Secondo il Rapporto annuale sul mercato del lavoro nel 2018 in Italia i lavoratori indipendenti sono circa 5 milioni (il 21,7% degli occupati). Nel periodo 2008-2018 l’occupazione indipendente si è ridotta del 9,5% a fronte di un aumento del 4% di quella dipendente
Il lavoro indipendente comprende una gamma molto ampia di identità professionali e culture del lavoro che in alcuni casi possono incontrare limitazioni e vincoli molto stringenti nei rapporti con i propri clienti/committenti. Alla 20th International Conference of Labour Statisticians l’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro) ha approvato una nuova classificazione che rivede i confini tra dipendenti e indipendenti, individuando la nuova figura dei dependent contractor: occupati formalmente autonomi vincolati da rapporti di subordinazione con un’altra unità economica (cliente o committente) che ne limita l’accesso al mercato (prezzi, tariffe, ecc.) e l’autonomia organizzativa.
Nella media dei primi tre trimestri del 2019 la Rilevazione sulle forze di lavoro stima 452 mila dependent contractor, l’11,5% degli indipendenti senza dipendenti. La monocommittenza costituisce un tratto distintivo: circa il 50% dei dependent contractor dichiara di lavorare per un unico cliente a fronte del 15,3% degli altri autonomi senza dipendenti; i dependent contractor sono inoltre più soggetti a vincoli organizzativi, quali il lavorare presso il cliente/committente o il dover rispettare dei vincoli nell’orario di lavoro. Tra i dependent contractor vi è una maggiore presenza di donne e quote più elevate di giovani tra 15 e 34 anni (26,4% a fronte del 10,0% tra i datori di lavoro e del 15,8% degli autonomi senza dipendenti). Le professioni più frequenti tra i dependent contractor si configurano come una domanda di lavoro che mira a esternalizzare e scarica su questi lavoratori una parte dei rischi di impresa (operatori di call center, venditori a domicilio, addetti alle consegne, conduttori di mezzi pesanti).