Morte Fakir a Bologna, Meloni: "Verità fino in fondo, ma no violenza su forze dell'ordine"
CronacaLa premier interviene sui social dopo le proteste esplose a Bologna per la morte di Abderrahim Fakir. Chiede che le responsabilità siano accertate "con il massimo rigore", ma condanna le aggressioni agli agenti: "Chi ha usato questa vicenda come pretesto non cercava la verità, cercava lo scontro". Il giorno prima il ministro Piantedosi aveva difeso l'operato della polizia
Sulla morte di Abderrahim Fakir e sulle tensioni che ne sono seguite a Bologna interviene Giorgia Meloni. In un post sui social, la presidente del Consiglio chiede che sulla vicenda venga fatta piena luce, ma traccia una linea netta contro le violenze contro le forze dell'ordine registrate durante le proteste.
"La verità va ricercata fino in fondo"
Quanto avvenuto in città, scrive la premier, è "inaccettabile". Sul decesso di Fakir, aggiunge, è "doveroso che vengano accertate eventuali responsabilità con il massimo rigore". La verità, sottolinea, "va ricercata fino in fondo, senza pregiudizi e senza sconti per nessuno". Un passaggio a cui però ne fa seguire subito un altro: "Nulla può giustificare la violenza contro le forze dell'ordine".
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"Chi ha aggredito gli agenti cercava lo scontro"
Il bersaglio dell'affondo sono coloro che, secondo Meloni, hanno strumentalizzato la morte dell'uomo. Chi ha scelto di usare la vicenda "come pretesto per mettere a ferro e fuoco la città, aggredire gli agenti e seminare violenza", mettendo a rischio anche cittadini estranei ai disordini, "non cercava la verità: cercava lo scontro". Alimentare "un clima di odio e di delegittimazione verso un intero Corpo dello Stato", prosegue la presidente del Consiglio, è "un atto di grave irresponsabilità". Trasformare "migliaia di donne e uomini in divisa in un bersaglio", conclude, "significa colpire chi ogni giorno serve l'Italia con professionalità, sacrificio e coraggio".
La difesa degli agenti da parte di Piantedosi
Il giorno prima sul caso era intervenuto il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, che in una intervista tv aveva difeso l'iscrizione degli agenti nel registro degli indagati. Non si tratta di "uno scudo penale", aveva precisato, ma della "giusta collocazione" di un caso in un registro apposito, previsto da una legge del governo Meloni, che riguarda persone che sembrano aver preso parte a un fatto in presenza di una causa di giustificazione. Il ministro aveva espresso "dispiacere e grande cordoglio" per i familiari di Fakir e parlato di una "grande tragedia". Aveva poi respinto le posizioni ostili alla polizia: chi ha "espressioni pregiudizialmente contrarie" alle forze dell'ordine, aveva detto, non ha fiducia "né in queste né nella magistratura", trattandosi di un episodio "molto documentato" da bodycam e altre riprese.