Progetto artistico e antropologico ideato dall'artista italiano durante la scorsa estate, si inserisce nella sua celebre ricerca sulle Naturografie: opere create lasciando che sia la natura stessa a "scrivere" e imprimersi sulla tela attraverso agenti atmosferici, acqua, terra e organismi viventi
Un progetto nato dall’incontro tra uno dei territori più incontaminati del mondo e la ricerca artistica di un artista toscano: la Mongolia e Roberto Ghezzi. Terra di straordinaria vastità, la prima, dove si susseguono steppe, montagne e deserti. Ideatore delle Naturografie, il secondo, una pratica sviluppata in vent’anni di ricerca attraverso la quale vengono realizzate opere “a quattro mani” con la natura, lasciando che sia l’ambiente stesso a imprimere le proprie tracce su teli bianchi in tessuto naturale.
Al centro del progetto il concetto mongolo di "baigal"
Mongolian Stories è l’ultimo lavoro dell’artista cortonese al centro del quale c'è il concetto mongolo di "baigal" (natura). In questa visione, l'essere umano, gli animali e il paesaggio non sono separati, ma appartengono a un unico sistema indissolubile governato dal "Tenger" (il cielo). Per il suo progetto Ghezzi ha chiesto a uomini e animali, montagne e boschi, fiumi, steppa ed ogni altra “cosa” animata e non che abita la terra – senza alcun ordine gerarchico - di scrivere il suo nome su di un tessuto bianco. Per 45 giorni è stato ospite del Mongolian Calligraphy and Art Center situato nella città di Harhorin, a circa 350 chilometri a ovest di Ulan Bator. L’artista ha vissuto nel cuore della Mongolia centrale, all’interno di una ger, la tradizionale abitazione mongola, condividendo tempi, spazi ed esperienze con gli abitanti del luogo. Un luogo in cui la natura non è semplicemente uno scenario: è una compagna di vita, una misura del tempo e una fonte di conoscenza. Ogni elemento – vento, acqua, erba, animali – racconta storie di adattamento e sopravvivenza, plasmando i ritmi e i cicli di coloro che la abitano. La vita quotidiana delle comunità nomadi mongole, la gestione del bestiame e gli spostamenti stagionali sono guidati da una conoscenza intima del territorio, dei suoi sentieri e delle sue stagioni.
Le tele "dipinte" dalla natura e la calligrafia verticale
Durante le prime settimane di residenza, Ghezzi ha collocato lunghe tele di cotone nei fiumi e sulle colline della valle dell’Orkhon, lasciandole per 30 giorni esposte all’azione dell’acqua, della pioggia, del vento, della sabbia, dei sedimenti e della materia organica. Gli agenti naturali sono intervenuti così direttamente sui supporti, depositando segni, variazioni cromatiche e stratificazioni. Parallelamente, sulle stesse tele bianche, alcuni abitanti del luogo hanno tracciato parole e segni utilizzando l’antica calligrafia verticale mongola. Il risultato finale è un vero e proprio "libro corale" volto a ridare un nome autentico alle cose del mondo, fondendo la fluidità dei fiumi e il tempo lento della steppa con i segni culturali lasciati dall'uomo.