Da Aldo Moro al calcio: come è bello riscoprire Arpino e le sue Lettere scontrose

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Filippo Maria Battaglia

IL LIBRO DELLA SETTIMANA Minimum fax porta in libreria le 52 lettere pubblicate sul settimanale “Tempo”: un’antologia che resiste agli anni e che è in grado di raccontare ancora oggi con grande efficacia il dopoguerra italiano 

 

Quando Giovanni Arpino decide di accettare la collaborazione col settimanale “Tempo” di Arturo Tofanelli è il 1964. E’ già un narratore affermato: ha pubblicato con Einaudi e con Mondadori, ha vinto lo Strega ma è lontano, lontanissimo dal cliché dell’intellettuale impegnato.

Due anni prima ha portato in libreria “Una nuvola d’ira”, un romanzo incentrato su un triangolo amoroso tra una giovane operaia, il marito e l’amante che ha fatto storcere il naso di molti a sinistra. I suoi protagonisti sono agli antipodi dei personaggi-intellettuali che dominano i romanzi coevi: non ne hanno le pose e gli atteggiamenti, non ne imitano la ricerca ossessiva dell’omologazione.

Ma torniamo a quella collaborazione col “Tempo”. Arpino ha 37 anni e decide di intitolare la sua rubrica “Lettere scontrose”: ogni settimana ne firma una, indirizzata a politici, attori, sportivi, scrittori. Sono lettere irriverenti ma mai spigolose, e rilette a distanza di più di mezzo secolo stupiscono soprattutto per una qualità: non sono affatto estemporanee. Minimum Fax ha deciso di portarle in libreria nella collana Classics diretta da Fabio Stassi e con la postfazione di Bruno Quaranta (Lettere scontrose, pp. 400. euro 18).

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C’è, ad esempio, uno dei migliori ritratti di Aldo Moro comparsi sui giornali: descritto col suo viso doloroso, le gote pallide da cui affiora l’ombra della barba, il “volto d’un meridionale introverso che si dilania ma non muove un passo”. Ci sono delle righe, lucidissime, sull’“ordine dei letterati” che - scrive Arpino - dopotutto “non è peggiore né migliore dell’ordine dei medici, degli ingegneri, degli architetti” perché “se la società letteraria italiana non si pronuncia quasi mai con parole vere e semplici, bensì ricorrendo a ogni sorta di eufemismi questo dipende dalle sue ereditate strutture, da vizi mondani vecchi di secoli, dal suo eccessivo amore del quieto vivere, dalla viltà che si annida in ogni uomo del nostro tempo”.

E ancora: c’è la Milano degli anni Sessanta, col ricco che piange miseria e a Natale non regala più smeraldi alla figlia ma pantofole per le serate davanti alla tv. I labirinti romani e i caffè di Palermo; la vendetta familiare e il sopruso burocratico; il ministro e la portinaia; le strade parigine e le sperdute città di provincia. 

Le “Lettere scontrose” sono un libro vero, con una grande visione e una sua autonomia e dignità, che non scontano l’operazione troppo spesso improvvisata dei recuperi. E che ci restituiscono qualche gemma di un talento puro, lontano dalle mode e forse per questo apparso sempre fuori moda.

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