Cos'è lo "schwa", il simbolo per un linguaggio più inclusivo proposto da Vera Gheno

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Presente anche nell’alfabeto fonetico internazionale, è una piccola ‘e’ rovesciata (ә) che viene proposta come soluzione per superare il cosiddetto binarismo di genere. Secondo gli studiosi è dunque il momento di abbandonare l'asterisco (*) o la chiocciola (@) quando non si vuole declinare al maschile o al femminile evitando di escludere chi non si riconosce in uno dei due generi

Si tratta di un simbolo poco conosciuto che i linguisti però utilizzano da decenni. È presente anche nell’alfabeto fonetico internazionale, ovvero il sistema universalmente riconosciuto per definire la corretta pronuncia delle migliaia di lingue scritte che esistono nel mondo: il suo nome è “schwa”, una piccola ‘e’ rovesciata (ә) che viene proposta come soluzione per superare il cosiddetto binarismo di genere. Ed è proprio questo simbolo che potrebbe, anche nella lingua italiana, risultare decisivo nel momento in cui ci si ritrova a dover declinare al maschile o al femminile tutti i sostantivi, gli aggettivi ma anche gli articoli, e le preposizioni escludendo chi non si riconosce in uno dei due generi.

Vera Gheno: ecco perché va utilizzato lo "schwa"

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Tra le prime a parlare dello "schwa" in Italia, e del suo possibile utilizzo nella nostra lingua, è stata Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale nonché conduttrice di Linguacce, trasmissione radiofonica in onda su Rai Radio 1. “Lo schwa, dal punto di vista semantico, può funzionare come genere indistinto, perché indica un suono che sta al centro del rettangolo delle vocali, quindi è neutro come pronuncia: la vocale media per eccellenza. Per questo, mi sembrava particolarmente adatto a indicare un genere indistinto”, ha detto Vera Gheno durante un’intervista. Il suo, però, non vuole essere un tentativo di teorizzazione o una proposta strutturale ma “un modo per richiamare l’attenzione su un’istanza”. Lei stessa, infatti, chiarisce che “nessuno sano di mente ha mai detto: ‘Aboliamo i generi e usiamo il genere indistinto’. Però ci sono persone che si sentono a disagio con il fatto che l’italiano ha solo maschile e femminile”. 

Le soluzioni adottate finora

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Al momento, per ovviare al problema del binarismo linguistico, sono diverse le soluzioni adottate: su tutte si ricordano l’asterisco (*) e la chiocciola (@). Nessuna di queste, però, appare efficace – secondo Vera Gheno – quanto lo "schwa", che a differenza dell’asterisco e della chiocciola ha una sua pronuncia. In alcuni casi è stata anche utilizzata la vocale “u” ma sono numerosi i linguisti che hanno sottolineato come in alcuni dialetti italiani questa vocale indichi il genere maschile. In siciliano, per esempio, la vocale “u” equivale all’articolo determinativo maschile “il”. 

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