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Camilleri e Montalbano: storia di un amore (e di un equivoco letterario)

5' di lettura

Per il grande pubblico il nome dello scrittore scomparso è legato al suo commissario, anche grazie al successo della serie tv. Un binomio però che rischia di sminuire il suo reale valore letterario 

Adesso, a caldo, nell’infinita messe di tweet, encomi e orazioni varie, non è facile estrarre un tassello in grado di restituire chi fosse davvero lo scrittore Andrea Camilleri (FOTOSTORIA). Meglio affidarsi alle sue parole: “A me piace usare un italiano che è come quei bastoni dei contadini in cui si vedono i nodi del ramo da cui è stato cavato fuori, non so scrivere diversamente”.
Più che una dichiarazione poetica, suona quasi come una giustificazione, e in effetti forse lo è. Perché l’inventore del commissario Montalbano, l’autore di più di 120 libri tradotti in altrettante lingue e venduti in oltre trenta milioni di copie, con la critica letteraria per molti anni ha avuto rapporti freddi, se non gelidi. Prima di essere riabilitato anche attraverso l’ingresso nell’empireo dei Meridiani Mondadori, Camilleri è stato visto da gran parte degli addetti ai lavori di sottecchi, un estraneo piombato in classifica come una novella Liala, un intrattenitore naif destinato al grande pubblico ma con poco spessore narrativo. E lui, il diretto interessato, per questa astiosa diffidenza non ha mai nascosto l'insofferenza, attaccando la “stupida definizione che un libro di successo non possa avere un valore letterario”. “Certe volte – raccontò a chi scrive in un’intervista di qualche anno fa – il dubbio che certi critici non abbiano letto i libri di cui scrivono viene. Magari hanno letto alcune pagine ed altre le hanno solo annusate, magari sono scettici perché hanno letto solo Montalbano”.

Come Maigret e Pepe Carvalho

Ecco, in queste tre righe c’è, in nuce, il grande equivoco cresciuto attorno all’ombra di uno scrittore costretto a fare i conti con il proprio personaggio. Orgoglioso della sua popolarità, certo, ma in qualche modo insofferente all’eco mediatica di una creatura che forse gli è sfuggita di mano e che un po’ lo ha schiacciato. Camilleri, in questo, non è stato il solo. Tanti altri grandi ci sono passati, a cominciare da Georges Simenon con Jules Maigret e Manuel Vázquez Montalbán con Pepe Carvalho (per citare solo due autori a cui è stato anche personalmente legato).
Ma forse, nel caso dello scrittore siciliano, questo rapporto di sudditanza lo ha maggiormente segnato, considerato anche lo straordinario successo della serie tv con protagonista il “suo” commissario.

La fine di Montalbano

Se non fosse così, non si spiegherebbe come mai Camilleri sempre nella stessa intervista confessò la fine che Montalbano avrebbe fatto nell’ultimo libro a lui dedicato: “Riceverà una telefonata che lo avvisa che hanno sparato ad un uomo in mezzo alla strada. Appena sul luogo del delitto, sentirà un coro aereo: ‘U commisariu arrivò, u commissario Montalbano’. ‘Cu, chiddu ra televisione?’ chiederà uno. ‘No, chiddu veru’ gli risponderà l’altro. Ed il vero Montalbano, quello del libro, comincerà a chiedersi se non stia agendo in un certo modo solo perché l’ha visto in televisione. Sarà così che inizierà la battaglia col suo doppio che lo porterà alla sua fine”.

La regia, l’Accademia e Leonardo Sciascia

Difficile, comunque dare torto al creatore della saga di Vigata. Il successo dei suoi romanzi datato metà anni Novanta e poi esploso con la serie tv di qualche tempo dopo, è arrivato infatti a settant’anni suonati, dopo una vita intensa, trascorsa come regista, produttore Rai, insegnante all’Accademia d’arte nazionale drammatica. È passato da notevoli incontri, alcuni dei quali decisivi, tra cui quello con Leonardo Sciascia: “Aveva una ristretta cerchia di amici di vecchia data – ha raccontato in un'altra occasione – Molti di questa ristretta cerchia lo chiamavano ‘Nanà’, che è un diminutivo di ‘Leonardo’; poi c’era una cerchia più vaga, di quelli che lo chiamavano ‘Leonardo’ o ‘Leonà’: io appartengo a questa seconda cerchia più larga”. E' Sciascia, in effetti, a presentarlo ad Elvira Sellerio, è lui a invitarlo a scrivere uno dei suoi primi libri ("La strage dimenticata”), è lui – da consulente e anima della casa editrice siciliana nei primi anni della fondazione – a correggerne e supervisionarne la bandella.

L'exploit

Un’intuizione che nell’immediato si rivelerà un buco nell’acqua. L’exploit del Camilleri narratore arriverà solo un decennio dopo, anche grazie a un inconfondibile (e inimitabile) pastiche lessicale. Di poco dopo il successo della serie tv, magistralmente interpretata da Luca Zingaretti. Camilleri, almeno all’inizio, di quella scelta non sarà entusiasta. “Ma perché l’hai preso proprio pelato?” chiederà al regista Luca Sironi, ricordandogli che nei libri il “suo” Montalbano, di peli, ne aveva parecchi. Dubbi spazzati via da un riscontro televisivo inimmaginabile.

Gli altri libri

Camilleri continuerà a scrivere. Con un’incredibile verve narrativa, e anche grazie all’utilizzo dei pc (da domare, confessava lui, “come un cavallo impazzito”), sfornerà un altro centinaio di libri, non solo su Montalbano. Alcuni, come “Il re di Girgenti” o "Il birraio di Preston", saranno destinati a restare per molto tempo negli annali. Nessuno di questi, però – e neanche le proverbiali imitazioni radiofoniche di Fiorello o le uscite più politiche dello scrittore – gli consentirà di schiodare dal suo nome l’ombra televisiva del commissario. Garantendogli vendite straordinarie e una certa popolarità, certo, ma probabilmente appannandone anche il suo reale valore letterario.
 

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