Simonetta Agnello Hornby: "Il lutto? L'ultimo momento di teatralità di noi siciliani"

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Filippo Maria Battaglia

© Foto di Adolfo Frediani

L'autrice della "Mennulara" firma "Punto pieno", il terzo capitolo di una saga familiare ambientata nell'isola. E a Sky TG24 racconta anche l'importanza della socialità e dei suoi riti, a cominciare da quelli più dolorosi

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"Ha reso l’anima a Dio". Comincia così, con queste sei parole scritte in un annuncio datato 6 aprile 1955, “Punto pieno”, il terzo capitolo della saga familiare di Simonetta Agnello Hornby pubblicata da Feltrinelli e iniziata, ormai cinque anni fa, con "Caffè amaro".

A rendere l'anima a Dio è Andrea Sorci, o meglio il cavalier Sorci, fratello del barone di questa ingombrante (e immaginaria) famiglia siciliana; a commentare quell'annuncio e quella morte sono invece tre dei personaggi più mossi e vivaci del romanzo, le zie della famiglia che i Sorci hanno ribattezzato “le tre sagge”.

"Il lutto - racconta Agnello Hornby durante 'Incipit', la rubrica di libri di Sky TG24 - è importante per i siciliani: non solo perché si soffre, ma soprattutto perché gli altri devono saperlo. E così accade anche con le visite di lutto, che sono un conforto ma sono anche un modo per poter riorganizzare la propria vita. Dopo un funerale, la gente deve esserci. Ci si guarda, si giudica come si è vestiti e non si dimentica. Il lutto, secondo me, è un è l’ultimo momento della teatralità di noi siciliani".

"Il ricamo, quasi un rito sacro"

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Il romanzo di Agnello Hornby si assesta e si declina lungo uno spartito collaudato, che ha reso la scrittrice una delle autrici italiane più note e lette autrici degli ultimi anni (due milioni le copie vendute, venti i Paesi in cui è tradotta). E dunque spazio innanzitutto all'identità ("significa chiedersi chi sono e chiedersi chi sono per un siciliano è assai difficile"), alla memoria e alla tradizione, all'importanza delle pietre e della casa ("non è solo dove viviamo, è innanzitutto protezione"), ma soprattutto alla socialità e ai suoi riti. Tra questi, il ricamo, da cui tra l'altro trae spunto il titolo del romanzo. "Ho imparato a ricamare da piccola, non so farlo bene ma mi piace - dice l'autrice della 'Mennulara' in questa intervista - È creativo, è tattile e tra l’altro è quasi una meditazione: aiuta a pensare in silenzio, diventando una specie di rito sacro".

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