La Spagna campione del mondo incassa il montepremi Fifa più ricco di sempre, circa 50 milioni di dollari. Ma su quelle vincite arriva un "dazio" a stelle e strisce: le ritenute federali sugli atleti stranieri e la cosiddetta "jock tax" applicata dai singoli Stati riducono il premio. E al rientro, sui bonus dei giocatori dei club spagnoli, incasserà anche l'Hacienda
Il montepremi che la Spagna si porta a casa dal Mondiale 2026 è il più ricco di sempre. O meglio, avrebbe potuto esserlo: perché su quelle vincite pesa un "dazio" tutto americano. Non un dazio in senso proprio, ma la somma delle imposte che il fisco statunitense preleva su chi guadagna gareggiando sul suo territorio. Per l'edizione ospitata negli Stati Uniti la Fifa ha messo sul piatto una cifra record, 871 milioni di dollari in premi, e alla nazionale campione del mondo spettano circa 50 milioni. Denaro su cui il sistema fiscale Usa incide in modo diverso rispetto a quanto sarebbe accaduto in Qatar o in Europa.
Il montepremi da record
La Fifa ha stanziato 871 milioni di dollari in premi per il torneo, in netto aumento rispetto all'ultima edizione. Alla squadra vincitrice vanno circa 50 milioni di dollari, alla finalista sconfitta circa 33 milioni, mentre terza e quarta classificata incassano rispettivamente 29 e 27 milioni. Nemmeno le nazionali eliminate ai gironi tornano a mani vuote: a ogni squadra qualificata è garantito un minimo di 12,5 milioni di dollari, prima di qualsiasi bonus legato al passaggio del turno.
Un dettaglio decisivo: il denaro non arriva direttamente ai calciatori. La Fifa paga le singole federazioni nazionali, che poi decidono quanto spetta ad atleti, allenatori e resto dell'organizzazione. E la generosità nella ripartizione cambia molto da Paese a Paese.
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Il "dazio" amaro: come funziona il fisco Usa
La sorpresa amara arriva proprio dal Paese ospitante. Poiché la competizione si è giocata negli Stati Uniti, il conto fiscale cambia, e quel "dazio" si compone di due livelli. Il primo è federale: gli atleti stranieri che guadagnano denaro gareggiando sul suolo americano sono in genere soggetti a ritenute su quei redditi. Quanto pesino dipende dai trattati contro le doppie imposizioni tra il loro Paese e Washington: per gli sportivi la ritenuta federale può arrivare a una quota standard del 30%, che in parte viene poi recuperata al momento della dichiarazione dei redditi nel Paese di residenza fiscale.
Il secondo livello è quello statale, ed è qui che il "dazio" si fa più insidioso. Molti Stati americani applicano quella che viene informalmente chiamata jock tax, la tassa sugli atleti, sui redditi prodotti mentre si gioca entro i loro confini. L'importo si calcola in base ai "giorni di servizio", cioè i giorni trascorsi ad allenarsi e a gareggiare in un determinato Stato. Una partita in Texas o in Florida, che non prevedono imposta statale sul reddito, comporta un conto ben diverso da una in California, Massachusetts o New Jersey, dove le aliquote sono elevate. E la finale si è giocata proprio al MetLife Stadium, in New Jersey. Una nazionale che nel corso del torneo attraversa più Stati può così trovarsi a versare una parte dei guadagni a ciascuno di essi.
Cosa incassa la federazione
Il "dazio", però, colpisce soprattutto i singoli atleti, non l'ente. La federazione spagnola (Rfef) può infatti richiedere lo status di esenzione fiscale negli Stati Uniti, previsto per gli enti sportivi senza scopo di lucro, e in questo modo evitare un prelievo massiccio alla fonte sul premio da circa 50 milioni. È quando la federazione distribuisce i bonus ai giocatori che scatta la tassazione più pesante, prima negli Usa e poi nel Paese di residenza di ciascun calciatore.
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E poi c'è l'Hacienda
Non batte cassa solo l'America. Al rientro, sui bonus incassati per il titolo mondiale, incasserà anche il fisco spagnolo. Secondo una stima diffusa da Gestha, il sindacato dei tecnici del Ministero delle Finanze spagnolo, i soli 17 giocatori della nazionale che militano in club spagnoli (e che quindi pagano le tasse in Spagna) dovrebbero garantire all'Hacienda un gettito di quasi 6 milioni di euro complessivi. Il motivo è nelle aliquote: l'Irpf spagnola supera il 47% in diverse comunità autonome e, in questo caso, il fisco non applicherebbe ai premi la riduzione prevista per i "redditi irregolari", dal momento che i calciatori percepiscono già bonus analoghi con regolarità.