Pedullà: “Non solo poeta e intellettuale, Pavese è stato anche un vero romanziere”

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Filippo Maria Battaglia

Garzanti porta in libreria le opere dello scrittore e intellettuale del Novecento italiano. Il curatore, Gabriele Pedullà, a Sky TG24: "È stato un grande organizzatore culturale, ma cercare di rinchiuderlo in quello spazio, come pure in molti hanno fatto, è un errore"

C'è un vecchio pregiudizio depositato sull'opera di Cesare Pavese. È un pregiudizio ostinato e resistente secondo cui, nonostante l’indubbia qualità della sua prosa, non sia in fondo un vero romanziere. Da quel pregiudizio parte Gabriele Pedullà per raccontare lo scrittore e intellettuale piemontese nell'ultima puntata di "Incipit", la rubrica di Sky TG24 dedicata ai libri.

Di Pavese in questi mesi Garzanti sta pubblicando le opere, a cura proprio di Pedullà, a partire da una nuova edizione di "Prima che il gallo canti", il dittico che raccoglie i romanzi "Il carcere" e "La casa in collina". Ed è attraverso quest'ultimo libro che il suo curatore decide di spiegare come quel pregiudizio abbia finito con l'offuscare il suo reale valore letterario, o quantomeno con lo sfocarne il ruolo. "Con 'La casa in collina' - nota il critico - Pavese è riuscito a costruire una macchina narrativa solo apparentemente semplice ma in realtà in grado di contenere una serie di doppi fondi che sovvertono la storia".

Un'attenzione al ritmo straordinaria

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Ai romanzi Pavese arriva dalla poesia e un poeta, nota Pedullà, quando scrive prosa "si porta sempre dietro qualcosa di quella prima esperienza. Nel suo caso ciò vuol dire un’attenzione al ritmo straordinaria: la scrittura di Pavese fa leva su espressioni tratte dal dialetto, e arriva a volte persino a scardinare la grammatica, per restituire una forza lirica che si avverte nei passi soprattutto più scritti dei suoi romanzi". 

Ma la nuova edizione delle opere dello scrittore e intellettuale piemontese offre anche la possibilità di riscoprirne altri aspetti. A cominciare dai titoli: "Pavese -  osserva sempre Pedullà - è stato spesso un titolista straordinario, capace di escogitare per i suoi libri formule memorabili quali 'Lavorare stanca', 'Paesi tuoi' o 'Il mestiere di vivere', con uno speciale gusto per un’oralità sentenziosa, tra versetto biblico e proverbio popolare, che prima di lui non c’era e che dopo di lui avrebbe continuato a fare scuola nella tradizione letteraria italiana".

La sua eredità e quel perimetro troppo piccolo

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Ce n'è abbastanza, forse, per sfatare anche l'altro pregiudizio su Pavese, quello cioè che ha confinato la sua eredità nel perimetro, assai ristretto, del geniale ed eclettico organizzatore culturale. "È stato direttore editoriale della Einaudi, ha fondato insieme a De Martino una collana di antropologia e di storia delle religioni (la cosiddetta "Collana viola" ndr), ha fatto arrivare in Italia un certo tipo di scrittori americani, segnando così almeno tre decenni della nostra letteratura. Il suo ruolo come organizzatore culturale è indiscutibile, ma cercare di rinchiuderlo in quello spazio, come pure in molti hanno fatto, è un errore perché, per lui, quello spazio rischia di essere davvero troppo piccolo".

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