Recovery plan, le differenze tra il Pnrr di Draghi e quello di Conte

Economia

Lorenzo Borga

Investimenti, ambiente, superbonus 110%, istruzione: quali sono le più grandi differenze tra i piani di Draghi e di Conte? L'analisi

Sono passati più di tre mesi e un governo da quando Giuseppe Conte propose in gennaio il suo piano di ripresa. Ma il recovery plan inviato in Parlamento dal governo Draghi non è cambiato in modo sostanziale rispetto alla prima versione (IL MONITORAGGIO DI SKY TG24 SUL RECOVERY). Lo aveva anticipato, nella sua prima uscita pubblica, lo stesso Draghi. E così è stato: le missioni rimangono le stesse sei, e pure le loro componenti. A variare è invece la quota di fondi investiti in nuovi progetti, che aumenta dal 69 all’80 per cento, permettendo di rivedere al rialzo l’aumento previsto del Pil grazie al piano (dal +3% al +3,6% del Pil al 2026).

 

Scompare del tutto il cashback che esce dal recovery plan e dovrà essere finanziato con fondi italiani se il governo lo vuole mantenere. A guadagnarci sono soprattutto istruzione e ricerca, grazie ai nuovi investimenti per l’edilizia scolastica, e anche Industria 4.0. Mentre si riducono gli investimenti sull’ambiente e sulle infrastrutture.

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Sul primo scendono di 4 punti percentuali i fondi per l’efficientamento degli immobili, cioè il superbonus 110% (nonostante, rispetto alle prime bozze, sia stato arricchito), mentre è previsto un forte aumento dei soldi per la transizione energetica, grazie ai maggiori investimenti sull’idrogeno e sul trasporto pubblico locale. Per le infrastrutture calano di poco sia i fondi sull'alta velocità, che quelli per la logistica.

 

A fare la differenza nel processo di approvazione delle istituzioni europee però, più che i singoli interventi, saranno le riforme. Il piano di Draghi, su questo, definisce con più precisione le riforme della pubblica amministrazione e della giustizia, e aggiunge la legge sulla concorrenza e quella delle politiche attive del lavoro. L’ultima macro-differenza è sulla governance: Conte aveva rimandato a un decreto ad hoc, mentre Draghi ha incardinato il coordinamento centrale al Ministero dell’Economia. Se sarà sufficiente, lo dirà Bruxelles.

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