I giudici della prima sezione penale, dopo aver fatto parlare le parti, hanno disposto un differimento della decisione alla luce della complessità del caso. Il procuratore generale ha chiesto la conferma delle condanne: ergastolo ai genitori e ai cugini e 22 anni allo zio. La ragazza pachistana di 18 anni fu uccisa a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, nel 2021
Slitta al 15 luglio la sentenza della Cassazione sul caso di Saman Abbas, la 18enne pachistana uccisa nel 2021 a Novellara, in provincia di Reggio Emilia. I giudici della prima sezione penale, dopo aver fatto parlare le parti, hanno disposto un differimento della decisione alla luce della complessità del caso. Il pg nel corso dell'udienza ha sollecitato la conferma delle condanne per i familiari della vittima definendo l'omicidio un delitto corale e premeditato, finalizzato a impartire una lezione alla vittima. Per l'omicidio di Saman Abba sono stati condannati lo zio, Danish Hasnain, a 22 anni di reclusione, i cugini e i genitori della ragazza all'ergastolo.
Le richieste del procuratore generale
Il procuratore generale della Cassazione ha chiesto il "rigetto dei ricorsi proposti" e la conferma definitiva delle condanne. Nella requisitoria il rappresentante dell'accusa ha chiesto ai giudici della prima sezione penale di fare passare in giudicato gli ergastoli per i genitori della ragazza Habbar Abbas e Nazia Shaheen e per i cugini Ijaz Ikram e Noman Ul Haq oltre i 22 anni inflitti allo zio. Nei confronti degli imputati erano state riconosciute le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi.
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Le motivazioni del delitto
Per il pg Marco Dall'Olio, "Saman doveva essere punita”. È questo il punto fermo di tutto il processo. “La volontà era di impartirle una lezione, non poteva decidere da sola della sua vita, non poteva avere una vita propria. Il delitto è stato organizzato nei minimi dettagli, un atto corale e premeditato. Una vicenda agghiacciante". Il procuratore, davanti agli avvocati di parte civile, tra cui il comune di Novellara difeso dall’avvocato Nicola Termanini, e i difensori degli imputati ha continuato: "L'omicidio, pur avendo radici culturali proprie, tradisce il ricorso a una violenza estrema e sproporzionata, scelta come unico strumento per 'emendare una presunta colpa' (la volontà di libertà della ragazza), che realizza la natura turpe e ignobile del movente".