Venticinque anni dopo, il G8 di Genova resta una ferita aperta nella storia italiana. La morte di Carlo Giuliani, i fatti della Diaz e di Bolzaneto, i processi e il dibattito sul reato di tortura continuano a interrogare il Paese sul peso della verità storica e delle responsabilità politiche di quei giorni
Venticinque anni dopo, i fatti del G8 di Genova restano una delle pagine più buie dell’Italia repubblicana. Sono indelebili nella memoria collettiva i pestaggi e gli abusi nella caserma di Bolzaneto e la "macelleria messicana" della scuola Diaz: ferite che costarono all'Italia le condanne della Corte europea dei diritti dell'uomo per le violenze commesse dalle forze dell’ordine e per l'assenza, all'epoca, di un reato di tortura nel codice penale. Poi le strade devastate, i manganelli e le sirene. E il corpo senza vita di un ragazzo, il 23enne Carlo Giuliani, sull’asfalto di piazza Alimonda.
Per anni si è tentato di ricostruire le vicende di quelle proteste pacifiche, lanciate dal movimento no-global in occasione del vertice dei capi di Stato e di governo degli 8 Paesi più industrializzati, poi trasformatesi in un incubo di abusi e torture. Il vertice si svolse pochi mesi prima degli attentati dell’11 settembre, in un momento storico segnato dal dibattito sulla globalizzazione economica, sulle disuguaglianze e sul ruolo delle istituzioni finanziarie internazionali. Il movimento no-global che si mobilitò attorno al vertice era molto eterogeneo: ambientalisti, pacifisti, sindacati, cattolici e collettivi radicali. Fu il Genoa Social Forum - che riuniva molte delle anime del movimento - a organizzare le manifestazioni alternative al summit per portare l’attenzione sulle grandi ingiustizie globali.
Cosa è successo al G8 di Genova
In questo clima, Genova fu blindata. Furono introdotte zone rosse e schierati migliaia di agenti. Ma in molti si sono interrogati sulle responsabilità di chi avrebbe dovuto occuparsi della gestione dell’ordine pubblico e che finì per ridurre la città a uno spazio pericoloso. In poco tempo, infatti, le proteste - che coinvolsero migliaia di persone e riempirono le strade - finirono per degenerare in violenti scontri. Mentre i grandi della Terra si incontravano in questa città blindata, a piazza Alimonda un defender dei Carabinieri rimase circondato dai manifestanti, e da lì partì un colpo di pistola, esploso dall'allora 21enne Mario Placanica. Carlo Giuliani finì a terra e morì pochi minuti dopo. L’immagine di quel corpo arreso all’asfalto è diventata uno dei simboli delle contraddizioni di quei giorni: la violenza, le responsabilità dello Stato e quelle del suo braccio armato. E poi le istanze di una società civile che protestava contro una globalizzazione in cui non si riconosceva.
Approfondimento
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Il ricordo di Carlo Giuliani
Per molti, Carlo Giuliani è ancora oggi l’icona di una generazione che chiedeva “un mondo diverso è possibile”, lo slogan del movimento no-global. Le ore successive alla sua morte trasformarono il vertice in una crisi democratica senza precedenti: la notte del 21 luglio la polizia fece irruzione nella scuola Diaz, dove dormivano manifestanti e giornalisti, picchiandoli violentemente. A Bolzaneto, nella caserma del reparto mobile della polizia furono portati molti dei manifestanti fermati durante gli scontri del 2001. Nelle testimonianze raccolte nei processi, alcuni di loro denunciarono pestaggi, minacce, insulti e trattamenti degradanti da parte di appartenenti alle forze dell’ordine e del personale presente nella struttura.
Vicende giudiziarie
Le vicende giudiziarie che seguirono il G8 furono piuttosto contrastate. Il carabiniere Mario Placanica, ritenuto il responsabile della morte di Carlo Giuliani, fu indagato per omicidio. Ma il giudice delle indagini preliminari archiviò il caso ritenendo che avesse agito per legittima difesa e nell’uso legittimo delle armi. Ma il dibattito pubblico è rimasto acceso e i fatti di Genova 2001 discussi fino a oggi, anche per quello che riguardò la scuola Diaz. Il vicequestore Michelangelo Fournier parlò in aula di una “macelleria messicana”, per descrivere ciò che vide in quelle stanze. Le condanne definitive per 25 tra funzionari e dirigenti di polizia del 2012 accertarono il falso aggravato nella costruzione delle prove. A Bolzaneto, invece, i tribunali riconobbero episodi di violenza, umiliazioni e trattamenti degradanti. Alla fine furono 7 le condanne confermate in Cassazione nel 2013. Queste sentenze ebbero un impatto profondo anche sul piano normativo. Per anni l’Italia fu criticata dagli organismi internazionali per l’assenza del reato di tortura. Solo nel 2017 il Parlamento introdusse la fattispecie nel codice penale, che è rimasta contestata negli anni a venire da parte di diverse forze politiche: Fratelli d’Italia, nel 2018, presentò una proposta per abrogare la legge sul reato di tortura, sostenendo che rischiasse di limitare l’operato delle forze dell’ordine. Anche se la proposta non passò, riaprì il dibattito sul rapporto tra sicurezza e tutela dei diritti fondamentali.
Anniversario
A un quarto di secolo dalla sua morte, Carlo Giuliani torna ad essere commemorato ogni anno a piazza Alimonda. Lo spiazzio si riempie di fiori, striscioni, musica. I genitori del giovane, Giuliano Giuliani (ex sindacalista) e Heidi Giuliani (che è stata senatrice dal 2006 al 2008), hanno sempre continuato, negli anni, a chiedere giustizia, verità storica e responsabilità politica per la morte del figlio, facendo della loro tragedia privata un fatto pubblico e collettivo.