Alessandro Barbero: “L’esilio di Dante? Per noi è stata una gran fortuna”

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Filippo Maria Battaglia

INCIPIT - Lo storico torna in libreria con una biografia dedicata al poeta. E durante la rubrica di Sky TG24 dedicata ai libri spiega: "Spiace dirlo, ma non è affatto ovvio che se fosse rimasto a Firenze, magari al potere, avrebbe scritto la Divina  Commedia"

"L'esilio di Dante, per noi, è stata una gran fortuna: spiace dirlo, ma non è affatto ovvio che se fosse rimasto a Firenze, magari al potere, avrebbe scritto la Divina  Commedia". È quanto racconta lo storico Alessandro Barbero durante la nuova puntata di Incipit, la rubrica di libri di Sky TG24 (qui tutte le interviste). 

Barbero è da poco tornato in libreria con una biografia dedicata al poeta e pubblicata per i tipi di Laterza. E a Sky TG24 ricorda come Dante scriva "la Commedia nel contesto del suo esilio, dei suoi enormi risentimenti e del bisogno di regolare tanti conti, anche sotto la spinta  di un’idea che le sue vicissitudini siano una specie di prova del suo spirito profetico. Ecco, senza l'esilio tutto questo probabilmente non ci sarebbe mai stato".

"Fortunati dunque noi che Dante sia stato cacciato - spiega il professore di Storia medievale all'Università del Piemonte Orientale - epperò credo che lui non sarebbe mica tanto contento nel sentirmi dire queste cose. Per la sua vita l’esilio è stata una tragedia; la tragedia, cioè, di un uomo che perde di colpo ogni attaccamento, ogni concreto legame al luogo in cui è sempre vissuto: la sua casa, i suoi poderi, i parenti, gli amici, la moglie e i figli. Dante perde tutto questo, e con questo perde anche la condizione di un uomo agiato, di politico rispettato, per diventare uno che deve chiedere".

"Quella di Dante era un’epoca di estrema libertà in politica come in religione"

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Barbero nel saggio ricostruisce una storia piena di lacune e di silenzi analizzando sostanzialmente tutti i documenti di archivio, inclusi i riferimenti letterari che si riverberano sulla sua vita. Ne viene fuori un ritratto di un uomo del suo tempo, alla prese con l'amicizia, la politica, il potere e dunque anche col papato. "Con Roma - aggiunge lo storico - aveva un rapporto controverso, come del resto tantissimi credenti dell’epoca. In quegli anni si era abituati a considerare il papa come il vero leader del mondo cristiano, più importante di  re e imperatori perché, oltre al potere temporale, aveva un enorme carisma spirituale. Tutti i cristiani avevano dunque un immenso rispetto per il papato. Eppure, al tempo stesso, essendo quella un’epoca di estrema libertà e discussione in politica come in religione, molta gente era scandalizzata da come i singoli papi interpretavano il loro potere. E anche in questo Dante era un uomo del suo tempo".

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