di quella volte in Kenya in cui gli è toccato di confessare, “sotto le vigorose domande di un omone bianco seduto tra il pubblico, che il miglioramento dell’umana specie in generale, incluso quello delle condizioni sociali nell’imperfetta e violenta nazione in cui vivo, non è alla base delle mie motivazioni di scrittore”, perché proprio in quanto scrittore, “tentare di estendere la portata della mia arte a ogni area di ciò che mi preoccupa come essere umano, sostituire con la nobiltà di scopo l’accuratezza dell’esecuzione, vorrebbe dire certamente rinunciare alla mia utilità sociale”.

 

O ancora quando avverte che “i personaggi dei romanzi devono essere forniti non soltanto di un volto e una storia, di un ritmo nel parlare e un modo di pensare; hanno anche bisogno di case in cui vivere”; e, nel farlo, racconta come nel suo secondo romanzo, “Corri, Coniglio” gli fu necessario costruire un’intera strada, molto ben definita per quanto immaginaria; una strada ripida di case bifamiliari “rivestite da un mosaico di scandole il cui colore varia dalle tonalità violacee di un livido a quelle più scure dello sterco”.

 

“Armoniose bugie” raccoglie lo sguardo critico, caustico e arguto di uno dei grandi nomi del Novecento letterario occidentale. Ma, nel farlo, ci restituisce un ritratto autobiografico insospettabile, in parte frammentato e indiziario, ma di grandissima originalità e interesse. Il suo merito, e il motivo per cui vale la pena di leggerlo, sta in gran parte qui.

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